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Politica
Papi

di Antonino D'Anna

Un Papa che incontra il suo diretto predecessore è quantomeno inusuale per la storia della Chiesa. Si favoleggia di un incontro, nei primi anni '60, tra Angelo Roncalli allora Giovanni XXIII e Giovanni Battista Montini, in seguito Paolo VI, nel corso del quale il Papa buono avrebbe detto all'allora arcivescovo di Milano: “Guardi che dopo di me, toccherà a lei”. Roncalli aveva stima di Montini, ma ne temeva le indecisioni. Tanto che, si racconta, parlando di lui ogni tanto diceva: “E come sta monsignor Amleto?”. Fu profetica – così racconta la leggenda – anche quella stola che Paolo VI nel 1972 pose al collo dell'allora Patriarca Albino Luciani, durante una visita nella città lagunare; e sei anni dopo, infatti, Luciani diventava Papa come Giovanni Paolo I. A dire il vero, a profetargli il papato sarebbe stata, nel 1977, Suor Lucia Dos Santos, la veggente di Fatima; ma questo è un particolare oggi nel folclore legato alla figura di Luciani, che ebbe solo modo di commentare l'incontro con un: “La suora è piccola, simpatica e molto chiacchierona”.

Non sappiamo se Giovanni Paolo II abbia predetto o prescelto Joseph Ratzinger come suo successore: ma il Papa polacco ebbe modo di definire come “insostituibile” l'allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Dal canto suo, Ratzinger ha semplicemente promesso “obbedienza” al suo successore negli ultimi giorni del suo pontificato. Certamente due figure come quella di Francesco e quella di Benedetto hanno avuto molto da dirsi in 45 minuti di colloquio. Da un lato la calda esplosività latinoamericana, dall'altro la timidezza del professore tedesco. Con un punto d'incontro sulla Chiesa, ma anche culturale: perché Jorge Mario Bergoglio è, al di là del suo modo di presentarsi, un uomo di larga cultura. Lo abbiamo già scritto: i due sono speculari, in dialettica di continuità e non di rottura. Ognuno col suo stile, certamente: ma con una visione della Chiesa che sembra per il momento essere affine.

Che cosa si saranno detti? Non è difficile immaginare un dialogo sulla Chiesa di oggi, i problemi irrisolti che Ratzinger non ha potuto affrontare, il famoso dossier di Vatileaks e il ruolo della Curia che ha avuto modo di essere posto sul "banco degli imputati" nelle Congregazioni Generali che hanno preceduto il Conclave dal quale è uscito Papa Francesco. Nella cassetta portadocumenti e nella busta comunicazioni o report riservati, com'è ovvio dedurre. Ma non importa: è più l'incontro tra due persone accomunate da un grande affetto anziché un banale passaggio di consegne. Lo si vede nella premura con cui Francesco accompagna Benedetto – che sembra a sua volta più in difficoltà nei movimenti – a pregare insieme sull'inginocchiatoio papale.

C'è insomma un clima di amore fraterno che è l'essenza stessa e la conferma di due idee diverse del servizio alla Chiesa: da un lato il Papa emerito che sta vicino alla Croce in modo nuovo e sparisce dalla vista del mondo; dall'altro il Papa eletto, che su quella Croce si trova adesso a servire ma che, in quell'incontro con il predecessore, sottolinea una transizione senza scossoni. In grado di cambiare profondamente la Chiesa, come sta avvenendo ed è avvenuto.

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