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Politica
Le tante battaglie, politiche e giornalistiche, di Scalfari contro le intercettazioni

Di Pietro Mancini

C'è legittima curiosità su quanto scriverà sul giallo della presunta, e molto discussa, frase del medico di Crocetta, Matteo Tutino, contro donna Lucia Borsellino, pubblicata da "L'Espresso", da venerdì nelle edicole, ma smentita dalla Procura di Palermo,  lo storico direttore  del settimanale romano e fondatore di "Repubblica", Eugenio Scalfari. Una vicenda definita "squallida" dalla sorella di Borsellino, donna Rita, che ha invitato "L'Espresso" a far ascoltare il nastro.

Il noto giornalista e scrittore, 91 anni, con madre calabrese, fu autore di memorabili campagne di stampa di denuncia delle intercettazioni telefoniche illegali, da quella dei primi anni 70, in occasione della vicenda Anas-Mancini-Guardia di Finanza, a quella, più recente, contro quanti avrebbero voluto "mascariare" Giorgio Napolitano. La vicenda trasse spunto dalle registrazioni delle telefonate tra l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino, e il consigliere giuridico del Capo dello Stato, Loris D'Ambrosio, scomparso 3 anni fa, stroncato da un infarto, al culmine della aspra contesa, politica e mediatica. In prima linea, contro Re Giorgio, l'allora magistrato "caselliano" di Palermo, di lotta dura e senza paura, Antonio Ingroia, e il giornalista torinese Marco Travaglio.

 44 anni fa, Scalfari, deputato del Psi e direttore de "L'Espresso", sostenne la denuncia di Giacomo Mancini, segretario socialista, che riuscì a dimostrare che, all'origine del cosiddetto "scandalo ANAS", montato dai giornali fascisti contro il leader calabrese, vi fossero intercettazioni telefoniche irregolari, compiute ai  danni suoi e di Ennio Chiatante, direttore generale dell'ANAS. A ricattare, con le prime telefonate registrate, Chiatante, sarebbe stato un misterioso "signor Pontedera" che, attraverso vari passaggi, si scoprì esser stato mosso dal ministro delle Finanze, Luigi Preti (PSDI), nemico di Mancini, nato a Ferrara, concittadino del giornalista Giorgio Pisanò, direttore del settimanale "Candido", che condusse una violentissima, e molto dispendiosa, campagna, organizzata per distruggere la credibilità di Mancini e sostituirlo con il più pacioso De Martino.
 

A tirare le fila dell'attacco, scrissero Scalfari e Peppino Turani, nel libro "Razza Padrona", furono settori della grande industria di Stato, in primis l'allora Presidente della Montedison, Eugenio Cefis, molto preoccupato per l'obiettivo  manciniano di attestare il Psi su una linea autonoma non solo dalla Dc e dal PCI, ma anche dai "poteri forti" dell'industria e dell'economia.

 Eugenio Scalfari, anche sul caso Mancino-Napolitano, ha adottato la linea dura, definendo «irresponsabili» quanti, in quei giorni roventi, attaccarono il Presidente della Repubblica.

 Fra le telefonate, intercorse fra il Quirinale e  don Nicola Mancino, e intercettate dalla Procura di Palermo, ce ne sarebbero state alcune fra l'ex ministro dell'Interno e  Napolitano. Nastri che, secondo Scalfari, se non distrutti subito, avrebbero rappresentato un «gravissimo illecito».
 Il "venerato maestro" del giornalismo italiano affrontò i procuratori di Palermo, Il Fatto Quotidiano e persino i giornalisti di Repubblica, Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo, che il 21 giugno 2012 lamentarono  un «eccessivo attivismo, al Quirinale, intorno alla delicata inchiesta di Palermo», riferendosi alla lettera di spiegazioni sull’inchiestona “Stato-mafia”, mandata dal Presidente della Repubblica al Procuratore Generale della Cassazione. Nella stessa pagina, l’opinione di Scalfari fu opposta: «Sul caso Mancino, Napolitano ha fatto nient’ altro che esercitare i suoi poteri e doveri. Non è la prima volta. Il Presidente si è mosso, ogni volta che si sono verificati casi analoghi, per far sì che la magistratura andasse, correttamente e compattamente, in una direzione».

 Ancora l’8 luglio, Scalfari vergò un editoriale di fuoco, a proposito dell’illecito, in cui sarebbero incorsi gli agenti della polizia giudiziaria, intercettando il Capo dello Stato e i magistrati, conservando le registrazioni. «La gravità di questo comportamento», sostenne don Eugenio,  «sfugge del tutto ai giornali, che pungolano il Capo dello Stato, senza però dire una sola sillaba sulla grave infrazione compiuta da quella Procura, la quale deve sapere che il Presidente non può essere né indagato né intercettato né soggetto a perquisizione fino a quando -in seguito ad un “impeachment”- non sia stato sospeso dalle sue funzioni, con sentenza della Corte Costituzionale, riunita in Suprema Corte di Giustizia».

 Il giorno dopo, sulle pagine di Repubblica-con il direttore, Ezio Mauro, in evidente imbarazzo- rispose il Procuratore-capo di Palermo, Francesco Messineo, dichiarando che anche l'inquilino del Colle potrebbe essere “occasionalmente” registrato, se si tratta di intercettazioni indirette.

 Nella polemica fra Scalfari e la Procura di Palermo, si inserì anche l'allora Procuratore aggiunto, don Antonio Ingroia, sistemato da Crocetta, dopo il flop elettorale, su una poltrona del sottogoverno siciliano: «Dispiace», disse il barbuto pm al radioprogramma La Zanzara, commentando gli editoriali di Scalfari, «che un Padre del giornalismo italiano sia incorso in questo grave infortunio. Ma, non essendo laureato in giurisprudenza, glielo possiamo perdonare».

 Il Fondatore, tuttavia, ricordò, subito, a Ingroia di essersi laureato in Giurisprudenza nel 1946, a 22 anni, con 110 e lode, e lo attaccò: «Se la raccolta di notizie del dottor Ingroia porta a risultati così completamente infondati, questo non è certo un segnale rassicurante sulle capacità professionali del Procuratore ».
È di ieri l'ultimo, duro attacco a Napolitano, firmato da Stefano Rodotà, in passato garantista, oggi in guerra contro il governo Renzi che, secondo l'ex Garante della Privacy, "impedisce di far luce sulla sua nascita e sui ricatti a Re Giorgio", smentiti, peraltro, dal novantenne senatore a vita.

 Non potremo, purtroppo, leggere il commento su uno dei tanti, controversi episodi della Sicilia, la terra del Gattopardo e del trasformismo, in cui quasi nulla è come appare,  firmato da Leonardo Sciascia (1921-1989), che fu, sempre, garantista, amico di Pannella e Mancini. E molto severo, sulle colonne del "Corriere della Sera", con i "professionisti dell'Antimafia". Tra costoro, lo scrittore di Racalmuto non incluse, dopo aver avuto con lui un utile chiarimento, il giudice Paolo Borsellino, di cui ieri è stato rievocato il ventitreesimo anniversario dell'attentato mortale, firmato dai boss di Cosa Nostra-ma, forse, ideato da "entità" esterne ai boss- solo 2 mesi dopo l'uccisione del suo grande amico e collega, Giovanni Falcone, della moglie, donna Francesca Morvillo, e degli agenti della scorta.
 

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