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Leader o capo? E’ finito il tempo dell’uomo solo al comando

Leader o capo? E’ finito il tempo dell’uomo solo al comando
conferenza stampa gentiloni (2)

Si legge su Repubblica che “Più che a un “ritorno dei partiti”, assistiamo al declino del “Partito del Capo”. “ Perché i Capi hanno deluso. La loro esuberanza, nella vita pubblica e sui media, ha suscitato stanchezza. Soprattutto di fronte all’aggravarsi dei problemi economici e sociali. Al diffondersi dell’insicurezza sociale e della sfiducia verso le istituzioni. Così Paolo Gentiloni è divenuto il personaggio pubblico più popolare. Perché non è “il” leader del Pd. Non ambisce a diventarlo (altrimenti Renzi…). “ Ed è vero. Pienamente d’accordo con Repubblica. I cittadini sono proprio stufi dei leader, hanno bisogno di recuperare la parola collettività. Termine spesso in bocca ai politici ma mai davvero praticata.

Perchè piace Gentiloni? Perchè è pacato, non è leader, è rappresentativo e non crea continuamente note di arrivismo personale. Qualcuno afferma che piace perchè è insipido e per nulla decidente. Quindi oggi tira più consenso chi non fa invece di chi ha intenzione di fare?

Adesso, è vero, è il tempo della quiete, del recupero della fiducia, di un cambio di passo nella comunicazione politica, spesso autoreferenziale, e non più delle battutine sciocche e ripetitive. C’è necessità di una classe politica seria, con una guida, certamente si, ma che sia umile ed inclusiva, non personalizzante. La figura di Gentiloni è simile a quello che fu Veltroni, uomo pacato, gentile, mai arrogante. Così un leader deve essere, deve saper agire sottotraccia, con enfasi al momento giusto, perchè occorre anche per dare animo ai militanti, ma che non appaia mai come uno che voglia il partito personale. Perché sul territorio, poi, esistono classi dirigenti e militanti, che desiderano solo rapportarsi con chi li ascolta e con chi si mette al loro fianco, non chi li guarda dall’alto ed impone loro solo dictat. Non è così che funziona. Dopo la lunga era dei “partiti di massa”, è finito il tempo della “democrazia del leader”, come la definisce Mauro Calise (in un saggio pubblicato da Laterza). Senza che si riesca davvero a capire verso -dove- siamo diretti.

Ricordiamo bene come sin dagli anni Novanta si siano affermati i partiti “personalizzati”, Silvio Berlusconi, nel 1994 ne è la testimonianza. Forza Italia è stato sicuramente il suo partito-azienda. Ed altri, di diversa rappresentatività e risorse, hanno fatto lo stesso. Anche il Pd, diciamolo, nel tempo è cambiato, sotto la guida di Matteo Renzi, ha messo la etichetta del “Partito di Renzi”. Perchè con Renzi sarebbe impossibile diversamente. La sua forte personalità ed indole indubbiamente sapevamo lo avrebbe caratterizzato. E così in tanti volevamo. Ce n’era necessità, piaceva la forza espressa del cambiamento. ma non è bastato. Perchè dopo le parole, occorrono i fatti.

Si legge di un sondaggio di Demos-Coop chiamato la “Mappa delle Parole”, pubblicato sempre su repubblica, dove si può ben vedere quando sia distante ed isolata da tutte le parole quella della “politica”. Da parte, isolata e sola. Alla periferia del linguaggio pubblico. Laddove si va perchè delusi e stanchi di una politica ancora legata ai vecchi sistemi, ancorata al passato, checchè si dica, e nonostante. Ecco, è da lì che deve uscire. Che si deve uscire se si vuole davvero recuperare.

Perché anche se tutti quanti, in fondo, abbiamo bisogno del leader, della guida forte e decisa, sempre più spesso la loro esuberanza, nella vita pubblica e sui media, oggi suscita sdegno e stanchezza. Soprattutto la mancanza, poi, di decisionismo e di forza politica di fronte all’aggravarsi dei problemi economici e sociali sempre più emergenti, nonostante si dica che il Pil cresce. I cittadini non lo avvertono, non lo vivono sulla propria pelle, vivono ben altro. Quando nella società emerge prepotentemente il clima dell’insicurezza sociale, che genere aggressività e violenza, e la sfiducia verso le istituzioni, c’è necessità di una politica forte di quegli stessi contenuti annunciati dal leader stesso di riferimento. Forse è vero che questo è il tempo dei “partiti impersonali”, cioè senza la rappresentatività dei leader. Che siamo tutti stanchi di proclami e di annuncite, di ambizioni che suscitano emozioni e scroscio di applausi. Si ha voglia di serenità, calma, e forte decisionismo. Il calo dei leader c’è.

Da Berlusconi a Grillo ( che oggi non è più quello di un tempo) e poi per finire, Renzi. Non è più il tempo dell’uomo al comando. I cittadini non votano più, lo abbiamo ben visto chiaramente via via che si sono presentate le tornate elettorali. Disamorati, lontani, isolati e sofferenti. Non hanno più voglia di lottare e sperare, credere nella politica perchè delusi da tutti, e l’unica cosa che si sente affermare è “ Tanto sono tutti uguali”. La gente vuole risposte! Lo si capisce ? I discorsi, seppur bellissimi, non portano più neppure consensi. Lo abbiamo visto. Però un leader serve, senza, onestamente, dove andremo? C’è da chiederselo, perchè un partito impersonale, come si dice, non disegna certo un futuro politico chiaro e deciso. Consente uno spazio aperto, senza più confini da difendere. Dove tutti hanno il potere di decidere, e di dirottare la politica dove meglio conviene. Dove tutto è possibile, persino le alleanze più impensate. Anche in Francia, un Macròn ha sicuramente rappresentato il cambiamento ed un perimetro ampio, aperto e pluralista, è lui, il leader, e mette in connessione tanti aspetti. C’è bisogno di questo, forza, ma apertura. Forse è il tempo anche da noi di creare una forza diversa e moderna, dialogante e non trincerata, che possa produrre cose davvero importanti, attraverso una rappresentanza trasversale, che premi il merito e le competenze e non “ i soliti noti”. Girate i territori, cari politici, perchè sarete sorpresi da quanti sono molto più capaci di tanti di voi. Ed allora serve “capire” come intervenire, e dove. Non sono d’accordo nel concetto espresso da Bauman, che la politica così diventa “liquida”. Non è liquido il dialogo con tutti nella direzione del bene comune. Ascolto, ascolto e ascolto. E sintesi. Allora, ciò che serve oggi è, sì, un leader, ma non un “Capo”. Bensì un compagno di viaggio, una persona capace di rappresentare le nostre istanze, di dialogare con tutti. Indistintamente. Oggi non funziona più l’attacco frontale alle opposizioni, il dileggio pubblico e le battute continue ( neppure più tanto simpatiche) sui propri avversari, lasciamole a chi ha strutturato l’intero programma su questo, non chi fa politica seria. Ciò che occorre oggi è l’affermare le buone azioni, i programmi, gli obbiettivi certi, certi perchè ben strutturati, pensati e proposti insieme ai tanti che nei territori ci vivono e sentono sulla propria pelle ciò che andrebbe cambiato. Percorsi che nascono dal basso ma viaggiano alti e nelle mani di chi è capace di condurli. E parlo per tutti, beninteso. Ecco che serve un- una leader, colui, colei a cui va consegnato il grande compito. Il tesoro enorme di tutti i cittadini, la speranza. Oggi chi delude la speranza non ha futuro. E’ finito. E’ la speranza a permettere di sognare, a dare fiducia al futuro, perchè ricordando Nelson Mandela “ Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso”. Ma un leader forte e deciso, rappresentativo di tutta la collettività, non un Capo. Ne facciamo volentieri a meno.