Legge elettorale, Emanuele (Luiss): “Una riforma che penalizza i piccoli partiti e allontana gli elettori”
Un caso anomalo, quello dell’Italia, che ha il demerito, sostiene Vincenzo Emanuele – professore associato di Scienza politica all’Università Luiss Guido Carli di Roma e membro del comitato direttivo del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali) – di cambiare la legge elettorale praticamente a ogni legislatura.
“Siamo l’unico Paese in Europa che cerca continuamente di forzare i partiti verso un assetto bipolare, costringendo forze politiche diverse a stare insieme. Anche questa riforma va nella stessa direzione. Il premio di maggioranza rappresenta infatti un incentivo a creare coalizioni sempre più larghe“, dice il docente parlando ad Affaritaliani, a poche ore dal via libera dalla Camera con 227 sì.
Il premio di maggioranza non solo condizionerebbe, secondo la sua prospettiva, la formazione delle coalizioni, ma incentiverebbe la tendenza a unirsi per causa di forza maggiore. Un effetto riscontrato già nei collegi uninominali, ma con una differenza: “Questi sono relativamente piccoli e, soprattutto, sottopongono il candidato della coalizione al voto dell’elettore. In questo caso, abbiamo 70 deputati e 35 senatori assegnati attraverso un unico listone bloccato, che non è sottoposto al giudizio diretto dei votanti. Viviamo in un’epoca di disaffezione e astensionismo: non mi sembra questa la legge elettorale capace di richiamare gli elettori alle urne”, prosegue.
Le firme
Ci sono poi altri punti critici: “Uno, più grave, riguarda le firme necessarie per presentare le liste, che vengono quadruplicate rispetto a prima. È un aspetto particolarmente problematico perché rischia di creare una forte disuguaglianza tra le forze politiche: complessivamente, per la Camera, si arriverebbe a dover raccogliere circa 300 mila firme, una quantità superiore all’1% dei voti validi. A questo si aggiunge il fatto che non sono previste firme digitali, ma esclusivamente cartacee, un punto che rende la procedura ancora più complessa”, è l’analisi del docente.
Quanto alle preferenze, “il sistema compie dei passi avanti, ma la quota di eletti attraverso le preferenze, per come è configurata la legge, riguarderà soprattutto i grandi partiti. Quelli più piccoli, invece, eleggeranno attraverso liste bloccate, perché in alcuni collegi scatterà un solo seggio e sarà quindi il capolista a risultare eletto. Si crea, così, una discrepanza, con l’elettore del partito grande che può davvero esprimere preferenze, e quello del partito piccolo no. In regioni come Basilicata e Molise, ad esempio, dove sono disponibili soltanto due o tre seggi, gli elettori possono già sapere che, di fatto, le preferenze avranno un peso molto limitato”.
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A uscirne indebolito anche il tema della rappresentanza di genere: “I capilista potrebbero essere tutti uomini, dal momento che non è prevista una norma specifica a tutela dell’equilibrio di genere. Sappiamo, poi, che le donne hanno sempre sofferto nel voto di preferenza”, osserva il docente. Anche il funzionamento del premio di maggioranza deve poi essere letto alla luce della soglia prevista: “Se nessuna coalizione raggiunge il 42%, cosa probabile, il sistema finisce per funzionare sostanzialmente come un proporzionale”.
Ma cosa accade, adesso? “Il primo passaggio sarà quello della promulgazione da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che potrebbe esprimere perplessità sulla mancata possibilità di ricorrere alle firme in maniera digitale. Successivamente fioccheranno i ricorsi alla Corte costituzionale. Se si votasse ad aprile, la Corte difficilmente riuscirebbe a pronunciarsi prima delle elezioni; con elezioni previste a settembre o ottobre, invece, ci sarebbe maggiore spazio per un eventuale intervento”, prosegue il docente. Sta di fatto che “i continui cambiamenti finiscono per rendere il sistema sempre più difficile da comprendere. Il risultato è che il cittadino va a votare capendo solo il 10%”, conclude.


