La bufera che con le inchieste giudiziarie ha colpito Roma e Milano mette in campo i drappelli dei fan contrapposti pro e contro i magistrati e pro e contro i politici lasciando basiti gli italiani spettatori di uno scontro fra “predatori” sulla pelle del Paese spolpato. Scomodando Ennio Flaiano: “La situazione in Italia è grave ma non è seria”. C’è persino da rimpiangere l’epoca dominata dalle ideologie quando ognuno si rintanava nel proprio fortino, o sotto lo Scudo crociato o all’ombra delle Bandiere rosse, certo di stare al sicuro e dalla parte giusta. Dove ti rifugi, adesso, quando il fiume carsico della corruzione politica che mina le fondamenta della competizione imprenditoriale e il vivere civile torna a riemergere più ramificato e rigoglioso infettando l’Italia al pari di un virus inestinguibile?
Come all’epoca di Tangentopoli quando ad ogni tintinnar delle manette c’era chi si fregava le mani perché un “avversario” di un altro partito o di un’altra corrente finiva in gattabuia oggi la casta unita nella “conventio ad excludendum” contro il M5S (i renziani, i berlusconiani, i salviniani ecc.) gode per il caos in Campidoglio, nella convinzione che per il movimento grillino sia la cartina del tornasole della sua inconsistenza e inaffidabilità, bruciando il proprio valore aggiunto, quello dell’onestà, perno e volano della diversità. Così come non erano i fallimenti del comunismo reale a minare le basi del consenso di massa del Pci della “via italiana al socialismo” non sono i colpi delle inchieste giudiziarie sui singoli esponenti a mettere ko il M5S. Grillo manda giù rospi ma sa bene che non deve preoccuparsi degli altri partiti, non in grado di dare lezioni a nessuno perché tutti, più o meno, inchiodati nel discredito, sotto inchiesta e con l’acqua alla gola.
Essere indagato, comunque, non significa essere colpevole e gli avvisi di garanzia non sono una condanna ben sapendo quanto strabismo c’è stato e c’è nell’intervento della magistratura nella vita politica e istituzionale rendendo spesso inaffidabili i tribunali e minando la credibilità degli stessi avvisi di garanzia, il più delle volte conclusi in una bolla di sapone, con assoluzioni. Sotto tiro non c’è solo Roma ma anche Milano, cioè la fortezza dei municipi baluardo del “fu renzismo” e della “sua” Italia dei sindaci eletti direttamente dal popolo, “onesti e capaci”, da portare in carrozza a Roma. Non c’è dubbio che ci sono migliaia di sindaci in prima linea, alcuni da medaglia, sfidando anche i rischi di una legislazione e di una burocrazia farlocche spesso trabocchetti per i primi cittadini.
Ma il mito del sindaco è crollato e la stagione degli anni ‘90 dei sindaci eroi solitari del fare contrapposti allo strapotere dei partiti-apparati, cittadini con la fascia tricolore espressione di un nuovo rinascimento con i municipi valore ed esempio per il buon governo del Paese, è svanita come neve al sole, stretti dalla tenaglia di governi che scaricano sul territorio i propri limiti. Il premier-segretario Matteo, ex sindaco, puntò proprio sul Senato composto dai sindaci delle città capoluogo per affermare la nuova stagione delle riforme istituzionali, esempio del superamento del crinale fra il vecchiume della prima e seconda repubblica e il nuovo rappresentato dal renzismo. Si sa come, almeno per ora, tutto ciò sia solo un ricordo: il governo del “rottamatore” è crollato sotto la valanga del NO nel referendum del 4 dicembre e il “buon governo” dei sindaci annaspa fra bilanci in rosso e tintinnar delle manette.
Il “Vergognatevi!” dei cittadini sotto il Campidoglio è stato la prima risposta spontanea contro la Raggi e contro il M5S, l’iceberg di un senso di delusione, di sdegno e di protesta che, al di là della difesa delle rispettive tifoserie, cova e si estende oltre i confini di un singolo partito per andare contro la politica in un Paese dove prevale la politica del demerito altrui e il sistema di corruzione e degli illeciti regna sovrano ed è tutto meno che un incidente di percorso rappresentando invece il “testimone” fra le cricche politiche di più generazioni, il “collante” del marcio contenuto nella prima e nella seconda Repubblica. Si ha un bel dire di non gettar fango sulla politica e sui suoi esponenti quando molti di questi, invece di dedicarsi al bene comune, si distinguono negli intrighi e nel malaffare. La magistratura c’è, bene o male, e copre il vuoto assordante della politica. Così lo stato di emergenza è diventato la normalità e lo Stato – delle assemblee elettive e del governo – non si sa bene dove sta e cosa fa.
