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Manovra, Gubitosa (M5S): “Meloni trova 14,4 miliardi per le armi, ma lascia le briciole a famiglie e sanità”

Il pentastellato ad Affaritaliani attacca la legge di Bilancio e propone una vera tassa sugli extraprofitti, taglio dell’Irpef e più risorse per famiglie e imprese: “La coperta corta è una menzogna”

Manovra, Gubitosa (M5S): “Meloni trova 14,4 miliardi per le armi, ma lascia le briciole a famiglie e sanità”

Manovra, l’affondo di Gubitosa (M5s): “Banche e armi, il governo ha scelto da che parte stare”

La legge di Bilancio finisce nel mirino del Movimento 5 Stelle. Per Michele Gubitosa, deputato pentastellato, la manovra del governo Meloni è “misera, povera di risorse e di idee” e conferma una precisa scala di priorità: da una parte il riarmo, dall’altra famiglie, imprese e servizi pubblici lasciati in difficoltà. Nel mirino c’è soprattutto lo stanziamento da 14,4 miliardi di euro in due anni per la difesa: risorse che, secondo Gubitosa, dovrebbero essere destinate alla sanità pubblica e al sostegno dei redditi. L’intervista ad Affaritaliani.

Quali sono le prime due scelte del governo che cambierebbe? E quali spese ridurrebbe per finanziare le sue priorità?

È piuttosto facile rispondere che cancellerei tutto e ripartirei da zero. Se però devo scegliere, partirei sicuramente dall’eliminazione dello scostamento di bilancio dedicato alla difesa. Viviamo un momento in cui il Paese affonda, l’inflazione al 4,2% a settembre e il carovita strozzano gli italiani, il potere d’acquisto dei loro stipendi ha perso quasi il 10% rispetto a quando si è insediata Meloni, gli scaffali dei supermercati sono vuoti, per fare il pieno di benzina serve un mutuo, la crescita è al palo, la produzione industriale crolla da tre anni consecutivi e la pressione fiscale è schizzata al 43%, record negli ultimi dieci anni. E il governo cosa fa? Pensa bene di stanziare 14,4 miliardi in due anni per le armi.

È una follia. Anche perché, nel frattempo, non si fa niente per i redditi degli italiani, per le imprese, per i più fragili. Si mettono briciole sulla sanità, con tagli continui in termini di definanziamento, arrivati ormai a 20 miliardi dall’insediamento di Meloni. E la differenza tra il fondo sanitario nazionale e la spesa effettiva è, guarda caso, di 14 miliardi, che ricadranno sui bilanci delle Regioni e, a cascata, sulle tasche dei cittadini. Forse, invece di fare uno scostamento di 14 miliardi per le armi, si potrebbe darli alla sanità pubblica. Noi proponiamo un fondo di perequazione finanziato dalla sanità privata per abbattere le liste d’attesa: questo è fare gli interessi degli italiani. Il governo, invece, preferisce ingrassare i produttori di armi, le banche e i colossi dell’energia.

Sul contributo richiesto a banche e assicurazioni, quale alternativa proporrebbe per reperire le risorse necessarie, evitando che i costi vengano trasferiti su correntisti e clienti?

Si tratta di un falso problema, perché il governo non ha mai davvero pensato a una tassa sugli extraprofitti, come quella che noi chiediamo da anni. Quello che fa Meloni è il gioco delle tre carte, un anticipo sulle imposte, una semplice partita di giro che peraltro ricadrà sul prossimo esecutivo. Nel frattempo, la maggioranza si scanna sugli extraprofitti, perché la Lega finge di volerli mentre Forza Italia parla di misura bolscevica. Qual è la linea di Meloni? Forse dovrebbe chiarirlo, così come dovrebbe chiarirci perché chiede all’Europa una tassa sugli extraprofitti energetici, ma in Italia non la vuole fare. La Ue è stata chiara: spetta ai singoli Stati. Quindi la possibilità esiste, quello che manca è la volontà politica di un governo debole e senza visione, che è costretto ad affidarsi alle iniziative delle singole compagnie sul price cap, in ogni caso subito neutralizzate dall’incapacità dell’esecutivo stesso, che prima ha fatto cassa sui cittadini alzando le accise e poi ha collezionato un flop dietro l’altro sul tema.

Se dovesse scegliere tra un taglio dell’Irpef per il ceto medio e destinare le stesse risorse alla sanità pubblica e al sostegno dei redditi più bassi, quale sarebbe la sua priorità e perché?

La scelta presuppone che non ci siano risorse sufficienti per fare entrambe le cose, ma non è così. È semplicemente una questione di priorità: per noi sono famiglie e imprese, per Meloni sono armi e banche. Nel programma che grazie a Nova abbiamo messo a disposizione del campo progressista abbiamo spiegato la nostra visione: c’è il reddito 2.0, c’è il taglio dell’Irpef con il raddoppio della no tax area a tutela dei più fragili, c’è una scala mobile fiscale a tutela del ceto medio e c’è il finanziamento della sanità pubblica in linea con la media Ue.

Ma c’è anche altro: rivediamo i folli stanziamenti per la difesa, aumentiamo la tassazione sulle transazioni finanziarie speculative e sulle grandi rendite finanziarie, potenziamo il contrasto tecnologico all’evasione fiscale, cancelliamo la follia del Ponte sullo Stretto e costruiamo un ponte sul futuro dei nostri giovani mettendo quei 13,5 miliardi sulle scuole, garantiamo il diritto alla malattia e alla maternità anche alle Partite IVA e ai commercianti, stanziamo risorse per le famiglie che vogliono comprare una casa o fare un figlio. Tutte categorie ignorate dal governo, sacrificate sull’altare del riarmo a tutti i costi. Parlano di coperta corta, ma è la solita menzogna. Il problema è che Meloni ha scelto di usare la coperta per tenere al caldo chi le interessava, ma ha lasciato al freddo la maggior parte degli italiani.

In generale, è una manovra che “fa acqua” da tutte le parti?

È una manovra misera, povera di risorse e di idee. Una manovrina che nasce morta e che rappresenta il manifesto di quattro anni di governo Meloni: debole con i forti e forte con i deboli. Veniamo da quattro anni di austerità che famiglie e imprese stanno pagando sulla loro pelle, perché Meloni ha voluto firmare il Patto di Stabilità, mortifero per gli investimenti, trovando spazi di bilancio a debito solo per continuare a buttare miliardi su miliardi nelle armi. E dopo quattro anni in cui gli italiani sono stati costretti a stringere la cinghia, l’affossamento della crescita non ha nemmeno permesso di rientrare sotto il 3% di deficit/pil nel 2025.

In sostanza, ci aspetta la quinta manovra di austerity, se facciamo eccezione per i 14,4 miliardi in due anni per le armi, perché per quelle Meloni i soldi li trova sempre. E, ciò nonostante, siamo ultimi in tutte le classifiche di crescita, fanalino di coda del G7 e penultimi in Europa, mentre siamo primi per debito. Non ne hanno azzeccata una, farebbero bene a ritrovare un briciolo di dignità, farsi da parte e lasciare il Paese a chi ha già dimostrato di saper fare davvero gli interessi degli italiani.

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