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Politica

Di Tommaso Cinquemani
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Alla fine Pierluigi Bersani si è arreso: il Movimento 5 Stelle non voterà a favore di un governo Pd e neppure scenderà a patti su assenze strategiche o astensioni al momento del voto. Con questa convinzione il segretario del Pd si è presentato alla Direzione del partito, preceduto da una introduzione di Enrico Letta. Bersani ha così illustrato il suo cambio di rotta: non più solo dialogo con i 5 Stelle, niente scouting, ma aperture a tutti. Bersani ha rivolto ai partiti, nessuno escluso, un appello a non impedire la nascita del governo. In una Direzione di 45 minuti, chiusa in gran fretta per sottolineare l'unità del partito, il segretario ha chiamato le forze politiche ad appoggiare, ciascuno per ciò che può, la strategia del doppio registro. Da un lato la formazione di un esecutivo non strettamente politico, che abbia al suo interno nomi capaci di catalizzare consensi trasversali. Dall'altro le riforme istituzionali: riduzione del numero dei parlamentari in primis.
 

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In quest'ottica i colloqui più proficui potrebbero essere quelli con il Pdl e la Lega. Da giorni gli sherpa del segretario (nella persona di Vasco Errani) dialogano con il Carroccio nel tentativo di trovare un accordo. "Dipende tutto se c'è qualcuno che vuol bene a Bersani e gli dice che se giovedì si presenta da Napolitano senza avere i numeri ha chiuso", fa sapere Roberto Maroni che rimarca l'alleanza con il Pdl e la loro comunità d'intenti. Le aperture del Pd non devono essere lette come un tentativo di dividere i due alleati, ma come l'offerta di una alleanza a geometria variabile. Secondo quanto può riferire Affaritaliani.it il Pd sarebbe disposto ad alcune concessioni alla Lega in cambio di un voto di fiducia diretto e all'astensione del Pdl. Una strategia concordata con il Cavaliere. La Lega porterebbe a casa così il rinvio delle elezioni (eventualità che fa paura al Carroccio) e lo sblocco dei crediti alle imprese. Il Pdl invece una maggiore disponibilità sulla scelta del nome del nuovo inquilino del Colle.

Anche i montiani dovrebbero essere della partita. Anche se i rapporti con il Carroccio non sono buoni, per il Professore la priorità è la formazione di un governo che sia capace di affrontare il nodo delle riforme. Nonché rimandare il più possibile la data del voto, in modo che negli italiani si affievolisca il ricordo delle misure 'lacrime e sangue'. Un governo siffatto certo non potrebbe andare lontano. L'arco temporale è quello necessario a completare le riforme costituzionali, 12 mesi o poco più. Poi tutti di nuovo al voto. Sempre che la Lega e Pdl firmino l'accordo, e non è affatto scontato.
 

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