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Massimo D’Alema racconta gli anni della militanza: le botte della polizia, la coltellata di un fascista e l’incontro con Berlinguer

Nel libro ‘Eravamo comunisti’ l’ex premier ricorda Berlinguer, Castro e Togliatti, le cariche del ’68 e la ferita alla mano

Massimo D’Alema racconta gli anni della militanza: le botte della polizia, la coltellata di un fascista e l’incontro con Berlinguer
Foto Lapresse

Massimo D’Alema torna agli anni della militanza politica giovanile e racconta le cariche della polizia, una coltellata durante una rissa e gli incontri con alcuni dei protagonisti del comunismo del Novecento. I ricordi accompagnano l’uscita del suo libro Eravamo comunisti, pubblicato da Feltrinelli.

Nel racconto anche la telefonata con Berlinguer, Fidel armato a Cuba e il consiglio di Togliatti

Le prime botte arrivarono nel 1967, durante una manifestazione in difesa della democrazia greca. D’Alema lo racconta nell’intervista al Corriere della Sera: “Le prime botte dalla polizia le presi nel 1967 – aggiunge -, in un corteo in difesa della democrazia greca”.

Pochi mesi dopo, all’inizio del 1968, arrivarono anche le manganellate a Pisa. “La prima grande manifestazione a Pisa fu all’inizio del ’68 – afferma ancora -. La polizia ci caricò brutalmente, presi un sacco di manganellate. Più tardi un vecchio compagno della Fiat mi spiegò come fare: ‘Non scappare, non chinare la testa, guardali. È più difficile picchiare uno che ti guarda in faccia. Se devi ritirarti, muoviti senza voltare le spalle’. Funzionava”. Nella sua ricostruzione c’è anche una coltellata ricevuta durante una rissa con un fascista, che gli lasciò una cicatrice a un dito. “Vede questa cicatrice? Nella rissa uno tirò fuori un coltello – racconta ancora D’Alema -, io mi protessi con la mano, il colpo mi aprì un dito. Da allora ci rispettammo, ci salutavamo da lontano”.

Il libro riporta D’Alema anche agli incontri con i dirigenti del Pci. Di Enrico Berlinguer conserva il ricordo di “Un uomo di una fermezza assoluta. Molto garbato e molto deciso. Non era la fragilità corazzata di arroganza; era la testardaggine avvolta dalla gentilezza”.

Con Berlinguer ci fu anche una telefonata rimasta nella memoria dei giovani comunisti. “Arriva una telefonata di prima mattina – racconta D’Alema -: è un compagno che vuole sapere tutto sulla manifestazione a Cosenza. Non sono di buon umore e rispondo: ‘Senti, compagno, tra un po’ arriva Guerzoni e ti spiega. Io sarei D’Alema e ho anche da fare’. E lui: ‘Io sarei Berlinguer. E anche io, dopo, avrei da fare’. Commisi un secondo errore, e lo raccontai. ‘Sarei Berlinguer se non disturbo’ diventò un mantra tra i giovani comunisti”.

Diverso il ricordo di Fidel Castro, incontrato prima da giovane dirigente e poi, nel 2000, da presidente del Consiglio. “Istrione, simpatico – aggiunge D’Alema parlando di Fidel Castro -. Ci diede appuntamento in un locale notturno, arrivò armato, posò il cinturone con la pistola e ci parlò a lungo. Lo rividi nel 2000, da presidente del Consiglio: ‘Torna a Cuba, compañero D’Alema!’”.

Di Palmiro Togliatti, D’Alema ricorda invece l’attenzione verso i giovani militanti e un consiglio molto concreto. “Curioso – afferma ancora l’ex premier -. Gentile. Ci ascoltò, ci fece molte domande: cosa fate? quanti iscritti avete? Poi ci disse: “Occupate la sede. Forzate la saracinesca con un piede di porco””.

Nell’intervista compare infine Adriano Sofri, definito da D’Alema “Affascinante. Soreliano, con una forte carica di vitalismo”. Alla domanda se lo ritenga il mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, l’ex premier non dà una risposta affermativa: “Non lo so. So che è stato uno dei pochi protagonisti di quella stagione a pagare”.

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