La nuova partita di Meloni per il 2027: costruire il polo conservatore e allargare il centrodestra. L’analisi
C’è un movimento sotterraneo nella politica italiana che potrebbe ridisegnare gli equilibri della prossima legislatura. Mentre il centrosinistra continua a fare i conti con le profonde divisioni tra l’anima riformista e quella più radicale rappresentata da Elly Schlein, Giorgia Meloni sembra guardare oltre i tradizionali confini del centrodestra, con l’obiettivo di costruire quel grande polo conservatore e liberale che in Italia, a differenza di altri Paesi europei, non è mai realmente esistito. Certo, forse il processo che da tempo alberga nella mente di Giorgia Meloni ha subito un’accelerazione. La nascita del partito di Vannacci e le crescenti difficoltà dei suoi alleati – Lega e soprattutto Forza Italia – stanno probabilmente imprimendo una spinta ulteriore al disegno meloniano.
All’interno del partito di via della Scrofa si fa largo l’idea che sia arrivato il momento di dare sempre più forma e concretezza al progetto di costruire un grande partito conservatore italiano. Una formazione conservatrice sui temi dell’identità, della famiglia e della sicurezza, ma favorevole all’economia di mercato e al sostegno alle imprese; atlantista, quindi favorevole alla NATO e al rapporto con gli Stati Uniti, e orientata a contrastare un’integrazione europea ritenuta eccessivamente centralizzata. Ed è proprio su questo che, sempre secondo i bene informati, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Ue, starebbe lavorando da tempo. Certo, fino a oggi di confluire nel Partito Popolare Europeo non se ne parla, ma domani chissà. Per ora, infatti, l’obiettivo appare quello di rendere ECR un interlocutore sempre più necessario, favorendo una collaborazione tra popolari e conservatori su temi come competitività, immigrazione, sicurezza, industria ed energia, con i Conservatori destinati a consolidarsi come seconda grande forza del centrodestra europeo. Perché il risultato finale, come ben sa una leader lungimirante come Giorgia Meloni, va raggiunto a tappe. E quindi, almeno per ora, non è in gioco la tenuta del centrodestra, che rimane solida e compatta. Le incognite, però, cominciano a diventare tante, forse troppe.
Fratelli d’Italia è ormai il perno della coalizione e Meloni sa che, se vorrà governare anche nella prossima legislatura con maggiore stabilità, dovrà ampliare il proprio bacino elettorale verso quell’area moderata, europeista e riformista che oggi fatica a riconoscersi sia nella sinistra sia nell’attuale offerta centrista. In questa prospettiva non sorprende il dialogo, almeno su singoli temi, con esponenti dell’area liberale e riformista come Luigi Marattin, Carlo Calenda e Pina Picierno, che hanno spesso assunto posizioni distanti da quelle del cosiddetto “campo largo”, soprattutto su industria, difesa, politica estera e competitività. L’idea di fondo appare chiara, come spiega un deputato meloniano di lungo corso: “Costruire un’area conservatrice moderna, simile a quelle che governano in molti Paesi europei, capace di tenere insieme il tradizionale elettorato del centrodestra e una parte del riformismo liberale che non condivide l’impostazione più massimalista della segreteria Schlein”.
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Anche i rapporti interni alla coalizione potrebbero allora evolvere. Forza Italia attraversa una fase di riflessione sul proprio futuro e sul ricambio della classe dirigente. Il dibattito sulla successione ad Antonio Tajani esiste da tempo negli ambienti politici e giornalistici, ma allo stato attuale non vi sono decisioni ufficiali né indicazioni pubbliche sui futuri assetti del partito. È però evidente che l’evoluzione di Forza Italia influenzerà anche gli equilibri del centrodestra. Parallelamente, Meloni sembra voler consolidare il profilo istituzionale e di governo di Fratelli d’Italia. In quest’ottica, l’obiettivo appare quindi quello di rafforzare un’identità conservatrice, europea e di governo, capace di parlare anche al ceto produttivo, ai professionisti e agli elettori moderati. Una strategia che potrebbe privilegiare l’allargamento verso il centro rispetto a un ulteriore spostamento a destra.
Non è un caso che i temi su cui Palazzo Chigi insiste maggiormente siano quelli della politica industriale, del lavoro, della competitività, della sicurezza energetica e della credibilità internazionale: argomenti tradizionalmente in grado di attrarre anche una parte dell’elettorato moderato. E la sua postura in Europa rappresenta plasticamente questa evoluzione in corso, che mira a dissipare definitivamente i dubbi che ancora aleggiano sulle fantasiose connessioni con una destra nostalgica. In questo senso, sta prendendo quota l’idea che la nascita di Futuro Nazionale, paradossalmente, potrebbe aiutare il partito della Meloni a smarcarsi definitivamente da un certo mondo ambiguo che rincorre ancora idee eccessivamente estremiste e sovraniste.
Il partito democratico
L’altra faccia della medaglia è il Partito Democratico. La linea politica di Elly Schlein continua a suscitare perplessità in una parte dell’area riformista, soprattutto tra amministratori locali e dirigenti che rivendicano una cultura di governo più pragmatica. Figure come Giorgio Gori hanno espresso in diverse occasioni posizioni autonome rispetto alla segreteria su alcuni temi economici e industriali, alimentando il dibattito interno al partito. Cosi come Graziano del Rio o Piero Fassino, per non parlare di Lorenzo Guerini, che qualcuno considera già con un piede fuori dal Pd. Da qui a immaginare futuri approdi nel centrodestra, però, il passo è lungo e, allo stato, puramente ipotetico. La vera partita, insomma, potrebbe non essere tanto quella delle alleanze tradizionali, quanto quella della ridefinizione dello spazio politico centrale. Se Meloni riuscirà ad attrarre parte dell’elettorato moderato senza rompere gli equilibri della propria coalizione, potrebbe allora dare vita a quel grande partito conservatore che si rivolga non solo al proprio elettorato tradizionale, ma anche a quel mondo moderato e liberale che oggi non si riconosce né nel massimalismo della sinistra di Elly Schlein né nei populismi.
Se questo progetto dovesse prendere forma, potrebbero cambiare anche gli assetti parlamentari della prossima legislatura. Non sarebbe la prima volta che, dopo il voto, la politica italiana conosce nuove convergenze. E non è escluso che una parte del riformismo oggi a disagio nel Partito Democratico possa guardare con interesse a un’area conservatrice moderna, pragmatica ed europeista. Sarebbe la consacrazione definitiva della leadership di Meloni e, allo stesso tempo, l’inizio di una nuova fase politica nella quale il tradizionale schema destra-sinistra potrebbe lasciare spazio a una contrapposizione diversa: da una parte chi punta sulla cultura di governo, sull’impresa e sulla competitività; dall’altra chi continua a inseguire un’alleanza eterogenea tenuta insieme più dall’opposizione alla premier che da una comune visione del Paese.

