La vittoria alle suppletive di Reggio di Fabio Roscioli consegna tre indicazioni politiche precise: il centrodestra può vincere anche senza Vannacci, la somma delle opposizioni non è sufficiente a batterlo e Futuro Nazionale dispone di uno spazio elettorale reale, ma ancora lontano dalle ambizioni dichiarate dal suo leader. A Palazzo Chigi il voto era seguito con attenzione e con un pizzico di apprensione. La crescita di Futuro Nazionale nei sondaggi aveva aperto un interrogativo sulla tenuta del perimetro tradizionale della coalizione.
Alcune recenti iniziative del governo sui temi dell’identità, della sicurezza e dell’integrazione scolastica, compreso il tetto agli alunni stranieri nelle classi, sono state lette anche come il tentativo di non lasciare al generale il monopolio delle parole d’ordine della destra. Il risultato calabrese riduce l’allarme immediato, ma non elimina il problema politico. “La tentazione di inseguire Vannacci sui toni sarebbe comprensibile, ma rischierebbe di giocare sul terreno scelto da lui. Una risposta più efficace potrebbe essere contendergli la rappresentanza della destra: parlare di sicurezza, identità nazionale, confini e interesse italiano con la credibilità di chi governa e con il linguaggio di una destra conservatrice capace di rivolgersi anche all’elettorato moderato”, dice un esponente di spicco di Fratelli d’Italia.
Da qui l’ipotesi, valutata negli ambienti vicini alla premier, di non anticipare il voto e puntare alla scadenza della legislatura. Per contendere a Vannacci la rappresentanza della destra, mantenendo una linea affidabile sul piano europeo, economico e internazionale, serve tempo, anche per evitare decisioni affrettate che finirebbero per rafforzare lo stesso generale. Da questa esigenza prende sempre più corpo, ascoltando le voci dei maggiorenti di Fdi, l’ipotesi in campo da tempo, di dare vita ad grande partito conservatore. “Non si tratta, come qualcuno pensa, di una semplice fusione concordata tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, né la nascita imminente di un nuovo soggetto unico. Il progetto va inteso in modo più ampio: fare di Fratelli d’Italia il perno di un’area politica capace di riunire le diverse culture del centrodestra, consolidando attorno alla leadership di Meloni un blocco che vada dalla destra identitaria al cattolicesimo popolare, dal liberalismo economico al riformismo moderato”, spiega un maggiorente del partito, vicinissimo alla premier.
L’obiettivo non sarebbe quindi semplicemente sommare le sigle esistenti, ma un progetto di più ampio respiro a cui la premier lavora sottotraccia da tempo. Un partito conservatore competitivo dovrebbe costruire una comune identità di governo e offrire una linea riconoscibile sui principali dossier. In questa impostazione, la destra non rinuncia ai propri temi, ma prova a tradurli in decisioni compatibili con la responsabilità di guidare il Paese. Il modello politico sarebbe quello di una forza a vocazione maggioritaria, non di un partito di testimonianza.
Meloni punterebbe cioè a occupare contemporaneamente il centro e la destra del sistema: trattenere gli elettori attratti dai messaggi di Vannacci senza adottarne le posizioni più divisive e, nello stesso tempo, rassicurare imprese, ceto medio e mondo produttivo sulla continuità europea e atlantica dell’Italia. La costruzione avrebbe anche una dimensione europea. Meloni ha investito negli ultimi anni sul rafforzamento della famiglia conservatrice e sul dialogo con il Partito popolare europeo. E per fare ciò ha utilizzato uno dei suoi uomini, l’attuale vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto che per anni ha contribuito a far crescere i conservatori europei, rendendoli un partito credibile ed autorevole. La distanza da Vannacci emergerebbe soprattutto nella capacità di tenere insieme sovranità nazionale, alleanze occidentali e presenza nei luoghi in cui vengono assunte le decisioni europee. Gli ostacoli sono evidenti.
Forza Italia non vuole perdere la propria identità moderata e popolare; la Lega difficilmente accetterebbe di essere assorbita in un contenitore guidato da Fratelli d’Italia; leadership, interessi territoriali e culture politiche restano differenti. Per questo è più realistico immaginare, almeno in una prima fase, una federazione politica e programmatica. Una legislatura portata alla sua scadenza naturale darebbe a Meloni il tempo necessario per dara l’avvio a questa operazione. Il 16 settembre la presidente del Consiglio ha dichiarato di voler arrivare fino alla fine, finché potrà contare su una maggioranza solida. La scelta di non anticipare le elezioni avrebbe anche un vantaggio tattico: costringere gli avversari a sciogliere le proprie contraddizioni e verificare se la spinta iniziale di Futuro Nazionale sia destinata a consolidarsi oppure a perdere intensità. Il tempo, infatti, può lavorare contro Vannacci. Il 10,94% ottenuto a Reggio Calabria rappresenta un esordio rilevante, ma è molto distante dal paragone con l’AfD in Sassonia evocato nelle settimane precedenti. Soprattutto, una suppletiva combattuta in un solo collegio non dimostra ancora la capacità di costruire un partito nazionale. Futuro Nazionale dovrà presentare candidati credibili in tutto il Paese, organizzare una classe dirigente, definire il rapporto con il centrodestra e chiarire le divergenze con il governo sui dossier decisivi, a cominciare dall’Ucraina e dalla politica estera.
Il possibile logoramento nasce proprio dal passaggio dalla novità alla prova dell’organizzazione. Finché Vannacci resta una figura fortemente personalizzata può concentrare il voto di protesta e beneficiare della visibilità mediatica; con il trascorrere dei mesi, però, dovrà dimostrare di saper trasformare quel consenso in presenza territoriale, candidature affidabili e una linea coerente su economia, alleanze e governo. La stessa collocazione rispetto al centrodestra può diventare un punto di tensione: restare all’opposizione della coalizione ne conserva il profilo di rottura, ma rende più difficile presentarsi come forza capace di incidere; avvicinarsi alla maggioranza, invece, rischia di attenuarne la spinta antisistema. Anche nel campo largo il tempo rischia di accentuare le divisioni. Giuseppe Conte dispone di una forza personale significativa e può rivendicare un ruolo nella scelta della leadership, mentre il Partito democratico resta la principale forza dell’opposizione e non intende rinunciare alla guida della coalizione. Il nodo delle primarie, del programma comune e dei rapporti internazionali non è ancora risolto. Più la legislatura si allunga, più il confronto tra Conte ed Elly Schlein può trasformarsi da competizione controllata in una contesa esplicita. I tormenti del campo largo non riguardano soltanto il nome del candidato a Palazzo Chigi. Pesano la definizione del perimetro della coalizione, il rapporto con le forze centriste, le differenze sulla politica estera e la difficoltà di costruire una piattaforma economica condivisa.
Ogni passaggio elettorale locale può riproporre lo stesso conflitto: il Pd rivendica il peso della propria organizzazione, il Movimento 5 Stelle difende la propria autonomia e gli alleati minori chiedono garanzie sulla rappresentanza. Senza un meccanismo riconosciuto per decidere leadership e programma, il rinvio non congela la contesa ma può moltiplicare veti e candidature alternative. In questo scenario, Conte potrebbe perfino valutare una corsa autonoma per presentare il Movimento 5 Stelle come la prima forza di opposizione e sottrarsi alle dinamiche interne del Pd. Sarebbe una scelta utile a rafforzarne il profilo, ma molto rischiosa sul piano elettorale: una legge fondata su un premio alla lista o alla coalizione più votata renderebbe ancora più costosa la frammentazione. L’autonomia di Conte e l’unità necessaria per contendere il governo al centrodestra spingono dunque in direzioni opposte.
Anche un’intesa raggiunta soltanto alla vigilia del voto potrebbe rivelarsi fragile: un’alleanza costruita per necessità elettorale, senza una preventiva convergenza sui dossier più sensibili, esporrebbe il campo largo a nuove divisioni durante la campagna. Per Conte il tempo offre dunque l’occasione di misurare i rapporti di forza, ma aumenta anche il rischio che la competizione con il Pd consumi la credibilità dell’alternativa prima ancora che venga definita. Il voto di Reggio Calabria non determina gli equilibri nazionali, ma rende più visibili le alternative. Meloni può evitare una campagna elettorale anticipata, lasciare che Conte e Schlein si contendano la leadership del campo largo e verificare la tenuta di Vannacci. Nel frattempo può provare a trasformare la stabilità del governo in una costruzione politica più duratura: non un semplice cartello elettorale, ma un’area conservatrice maggioritaria, riconoscibile sui temi identitari e credibile nell’esercizio del potere. Per la premier la sfida è questa: dimostrare che la destra può difendere i propri valori senza ridursi alla protesta e può allargare il consenso senza perdere identità. Se il progetto prenderà forma, il primo test elettorale di Futuro Nazionale potrebbe aver accelerato, suo malgrado, il tentativo di costruire attorno a Meloni il grande partito conservatore che in Italia non ha ancora trovato una forma stabile.


