Quirinale, la partita è cominciata. L’analisi
Giorgia Meloni non parla mai a caso. E quando decide di farlo, come l’altra sera in Tv, sul Quirinale, scegliendo parole misurate ma politicamente pesantissime, significa che il tema non è più soltanto materia per quirinalisti, retroscena parlamentari e cene riservate nei palazzi romani. È diventato un pezzo della strategia politica dei prossimi tre anni. La premier lo ha detto chiaramente: un presidente della Repubblica non di centrosinistra non deve più essere considerato un tabù.
E questa è di per sé una notizia per ben due motivi. Il primo è che difficilmente, malgrado quello che si pensi, sia lei a volersi candidare al Colle, e il secondo è perché la partita delle elezioni dalle parti di Palazzo Chigi è da considerarsi tutt’altro che persa. “Giorgia Meloni non vuole affatto correre per il Quirinale, non è una carica a cui lei tiene particolarmente, non è nelle sue corde e poi sa bene che il suo nome sarebbe certamente divisivo e poi se si pensa che nella storia repubblicana sono stati solo quattro i casi di ex presidenti del Consiglio poi eletti anche al Colle (Antonio Segni, Giovanni Leone, Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi). E questo per una che non lascia davvero nulla al caso ha un suo peso eccome”, dice un deputato di FdI vicinissimo alla Meloni.
Quirinale, la partita è ancora tutta aperta: i possibili nomi del Cdx
Il Quirinale, nella storia repubblicana, è sempre stato molto più di una carica istituzionale. È il luogo dell’equilibrio, della garanzia, della continuità dello Stato. Ma è anche il punto più alto del sistema politico. Per questo ogni volta che si avvicina la scadenza del mandato presidenziale, o anche solo quando cambia il quadro parlamentare, il “toto nomi” riparte con mesi, se non anni, di anticipo. Ma mai come questa volta, forse il centrodestra è convinto di potersi giocare le sue carte fino in fondo.
In verità, anche nel 2022, quando poi fu eletto per un secondo mandato Sergio Mattarella Matteo Salvini aveva il pallino in mano, ma il suo errore fu quello di fidarsi di chi come Conte e Renzi lo avevano illuso, per poi fregarlo all’ultimo curva. Salvini non ha voluto o saputo unire il centrodestra su un nome condiviso e cosi ha sprecato la sua grande occasione e proprio da lì è cominciato il lento declino suo e della Lega. Ora però c’è Giorgia Meloni a dare le carte, come leader indiscusso di un centrodestra certamente più unito di allora, ed ecco allora che l’esito potrebbe essere assi diverso. Ed è per questo che il campo largo sta lavorando fin d’ora per impedire che sia proprio lei a decidere le sorti di chi debba salire al Colle.
Naturalmente la partita è ancora lunga. Sergio Mattarella è stato rieletto nel 2022 e il suo mandato naturale arriva al 2029. Tuttavia il Parlamento che verrà eletto alle prossime politiche sarà, salvo sorprese, quello chiamato a eleggere il successore. Ecco perché la corsa al Colle è già entrata nella campagna elettorale permanente. Chi vincerà le prossime elezioni non si limiterà a governare: avrà un peso decisivo anche nella scelta del futuro presidente della Repubblica.
Nel centrodestra i nomi che circolano sono diversi e rispondono a logiche differenti, ma sono nomi che a parte La Russa (che ha già manifestato la sua intenzione di non partecipare alla contesa) e appunto Giorgia Meloni (che rimane più una suggestione che altro) si tratta di personalità che hanno comunque equilibrio, autorevolezza e soprattutto uno spirito che potrebbe anche raccogliere consensi al di fuori della loro coalizione. Il primo è Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, uomo forte e silenzioso di Palazzo Chigi. Cattolico, istituzionale, giurista, profilo di garanzia, Mantovano è il nome che potrebbe tranquillizzare una parte del sistema senza apparire come una resa. È molto vicino a Meloni, ma non è percepito come figura urlata o divisiva.
Per questo in molti lo considerano uno dei candidati più seri nel caso in cui servisse un profilo di centrodestra capace di parlare anche oltre i confini della maggioranza. Poi c’è Guido Crosetto. Il ministro della Difesa ha un peso specifico particolare: è tra i fondatori di Fratelli d’Italia, ma allo stesso tempo gode di una considerazione trasversale. È uomo di relazioni, industria, difesa, apparati, diplomazia. Nei mesi scorsi il suo nome è stato spesso accostato al Colle anche nei retroscena sul rapporto, talvolta competitivo, con Mantovano.
Ma è proprio questa loro presunta o reale rivalità, che potrebbe alla fine bruciarli. “Certamente c’è la possibilità che i due si annullino a vicenda. Crosetto non è certo un uomo di compromessi e più volte si è scontrato con Mantovano, ma anche con la stessa premier. Detto ciò, se dovessi giocarmi un nome, io punterei le mie fiches su Raffaele Fitto. Sul suo nome sono strasicuro che alla fine potrebbe convergere anche una buona parte del centro e anche qualche riformista del Pd”, dice un senatore di vecchio corso di Fdi. Il fatto che proprio nel 2029 finisca il mandato alla commissione di Fitto in effetti sembrerebbe essere un segnale che alla fine effettivamente lui potrebbe essere il nome su cui puntare. Ma di Fitto a Bruxelles si parla con insistenza anche di una sua possibile candidatura alla prossima presidenza della Commissione.
Sul fronte opposto, il centrosinistra guarda alla partita con preoccupazione. Poi certo in pista ci sarebbe anche Antonio Tajani, ma è assodato che il suo nome sta perdendo consenso anche nel suo stesso partito e quindi sembra avere davvero poche chance. Le opposizioni accusano Meloni di voler trasformare il Quirinale in un bottino politico, ma sanno bene che la vera questione saranno i numeri. Se il centrodestra dovesse ottenere una maggioranza ampia, l’argine politico sarebbe molto più difficile. Per questo il campo progressista prova a tenere in vita l’idea di un presidente “di garanzia”, non riconducibile direttamente alla destra.
Quirinale, dalla candidatura di Mario Draghi ai nomi della Sx
Nelle ultime ore sta prendendo piede una possibile candidatura di Mario Draghi (anche se certo non si può ascrivere al campo del centro sinistra) che come Fitto potrebbe mettere d’accordo un po’ tutti. Perché i nomi che si fanno come quello di Paolo Gentiloni, Pierferdinando Casini, Marta Cartabia, Pierluigi Bersani o Walter Veltroni (che non a caso da qualche mese ha cominciato ad interessarsi con maggiore convinzione alla politica) non sembrano per un motivo o per l’altro trovare una unità di intenti nel campo largo. Ci sarebbe anche Dario Franceschini che sta lavorando da almeno un anno sottotraccia a questo scopo, ma fonti riservate del Nazareno avrebbero fatto trapelare che Elly Schlein non sarebbe troppo propensa, anzi.
“È ormai evidente che i due mal si sopportano e il fatto che Dario stia facendo di tutto per convincere la Salis a correre per la leadership del centro sinistra, è fatto pro domo sua in proiezione Quirinale, nessuno fa niente per niente in politica”, dice un deputato riformista del Pd. Poi certo come già accaduto in passato in un campo come nell’altro alla fine potrebbe anche spuntare un outsider, come Belloni, Severino, Moratti Marcello Pera o Giulio Tremonti per il centro destra e Anna Finocchiaro, Andrea Riccardi, Vincenzo Visco o Giuliano Amato per il campo opposto.
Suggestioni, voci, indiscrezioni, tutto è molto fluido, ma il vero punto, però, è che questa volta il centrodestra non sembra intenzionato a partecipare alla partita solo per accettare un nome altrui. Meloni vuole rovesciare il paradigma: non più una destra chiamata a “convergere” su un candidato scelto da altri, ma una coalizione che rivendica il diritto di avanzare una propria proposta, magari capace di raccogliere consensi più larghi, ma non estranea alla propria storia politica. È qui che la frase della premier assume un valore strategico. Dire che un presidente della Repubblica di centrodestra non deve essere più un tabù significa parlare a un elettorato che per anni si è sentito escluso dalle stanze decisive del potere istituzionale. Significa dire che la destra non è più ospite della Repubblica, ma parte piena della sua architettura. Significa anche preparare il terreno a una campagna elettorale nella quale la posta in gioco non sarà soltanto il governo, ma l’intero assetto dei poteri costituzionali.

