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Politica

 

di Fabio Frabetti

LeonidaConIlMarito 

Nei salotti televisivi i politici parlano spesso di dignità del lavoro, di famiglia, di lotta al precariato. Poi invece addentrandosi nei meandri dei vari gruppi parlamentari emergono storie dove tutti questi valori improvvisamente sembrano dissolversi e dove vale la legge del più forte e dell'intoccabile.  Leonida Maria Tucci questo lo ha scoperto sulla sua pelle. Ucciso civilmente e sentendosi perseguitato da quel mondo politico per cui aveva dato tutto se stesso, oggi trascorre le sue giornate a letto o sul divano, imbottito di psicofarmaci. Un corpo senza più un'anima che esce di casa solo per andare dallo psichiatra, preda di una depressione ormai cronica e dilaniante. Giulia, la moglie, sta conducendo da anni una battaglia per denunciare i numerosi episodi di mobbing, diritti negati e umiliazioni che l'uomo  ha subito, come certificato dal centro antimobbing di Pescara.

INSTANCABILE IMPEGNO - Nel 1994 aveva iniziato a lavorare come giornalista presso il gruppo parlamentare del Senato di Alleanza Nazionale. «Fare il giornalista gli era sempre piaciuto – spiega Giulia -  ben presto iniziò a impratichirsi, molti senatori si rivolgevano a lui: aveva capito cosa volevano e lui era in grado di accontentarli. Lavorava instancabilmente 12 ore al giorno, non si fermava mai, domenica compresa. Io spesso mi arrabbiamo, mi definivo “la vedova bianca”. Il giorno prima del nostro matrimonio lavorò fino alle 22 di sera e dopo neanche un'ora dalla nascita della nostra prima figlia corse a fare un comunicato. Lui ci credeva in quel lavoro e nella politica come servizio per il bene comune. Quel suo talento aveva suscitato invidia e rancori da parte di altri colleghi che vedevano in lui un avversario pericoloso per le loro ambizioni. Dalle semplici maldicenze si passò ben presto ad episodi più gravi e soprattutto per 14 anni è stato spremuto come un limone. Faceva il giornalista ma gli venivano propinati contratti di collaborazioni ed a progetto, rinnovati per 16 volte consecutive. Mentre gli altri colleghi venivano assunti, lui continuava a vivere nel precariato, con la sua famiglia che cresceva con la nascita del primo e poi del secondo figlio». Svanita l'illusione di un futuro che sarebbe stato migliore e del sacrificio iniziale come investimento sul futuro, Leonida capisce che deve iniziare a lottare contro quel mondo che lo stava sfruttando. «Quando mio marito iniziò a rivendicare l'assunzione a tempo indeterminato con la qualifica di giornalista, che gli spettava di diritto, gli episodi di mobbing nei suoi confronti si fecero sempre più gravi con l'obiettivo di allontanarlo definitivamente».

IL CROLLO - Finalmente nell'aprile del 2006 viene assunto ma soltanto con la qualifica di impiegato di IV livello, mandato  in segreteria a imbustare lettere e a rispondere al telefono. «Già nel 1998 si tentò di farlo fuori lavorativamente. Fu anche minacciato e fu solo grazie all'intervento di alcuni senatori  che si riuscì ad evitare quell'ingiustizia. Venne spostato in un loculo malsano presso il palazzo dell'ex Hotel Bologna: una stanza di due metri per due con una finestra che dava direttamente sullo spurgo dell'aria condizionata. Tanto che mio marito ben presto si ammalò di asma. Nel 2007 una vera e propria bomba viene sganciata sulla mia famiglia: Leonida subisce una ignobile sospensione dal servizio e dallo stipendio con l'accusa infamante di andare in giro a maltrattare e picchiare le colleghe. La sanzione disciplinare fu comminata da Matteoli senza ascoltare la versione di mio marito. Il giudice della sezione lavoro del tribunale civile di Roma la annullò dichiarandola illegittima ed ingiusta. Sono riusciti a isolarlo, emarginarlo, calunniarlo, portarlo ad una inattività forzata, distruggendolo psicologicamente. Davanti agli occhi di colleghi conniventi o vigliacchi. Il mobbing è un assassino che non lascia né cadaveri né armi: la vittima è torturata psicologicamente, la si uccide in pratica senza sporcarsi le mani. Il senatore Tofani, capo del personale del gruppo, lo aveva anche querelato per diffamazione. Abbiamo vinto la causa ma non potrò mai dimenticare quando arrivarono a casa i carabinieri per notificarla: la mia bambina si spaventò e iniziò a piangere dicendo: “ho paura che i cattivi del lavoro lo facciano morire».

DOPO IL PREDELLINO - Nel 2008 quando Alleanza Nazionale e Forza Italia confluiscono nel Pdl, tutti i dipendenti vengono dirottati nel nuovo soggetto politico. Leonida non è tra questi: in pratica senza alcuna lettera di licenziamento, si ritrova senza lavoro. «Fu in pratica licenziato due volte prima da An e poi dopo sei mesi dal Pdl. A quel punto un dipendente del gruppo di An mi disse che dovevamo rinunciare al pregresso ed a tutte le cause in corso  “ricordati – aggiunse- che avete dei bambini piccoli”. Nei giorni successivi mi avvicinò anche il portaborse di Gasparri che mi disse: “o Leonida rinuncia al pregresso ed a tutte le cause in corso o noi lo licenziamo”. Al che io, esterrefatta, risposi: “ma non potete licenziarlo, ha un contratto a tempo indeterminato”. La risposta fu: “noi possiamo tutto”. In pratica dovevamo rinunciare a tutti quegli anni di diritti negati per un posto di lavoro che mio marito già aveva. Alla depressione ed a tutte le infamie si sono quindi aggiunte le problematiche economiche. Abbiamo dovuto impegnare al monte Pietà la fedina di finanziamento e le crocette che avevamo regalato ai bimbi per il battesimo. Le abbiamo perse perché non avevamo i soldi per riscattarle. Capita spesso di non sapere come fare a mettere in piedi il pranzo o la cena».

L'ULTIMA SPERANZA - La battaglia legale verte in particolare su tre punti: la richiesta di risarcimento per i gravissimi danni  degli anni di mobbing denunciati, l’impugnativa contro i due licenziamenti considerati ingiusti  con  domanda di reintegro, la concessione delle differenze retributive e contributive per gli anni da precario. In primo grado le cose per Leonida si sono messe male: nel maggio del 2011 il giudice  Coluccio rigetta il ricorso dopo aver accorpato le due cause e non ascoltato i testimoni come inizialmente aveva deciso di fare. La tesi difensiva del vecchio ma non estinto gruppo di An è che esista il cosiddetto difetto di legittimazione passiva: in sostanza quando si sciolgono le camere, cessano di esistere anche i gruppi parlamentari. Così dunque sarebbero decaduti anche i rapporti di lavoro accesi da tali gruppi. Uno scenario un po' surreale considerato che Leonida venne assunto a tempo indeterminato a Parlamento sciolto. Il giudice in via preliminare aveva rigettato questa linea difensiva e poi a sorpresa l'ha recuperata trasformandola in motivo di sentenza.   Dopo il processo  il Csm l'ha trasferito dalla sezione lavoro all'area diritti immobiliari. La famiglia Tucci ha anche presentato un esposto allo stesso Csm per il suo comportamento.

Ora l'attenzione è concentrata sul processo d'appello con la prossima udienza che si terrà a settembre. Ad emettere il verdetto, chissà quando, sarà il collegio composto dai giudici Amelia Torrice, Glauco Zaccardi  e Tiziana Orrù: «Questi sono i tempi della malagiustizia italiana. Sulla pelle di chi come noi è già stato martoriato, massacrato, annientato e distrutto. Dovrebbe funzionare come al pronto soccorso dove in base all'urgenza ci sono dei colori di accesso diversi. Dal tempo può dipendere la vita. Mio marito è finito in questo incubo perché lavorava bene e tanto mettendo in luce la mediocrità e il fancazzismo di altri. Si è battuto per il rispetto dei suoi diritti di uomo e di lavoratore, della sua dignità umana e professionale. Colpe gravissime agli occhi dei (pre)potenti del palazzo».

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