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mario mori

Nove di anni di reclusione e' la pena chiesta dal Pm Nino Di Matteo per l'ex comandante del Ros dei carabinieri Mario Mori, imputatato di favoreggiamento aggravato di Cosa nostra in relazione alla mancata cattura del boss corleonese Bernardo Provenzano nel 1995. Per l'altro imputato, il colonnello Mauro Obinu, il Pm ha porposto la condanna a 6 anni. Di Matteo ha chiesto anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.

"Questi imputati hanno tradito la fedelta' giurata alla Costituzione, alle leggi e all'Arma dei carabinieri", ha detto Di Matteo, Nel concludere la sua requisitoria, durata per quattro udienza, e ha sottolineato: "Per l'ufficio del pubblico ministero non e' stato un processo facile, non e' stato semplice accusare ufficiali con cui si era lavorato". Il Pm ha sostenuto che "c'e' stato anche il rischio, strumentalmente alimentato dall'esterno, che questo processo fosse contro tutto il Ros, tutta l'Arma e tutti i servizi", ma, ha puntualizzato Di Matteo, "non abbiamo neanche voluto riscrivere la storia, abbiamo solo celebrato un processo per necessita' giudiziaria, subordinata alle ragioni contrarie a un implicito riconoscimento di una ragion di Stato inconfessabile, e abbiamo applicato il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Se condannarete gli imputati -ha affermato il Pm rivolto ai giudizi del Tribunale, renderete onore alla verita' all'impegno e al sacrificio di tanti carabineiri che quitidianamente hanno la volonta' di combattere cosa nostra senza compromessi". Ne' Mori ne' Obinu erano presenti in aula. Il processo e' stato rinviato al 7 giugno.

"Non importa - ha affermato ancora il Pm- la finalita' di Mori e Obinu: non hanno aiutato Provenzano perche' collusi o intimoriti da Cosa Nostra, ma per una scelta sciagurata di politica criminale, e cioe' la prosecuzione della latitanza di Provenzano Allo stesso modo il governo e il Dap assecondano il dialogo agendo in questa ottica di trattativa". E appunto con la trattativa Stato-mafia, per la quale si aprira' lunedi' in Corte d'Assise il processo in cui lo stesso Di Matteo sosterra' l'accusa, si e' intrecciata la requisitoria per l'intera giornata. La tesi sostenuta dalla Procura, che in aula era rappresenata anche dal capo dell'ufficio, Francesco Messineo, e dall'aggiunto Vittorio Teresi, e' che Cosa nostra compi' gli attentati di Roma, Milano e Firenze nel 1993, dopo aver ucciso Falcone e Borsellino, per ottenere un allegerimento del carcere duro. Di Matteo ha messo in fila una serie di provvedimenti e documenti acquisiti nel corso delle indagini per dimostrare la coincidenza tra la politica giudiziaria del governo sul 41 bis e le richieste di Cosa nostra contenute nel 'papello' di Toto' Riina. In questo quadro, secondo Di Matteo, le condotte di Mori e Obinu sono state "di una particolare gravita'" e meritano pertanto le pene severe chieste al Tribunale.

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