Nato, lo strappo con Trump può diventare l’occasione di Meloni
L’ordine da palazzo Chigi, di fronte all’ennesima clamorosa provocazione di Donald Trump (che a questo punto dà credito alle sempre più ricorrenti teorie su presunti problemi mentali del presidente), è quello di non rispondere ed evitare ulteriori polemiche. Ma è indubbio che questa nuova intemerata di The Donald era del tutto inattesa ed ha certamente irritato la premier. Ma la politica è fatta di realismo e concretezza, e la premier certamente ha dato prova di usare le due cose con grande saggezza soprattutto in politica estera. Il presidente americano è la grande incognita di questo summit per tutti.
D’altra parte, in più di una occasione ha dichiarato di aver deciso di partecipare “solo per rispetto” del presidente Recep Tayyip Erdogan, che giocherà certamente un ruolo di mediatore per consentire il buon esito dell’incontro che ospita. E proprio con Erdogan la presidente del Consiglio, che ha avuto un colloquio telefonico che si è incentrato su due temi, Libia e Fianco Sud, ma che è stato anche occasione per ribadire il “comune impegno per lo sviluppo del rapporto transatlantico”, conta di costruire un nuovo asse in chiave mediorientale.
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Il suo intento, cosa di cui avrebbe discusso anche con Macron durante il recente bilaterale ad Antibes, sarebbe quello di riprendere la centralità italiana ed Europea in un quadrante come quello del Maghreb per esempio. Proprio Erdogan, insieme a Russia e Cina ha potuto “occupare” diplomaticamente la scena, grazie agli incredibili errori strategici commessi in passato, da alcuni leader europei poco lungimiranti.
Il prossimo vertice Nato di Ankara rischia certamente di aprirsi con un clima molto diverso da quello che Giorgia Meloni avrebbe immaginato fino a pochi mesi fa. Il rapporto privilegiato con Donald Trump, a lungo considerato da Palazzo Chigi una carta diplomatica preziosa per pesare nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, è entrato in una fase di forte tensione.
Prima le frizioni sull’Iran, poi le accuse e le ironie del presidente americano nei confronti della premier italiana, fino al post su Truth Social che ha riacceso lo scontro alla vigilia del summit. Secondo Reuters, Meloni aveva già accusato Trump di aver inventato il racconto secondo cui lei lo avrebbe “implorato” per una foto al G7; nelle ultime ore il presidente americano ha rilanciato, come detto, lo sfottò, pubblicando sul suo social, una foto della premier con la frase “restraining order needed”. Proprio questa frattura, però, potrebbe trasformarsi per Meloni in una grande occasione politica.
Finora la leader italiana aveva puntato molto sulla possibilità di essere il ponte tra Washington e Bruxelles. Oggi, di fronte a un Trump sempre più aggressivo verso gli alleati europei e sempre più deciso a imporre l’agenda americana dentro la Nato, la premier può provare a cambiare schema: non rompere con gli Stati Uniti, ma smettere di apparire obbligata a inseguirne ogni richiesta. E costruire, da Ankara, un asse più largo con i leader europei, con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan e con alcuni Paesi del Golfo, per ridare all’Italia un ruolo autonomo nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e nel fianco Est dell’Europa.
Si tratta di una strategia che la premier non avrebbe mai abbandonato, secondo alcune fonti diplomatiche, e che ha avuto la sua piena attuazione sul tema migranti, dove la premier italiana ha “trascinato” l’Europa intera verso un nuovo approccio per la gestione dei flussi, basato su accordi con paesi terzi e su maggior fermezza nel contrasto degli sbarchi. Il punto più delicato forse ora resta quello delle spese militari. La Nato ha fissato l’obiettivo del 5% del Pil entro il 2035, articolato in un 3,5% per la difesa in senso stretto e in un ulteriore 1,5% per sicurezza, resilienza, infrastrutture critiche e industria della difesa.
Ma per l’Italia un’accelerazione troppo brusca rischierebbe di trasformarsi in un boomerang politico, soprattutto in vista delle prossime scadenze elettorali. Meloni ha già indicato che Roma arriverà al summit con una spesa in difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil nel 2026, chiedendo però di non ridurre il dibattito a una gara aritmetica sulle percentuali, perché le guerre moderne si combattono anche con droni, satelliti, dati, cyber-sicurezza e capacità industriale.
È qui che potrebbe entrare in gioco anche Emmanuel Macron. Per anni il rapporto tra Meloni e il presidente francese è stato raccontato quasi soltanto attraverso la lente della diffidenza reciproca: divergenze sui migranti, competizione nel Mediterraneo, differenze politiche e personali. Ma la fase attuale sta cambiando il quadro.
Il vertice intergovernativo Italia-Francia di Antibes del 25 giugno 2026 ha segnato un passaggio importante, con Roma e Parigi impegnate a rilanciare cooperazione su difesa, energia, spazio, infrastrutture e dossier internazionali. Palazzo Chigi ha presentato il vertice come un momento di rafforzamento delle relazioni bilaterali. È qui che la lite con Trump, è il ragionamento che sta facendo qualcuno a Palazzo Chigi, potrebbe anche diventare utile. Se il presidente americano pretende obbedienza, Meloni può rivendicare responsabilità. Se Washington chiede più spesa, Roma può rispondere con più strategia.
Non un “no” alla difesa comune, ma un sì a una difesa europea più intelligente, più industriale, più mediterranea, capace di proteggere interessi nazionali ed europei senza trasformare i bilanci pubblici in una corsa agli armamenti dettata da altri. Anche perché il nuovo impegno Nato sta già mettendo sotto pressione molti bilanci europei, con Italia, Francia e Regno Unito tra i Paesi che incontrano maggiori difficoltà politiche e fiscali nel seguire il ritmo richiesto. Quanto all’obiettivo del 5%, si sottolinea, che “l’intenzione del governo è di continuare una traiettoria di crescita” come dimostra il fatto che si sia passati dall’1,6% al 2,8% in due anni.
In questo scenario Erdoğan diventa un interlocutore decisivo. Il presidente turco ospita il vertice in un momento in cui Ankara vuole rafforzare il proprio ruolo nella sicurezza europea, ottenere la rimozione delle restrizioni sul commercio della difesa e partecipare pienamente alle iniziative europee di sicurezza. Alla vigilia del summit, Erdoğan ha chiesto una Nato più unita, più resiliente e più attenta alle sensibilità di sicurezza dei singoli alleati, sottolineando che i benefici garantiti dalla Turchia alla sicurezza europea sono spesso sottovalutati.
Non è difficile leggere, dietro queste parole, anche una certa insoddisfazione verso l’approccio americano: Ankara non vuole essere trattata come un semplice avamposto militare dell’Alleanza, ma come una potenza regionale con un’agenda propria. Per Meloni questa potrebbe essere una importante finestra politica.
Italia e Turchia hanno già interessi convergenti su dossier cruciali: Libia, Mediterraneo allargato, migrazioni, energia, difesa, Ucraina, Medio Oriente. Nel 2025 Meloni, Erdoğan e il premier libico Abdul-Hamid Dbeibah si sono incontrati a Istanbul per discutere proprio di cooperazione nel Mediterraneo, gestione dei flussi migratori e stabilità della Libia.
A questo si aggiunge il capitolo industriale-militare: secondo Reuters, Francia, Italia e Turchia stanno riaprendo il dossier del sistema di difesa aerea SAMP/T, con Roma da tempo favorevole a una cooperazione più stretta con Ankara. Il vertice Nato può quindi offrire alla premier italiana un terreno nuovo: trasformare la difficoltà con Trump in una piattaforma di autonomia.
Non più soltanto l’Italia come “amica europea” del presidente americano, ma l’Italia come Paese capace di parlare con Washington, Bruxelles, Ankara, Kiev, Riyadh, Doha e Abu Dhabi. La sfida è chiara: usare Ankara non come il luogo di una resa all’agenda di Trump, ma come l’avvio di una nuova postura italiana. Più Europa, più Mediterraneo, più autonomia strategica. Più dialogo con la Turchia e con il Golfo. Più capacità di incidere nei teatri dove si decide la sicurezza nazionale italiana: Libia, Medio Oriente, Mar Nero, Balcani, fianco Est.

