Ognuno vive la propria epoca e, nel proprio piccolo, ne è protagonista. Non per i gesti straordinari che gli riesca di compiere, né perché il suo nome finisca nei libri, ma perché attraversa il tempo che gli è stato assegnato, ne respira le speranze e le paure, ne subisce le contraddizioni e, prima o poi, è costretto a scegliere da che parte stare. Io cominciai a fare politica negli anni Settanta. Frequentavo l’istituto per geometri e di quella stagione non fui spettatore. La vissi. Le assemblee, le discussioni, i cortei. Condivisi l’entusiasmo di una generazione persuasa che il mondo potesse e dovesse essere rifatto. Erano anni nei quali essere giovani significava quasi inevitabilmente prendere posizione: le contrapposizioni entravano nelle scuole, nelle famiglie, nelle amicizie, occupavano le giornate, determinavano le appartenenze e talvolta decidevano perfino con chi fosse lecito parlare.
Il 1977 non lo osservai da lontano. Lo attraversai. Portavamo i giubbotti verdi, gli eskimo, quegli abiti che erano ormai le uniformi dell’anticonformismo. Ci credevamo diversi dal mondo dei nostri padri e finivamo per assomigliarci tutti. Ritenevamo che la ribellione fosse una prova di autenticità e che la forza di un’idea si misurasse dal rumore che riusciva a produrre. Non intendo rinnegare quella parte della mia vita. Sarebbe troppo facile, e anche poco onesto, guardare con gli occhi di oggi il ragazzo che fui e impartirgli una lezione. Quelle passioni, quelle ingenuità e perfino alcuni errori appartengono alla mia storia: sono stati parte della mia formazione e mi hanno insegnato che ogni generazione ha bisogno di credere di poter ricominciare il mondo.
Ma proprio perché quella stagione la vissi, ricordo il momento nel quale qualcosa cominciò a mutare. Le parole si fecero più dure. Le contrapposizioni più fisiche. La violenza, dapprima soltanto evocata, cominciò a essere accettata come uno strumento possibile e infine quasi come una conseguenza naturale della lotta politica. Ricordo i servizi d’ordine dell’Autonomia Operaia, i cordoni serrati, i manici dei badili impugnati come mazze. Ricordo le vetrine infrante lungo il percorso dei cortei, le cariche dei carabinieri, la corsa nelle vie laterali e il fiato corto. Ricordo il confine sempre più sottile fra il presidio di un corteo e l’esibizione di una forza pronta a essere adoperata. Ricordo una persona della mia scuola che, alcuni anni dopo, sarebbe stata arrestata con l’accusa di avere fiancheggiato le Brigate Rosse. Ricordo i primi anni universitari a Padova: le notizie degli omicidi e l’ombra di via Zabarella — l’assalto alla sede del Movimento Sociale, i due uomini uccisi — che era accaduto prima del mio arrivo e tuttavia continuava a gravare sulla città come una cosa mai davvero conclusa.
Anche l’orrore, quando si ripete, rischia di diventare abitudine. Poi arrivò Aldo Moro.
Il 9 maggio 1978 è uno di quei giorni che non hanno bisogno di essere cercati in un’agenda. Ricordo la notizia del ritrovamento del corpo nella Renault 4 rossa. Ma, più ancora dell’annuncio, ricordo ciò che venne subito dopo. Il silenzio. Un silenzio assoluto, quasi materiale, che parve calare sulla città. Le voci si abbassarono, le discussioni si interruppero, gli slogan si spensero. Per settimane l’Italia aveva seguito il sequestro, le lettere dalla prigionia, i comunicati delle Brigate Rosse, il confronto lacerante fra lo Stato e chi pretendeva di processarlo con le armi. Davanti a quella automobile abbandonata in via Caetani ogni parola divenne insufficiente. In quel silenzio finiva molto più di una vita. Finiva l’illusione che si potesse giocare con la violenza, corteggiarla nel linguaggio, considerarla una forma superiore di radicalità e poi rimanerne estranei. Finiva l’idea che l’odio potesse essere indirizzato e governato. Quando si accetta che l’avversario non sia più una persona con la quale confrontarsi, ma un nemico da annientare, la politica ha già cominciato a trasformarsi in qualcosa d’altro. Non vi fu, per me, alcuna conversione improvvisa. Le maturazioni autentiche non somigliano quasi mai alle folgorazioni che si raccontano nei film: sono fatte di dubbi, di distanze che crescono lentamente, della sensazione di non riconoscersi più nei gesti e nelle parole che poco prima parevano naturali.
Cominciai a comprendere che non bastava dichiararsi contro il sistema per essere liberi. Anche l’anticonformismo diventa conformismo quando impone il proprio abbigliamento, il proprio vocabolario, i propri riti e perfino il proprio modo di odiare. Andai da mio padre e gli chiesi se potesse procurarmi un abito completo. Non provenivo da una famiglia nella quale si cambiasse guardaroba con leggerezza: quella richiesta aveva una sua gravità, anche economica. Mio padre mi trovò un abito marrone, il colore che allora si portava. La giacca, i pantaloni appena a zampa come voleva la moda di quegli anni, e una cravatta con un grande disegno geometrico sui toni del marrone.
Me lo ricordo ancora. Da quel giorno andai a scuola in giacca e cravatta, negli stessi corridoi nei quali fino a poco prima avevo indossato il giubbotto verde e l’eskimo. Non era soltanto un cambiamento d’abito. Era il modo di dichiarare, anzitutto a me stesso, che non avevo più bisogno di un’uniforme collettiva per dimostrare di possedere delle idee. In un tempo nel quale tutti cercavano di distinguersi indossando i medesimi simboli dell’anticonformismo, io scelsi di distinguermi diventando, almeno in apparenza, un conformista.
Quell’abito non rappresentava una resa. Era, al contrario, la mia ribellione contro l’obbligo della ribellione. Non significava rinunciare a cambiare il mondo, ma provare a cambiarlo senza distruggerlo: accettare la fatica delle istituzioni, delle regole, del confronto democratico; comprendere che la politica non è soltanto il luogo nel quale si manifesta la propria indignazione, ma quello nel quale si assume la responsabilità delle conseguenze. Quella fatica ho poi avuto modo di conoscerla da vicino, e non senza una certa ironia. Il ragazzo che correva davanti alle cariche dei carabinieri, fra le vetrine infrante di quel 1977, sarebbe diventato molti anni dopo Sottosegretario alla Difesa e quindi Presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Non per un capovolgimento, ma per la naturale prosecuzione di un cammino cominciato nella Prima Repubblica e proseguito nella Seconda lungo l’unica linea che mi sia parsa percorribile: quella della responsabilità. Chi ha visto da vicino quanto costa la violenza è, in fondo, il meno disposto a considerarla un accessorio della politica.
La domanda, del resto, era stata posta prima ancora che io mi decidessi a rispondere. Nel 1975 Antonello Venditti chiedeva al vecchio compagno di scuola se si fosse salvato oppure fosse finito in banca anche lui. Era lo sguardo di una generazione rivolto verso se stessa nel momento in cui la giovinezza rivoluzionaria incontra il tempo, il lavoro, le famiglie, le responsabilità e le inevitabili contraddizioni dell’età adulta. Ma essere diventati adulti significa necessariamente essersi arresi? Essere entrati nelle istituzioni, avere indossato una giacca, avere lavorato, amministrato, governato o semplicemente rispettato delle regole vuol dire avere tradito gli ideali della propria giovinezza? Io non lo credo. Credo, al contrario, che la maturità consista nel trasformare le aspirazioni in responsabilità. La protesta è immediata; la proposta è faticosa. Gridare che tutto è sbagliato può richiedere un pomeriggio. Provare a correggere anche una sola cosa può richiedere anni.
Questa riflessione mi è tornata alla mente davanti alle immagini delle recenti violenze contro le forze dell’ordine e i cantieri dell’alta velocità in Val di Susa. Voglio essere netto, per non essere frainteso. Ciò che accade oggi non è ciò che accadde allora. Non vi è terrorismo, non vi è lotta armata, non vi è nulla che assomigli agli anni di piombo, e chiunque adoperi quel paragone per delegittimare un dissenso compie un abuso. Ma è proprio perché non siamo a quel punto che vale la pena ricordare una cosa: nemmeno noi, all’inizio di quel decennio, credevamo di esserci. Ciò che la mia generazione non seppe riconoscere in tempo non fu la violenza estrema, che quando arriva è già impossibile da ignorare. Fu il passaggio, apparentemente innocuo, dalla parola dura al gesto tollerato, dal gesto tollerato al gesto giustificato, dal gesto giustificato al gesto ritenuto necessario. Quel meccanismo è reversibile fino a un certo punto. Il punto oltre il quale smette di esserlo non viene mai annunciato. Non contesto il diritto di opporsi a un’opera pubblica. In democrazia si discute della TAV, del suo tracciato, dei costi, dei tempi e delle conseguenze ambientali. Si manifesta, si raccolgono firme, si promuovono ricorsi, ci si presenta alle elezioni, si cerca di convincere la maggioranza delle proprie ragioni.
Ma nessuna ragione diventa più giusta perché accompagnata da pietre, incendi e aggressioni. Non può bastare attribuire a una protesta una finalità politica per rendere accettabile qualunque mezzo. Non può bastare pronunciare la parola «territorio» per trasformare l’assalto a un cantiere o a un uomo in divisa in una forma di resistenza civile. Il principio, del resto, non è divisibile. Se la violenza fosse legittima ogni volta che qualcuno ritiene giusta la propria causa, dovrebbe esserlo anche per chi subisce il danno opposto: per chi attende da decenni un’infrastruttura che non arriva, per chi vede la propria impresa perdere competitività a causa di un’opera rinviata di anno in anno. Nessuno di costoro si sognerebbe di incendiare un mezzo o di colpire un agente, e nessuno lo riterrebbe accettabile se lo facesse. Se quel criterio valesse, non avremmo più una democrazia conflittuale: avremmo una società nella quale ogni gruppo si considera giudice della propria ragione e padrone dei mezzi necessari a imporla.
La libertà di dissentire esiste perché esiste una regola comune. Può accadere che quella regola ci stia stretta, che ci si senta esclusi, messi da parte, minoritari. Lo so bene: nella vita politica si attraversano sconfitte, incomprensioni e stagioni nelle quali si ha la convinzione di rappresentare una voce che il sistema non vuole udire. È proprio allora, però, che si misura la coerenza democratica. È facile rispettare una regola quando ci favorisce; è molto più difficile farlo quando ci penalizza. Il vero banco di prova arriva quando le istituzioni decidono diversamente da come avremmo voluto. Non penso che il conformismo sia sempre una virtù. Vi sono stati conformismi colpevoli, silenzi interessati, obbedienze che hanno reso possibili le peggiori ingiustizie. La democrazia ha bisogno del dissenso, della critica e anche di chi abbia il coraggio di rompere equilibri che si pretendono immutabili. Ma esiste anche un anticonformismo di maniera, rassicurante nella propria aggressività, che giudica rivoluzionario tutto ciò che infrange e borghese tutto ciò che costruisce. Un anticonformismo che si compiace della propria collera e lascia ad altri il compito di raccogliere i cocci.
A sessantasei anni continuo a pensare che si possa essere radicali senza essere violenti, coraggiosi senza essere arroganti, rivoluzionari senza considerare il prossimo un nemico. Il vero cambiamento non consiste nel dimostrare di saper abbattere una barriera, ma nel costruire qualcosa che sappia durare dopo che quella barriera è caduta. Non consiste nel delegittimare ogni istituzione, ma nel renderla più giusta, più efficiente, più vicina alle persone. Non consiste nel sostituire una divisa con un’altra, un conformismo con un altro, una verità obbligatoria con una verità ugualmente intollerante.
Quell’abito marrone non esiste più da molti anni. È scomparso insieme ai pantaloni a zampa, alle grandi cravatte geometriche e a tante altre cose che appartengono ormai alle fotografie di un tempo. Eppure, in qualche modo, continuo a indossarlo. Lo indosso ogni volta che scelgo la responsabilità invece della scorciatoia, la proposta invece dell’invettiva, la politica invece dell’intimidazione. Lo indosso quando continuo a credere che anche una voce minoritaria possa farsi ascoltare senza incendiare nulla e senza colpire nessuno. Forse sono diventato davvero un conformista. Ma se essere conformisti significa credere nella democrazia anche quando è lenta, nelle istituzioni anche quando devono essere cambiate, nella libertà degli altri anche quando non coincide con la nostra e nella politica come costruzione paziente del futuro, allora non mi dispiace esserlo. Ognuno vive la propria epoca; ognuno, nel suo piccolo, ne è protagonista. Qualcuno lo fa gridando, qualcuno alzando una barricata, qualcuno cercando il gesto destinato a durare lo spazio di una fotografia. Io, più di quarantacinque anni fa, scelsi un abito marrone, una cravatta geometrica e la strada difficile della normalità democratica.
Fu la mia rivoluzione. E, a pensarci bene, non l’ho ancora rinnegata.

