Paolo Gambi, il poeta alla Convention di Roberto Vannacci: “Le critiche? Sembra che tutti gli artisti debbano essere di sinistra. Ecco perché gli ho detto sì”
Un poeta che cita Marinetti, parla di “alba futurista” e sale sul palco della convention di Roberto Vannacci. Paolo Gambi rivendica la scelta di aver partecipato all’evento del Generale e respinge le accuse di un impegno politico: “Io faccio l’artista, non il politico”. Ma rivendica anche la necessità di “fare la propria parte” in un Paese che, a suo dire, “deve guarire”, e denuncia quella che considera una sorta di conformismo culturale: “Sembra che tutti gli artisti debbano essere di sinistra”. Pur definendosi “senza problemi antifascista”, il poeta sostiene che chi esprime sensibilità diverse dalle “agende dominanti” rischia di essere emarginato. E assicura: “Sarei andato anche dalla Schlein”. Ma andiamo con ordine.
Lo scorso weekend, durante la prima Costituente di Futuro Nazionale, il partito nuovo di zecca di Roberto Vannacci, Paolo Gambi sale sul palco per fare, semplicemente, il suo lavoro. Un lavoro coraggioso e forse insolito e che – dice – non può non dialogare con la politica. Lo fa consapevole dei rischi. Il primo? Legarsi, con ago e filo, agli slogan grido di battaglia del Generale di trincea. Sul palco, il poeta legge il “Manifesto di un’Alba Futurista”, testo che apre il suo ultimo libro – “Il Morbo – Perché l’Occidente odia se stesso” – e che si ispira esplicitamente a Filippo Tommaso Marinetti. “Il messaggio che ho voluto portare è che bisogna uscire dall’inganno dell’era contemporanea, che continua ad autodistruggersi, e mantenere al centro una dinamica di rivoluzione per arrivare a una fase di rinascita. L’alba è la fase alchemica del bianco”, racconta ad Affaritaliani.
L’incontro con il Generale
Un rapporto, quello con il generale, nato “un po’ di tempo fa” e sviluppatosi attraverso un dialogo che, ci racconta Gambi, è partito dalla comune esigenza di “fare la propria parte”. “Io non sono un politico, non è nei miei orizzonti. Ma il nostro Paese ha una malattia, e deve guarire. Chi ha gli strumenti del cambiamento è il potere, che è prima di tutto il potere politico. Io cerco di fare il mio ruolo da artista e da poeta, per mettere al centro le parole e provare a guarire l’anima del Paese”, spiega. Da qui l’invito alla convention, accolto senza esitazioni: “Chi sceglie la via dell’arte e della poesia non deve e non può dire di no. La sensibilità che il Generale ha dimostrato nell’ascoltarmi era qualcosa che poteva e doveva sfociare in questa azione. Il messaggio che ho voluto lanciare è che è arrivato il momento di una nuova alba”.
Che sia, questa, proprio in Vannacci? “Potrebbe, oppure no. Chissà…”, asserisce Gambi. “Del resto, gli italiani vivono da sempre questa ricerca del salvatore. C’è sempre, in loro, un’aspettativa dell’alba: è successo con Berlusconi, con Renzi, con i grillini, con Salvini, con la Meloni. Tendenzialmente questi ‘astri’ hanno di volta in volta compiuto il loro ciclo. Ma la differenza tra tutti loro e Vannacci è che quest’ultimo è un militare, un generale con una determinazione e una leadership che credo nessun altro abbia avuto. Chissà che non possa esserci un po’ di poesia anche in questa nuova forza politica…”, dice Gambi.
Le critiche
Sceso dal palco, condiviso con i suoi oltre 160mila followers l’ospitata tutta vannacciana, su Gambi si sono accesi i riflettori: “Ci sono state alcune critiche, come è naturale. Molti mi hanno scritto chiedendomi se mi fossi messo a fare politica. Ma il punto è un altro. Quando viene chiesto agli intellettuali e agli artisti di schierarsi, viene spesso richiesto di farlo a sinistra. Se invece sei dissonante rispetto alle agende dominanti, vieni spesso messo da parte o cancellato”. Una dinamica che definisce “un setaccio per tagliare le teste” e che finisce per limitare la libertà dell’artista: “Io ho scelto di fare altro nella vita, ma questo non significa non avere idee o non confrontarsi con il potere”.
Una dinamica calda che coinvolge in queste ore anche la fiera Più libri più liberi, dopo la richiesta di un “patentino antifascista”: “Io non ho alcun problema a definirmi antifascista. Vengo dal mondo cristiano e non ho vicinanza con ideologie politiche novecentesche. Ma l’artista deve essere e sentirsi libero”. Da qui la denuncia di una carenza di pluralismo culturale. “Uno dei grandi problemi del Paese è la mancanza di pluralismo nella visione dell’arte: sembra che tutti gli artisti debbano essere di sinistra”, afferma. E aggiunge: “Sulle politiche culturali siamo indietrissimo, non è stato fatto nulla. Quando la destra va al governo, spesso finisce per fare politiche di sinistra, coinvolgendo le stesse persone e portando avanti le stesse parole d’ordine”. Per Gambi, si tratta di “una delle grandi occasioni mancate per le culture alternative”.
Tra polemiche e rivendicazioni, Gambi insiste sul punto centrale del suo intervento: la libertà dell’artista di attraversare contesti diversi senza essere incasellato in una posizione politica. E, alla fine, ridimensiona anche le letture più divisive della sua partecipazione alla convention di Vannacci, riportando tutto a una logica di apertura: “Certo è inusuale che chi fa poesia si presti a una manifestazione politica, ma può essere qualcosa di assolutamente necessario. La poesia, in fondo, è dappertutto”: Dappertutto, quindi anche da Elly Schlein? “Perché no, se mi avesse invitato sarei andato anche da lei. Anche se, più che una nuova alba, nelle forze della sinistra italiana vedo il perpetuarsi di logiche di distruzione e di odio. Comunque – conclude – attendo l’invito”.

