Benedetti partiti, ma servono ancora a qualcosa?
Un’analisi del 2017 di Community Media Research mostrava che per due elettori su tre la risposta è “sì, servono ancora”, anche se a più della metà degli intervistati non piacevano per come erano fatti. Per sondare la capacità di reazione dei partiti, irrinunciabile negli anni ‘90/2000, era la risposta dei centralini delle segreterie.
Se volessimo oggi metterci in contatto con quelli delle sedi nazionali ci riusciremmo? Qualcuno risponderebbe al telefono? Se, da perfetti sconosciuti e senza particolari contatti, volessimo iscriverci o parlare con qualche addetto, sarebbe possibile?
Abbiamo provato a chiamare, negli stessi giorni e allo stesso orario chi ha una rappresentanza parlamentare (i numeri utilizzati sono quelli che troverebbe chiunque cercasse con google il nome del partito e il telefono della sede nazionale). Ne viene fuori uno spaccato in grado di sollecitare spunti interessanti su come è cambiata la politica in questi ultimi anni.
Il centralino di via Bellerio, la sede centrale di quello che in questo momento viene considerato il primo partito italiano per consensi, la Lega (soprattutto per meriti di Matteo Salvini), non risponde mai. Difficile parlare con qualcuno. Ma forse è la particolare configurazione federale della Lega a dare preminenza alle sedi regionali. Infatti per errore chiamiamo un altro numero che google ci fa apparire come “Lega Nord federale” e lì rispondono celermente e ci spiegano come potremmo tesserarci, ecc…
Diverso è il discorso per il M5S e la sua democrazia diretta, principalmente operativa tramite il web. Se si cerca su google “sede nazionale M5S” l’unico riferimento utile è una schermata delle pagine bianche che segnala una sede nazionale a Roma in via Nomentana 257 e un cellulare, un 338…. Il luogo corrisponde a quella che anni fa venne inserito nello “statuto non statuto” del movimento: “costituita l’associazione avente denominazione ‘MoVimento 5 Stelle’, con sede legale in Roma, via Nomentana n. 257”.
Chiamiamo, rispondono subito: “Voglio parlare con il ministro...”, dice irritato un uomo (con ogni probabilità si riferisce al vicepremier Luigi Di Maio), “io non sono la segretaria nazionale del movimento 5 stelle, ogni tanto qualcuno chiama ma questo è il mio numero privato e per lavoro non posso neanche cambiarlo”. Racconta di essersi candidato anni fa per il M5S ma che non sa spiegare come il suo numero sia finito sulle pagine bianche associato ai grillini. “Ma ha fatto una segnalazione? O una denuncia?”, chiedo. “Ho provato a contattare pagine bianche ma nessuno mi considera”, spiega. Cade la linea. Lo richiamiamo. Non vuole rivelare il suo nome. “Voglio parlare con i vertici di’ sto cacchio di movimento… ”. Lasciamo perdere.
Contattiamo la sede nazionale del Pd, al Nazareno. Di pomeriggio difficile che qualcuno risponda, parte una voce registrata che ti tiene in attesa per un minuto, ti invita a richiamare e cade. Ripetutamente. Al mattino invece rispondono al secondo squillo e sanno come indirizzarti.
Per Forza Italia compaiono due numeri telefonici. Il primo è inesistente, al secondo, dove avrebbe sede l’Accademia di Forza Italia, una sorta di centro studi liberali, una voce ti risponde così: “il numero da lei composto non è attivo…”. Niente. Chiamiamo la sede nazionale di Fratelli d’Italia. Sia al mattino che al pomeriggio rispondono al primo squillo.
Stessa situazione con Liberi e uguali che tendenzialmente rispondono anche se una voce registrata (molto flebile) prima ti invita a digitato sull’opzione 5 nel caso ci si voglia tesserare ma una volta fatto fa cadere la linea. Richiamiamo. Digitando l’opzione 1 rispondono.
Un po’ stancamente le segreterie nazionali dei partiti ancora esistono: quasi 4 centralini su 6 rispondono. Ma oramai, non bisogna nasconderselo, i partiti sono più veicoli elettorali che organizzazioni tradizionali (distanti anni luce da quelle nate nell’Ottocento). Anche in Italia sono stati sostituiti da un’idea di politica che si innesta principalmente nell’immagine del leader, con un’esasperazione sempre più ascetica, man mano che il processo di globalizzazione accelera, verso la figura pubblica del singolo capo. Con la frammentarietà sociale, dovuta all’avanzata sempre più imponente del cittadino consumatore e di una società simile a quella statunitense, non si hanno più punti riferimento né nel privato né nel pubblico, tanto meno nel lavoro o nelle classiche strutture intermedie, quelle che un tempo caratterizzavano le democrazie occidentali.
Da qui l’evidente evoluzione dei processi decisionali che devono essere sempre più semplificati e rapidi, delegati non ad organizzazioni complesse e farraginose ma a singole figure in grado di esprimere una sintesi o dare un indirizzo e “far funzionare le cose”. C’è chi associa questa evoluzione a una pericolosa deriva del culto del leader. Ma sembra più vero quello che diceva Honoré de Balzac: “Un popolo si guida indicandogli un avvenire: un capo è un venditore di speranza”. Molto dipende dal capire di quale tipo questa speranza si tratti.

