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Politica
Pd in crisi, tornano i padri nobili: D'Alema spinge per Conte e i 5 Stelle

Pd in crisi, tornano i padri nobili: D'Alema in pole

In questo momento di profonda crisi del Partito democratico ritornano in pista i big per tentare di salvarlo. Già Romano Prodi è intervenuto sulla ricostruzione del Pd e lo ha fatto stroncando nettamente e decisamente posizioni stravaganti come quella che vorrebbe Elly Schlein come segretaria. Il dibattito non è solo sul suo nome ma su una prassi valoriale che è invalsa negli ultimi anni per questo “gigante malato” che è l’erede del più grande Partito comunista d’Occidente e della sinistra democristiana. È ora di tornare all’antico. Basta nuovismo e cognomi strani meglio se stranieri oppure essere donna come valore in sé al di là del merito. In queste ore D’Alema è il protagonista di un inatteso dibattito appunto sul futuro del Pd.

Solo ieri era esplosa una sorta di bomba mediatica: D’Alema avrebbe votato i Cinque Stelle. Notizia falsa ha detto oggi l’ex premier, forse un ballon d’essai tattico (come le bombe nucleari) per vedere l’effetto che fa. Tuttavia, a parte la notizia, resta che D’Alema invece è stato molto chiaro sulla svolta che deve essere impressa al Pd e cioè l’alleanza con i pentastellati definita “indispensabile”. Su tutti i media ma in particolare in una intervista a Il Fatto ha compiuto una chiara disamina delle cause della sconfitta della sinistra. Per D’Alema il centro – destra ha vinto ma ha gli stessi voti dell’ultima volta (12 milioni nel 2018 pari però solo al 28% in assoluto dell’elettorato votante), solo che c’è stato un profondo rassemblement al suo interno. È cresciuto Fratelli d’Italia sono diminuite Lega e Forza Italia, ininfluente il centro.

In effetti l’Unione nel 2006 vinse con 19 milioni di voti ed un margine strettissimo di un paio di senatori mentre ora il centro – destra con 6 milioni di voti in meno controlla tutto. Quindi crisi dei votanti, progressivo e inesorabile calo della fiducia dei cittadini che non vanno più a votare ritenendolo inutile, fenomeno del resto non solo italiano ma mondiale. Tuttavia il ragionamento di D’Alema è logico. Non rappresentando una reale maggioranza la destra se imprimesse una accelerazione sui diritti o sul presidenzialismo rischierebbe una reazione di chi non ha votato che maggioranza.

D’Alema ritiene che Conte sia stato un ottimo premier giallo – rosso nel periodo della pandemia e, soprattutto, che sia riuscito a portare a casa il PNRR e questo è sicuramente vero anche se qualcuno poi voleva pure il Mes, che però non ha chiesto neppure Draghi. Poi Conte è caduto per un sabotaggio interno e pressioni esterne, tra cui quelle dei giornaloni, si pensi solo al Corriere della Sera che voleva Draghi ad ogni costo. Poi Conte –secondo D’Alema- non ha avuto il sangue freddo di gestire una campagna contro di lui e quando Di Maio ha provocato la scissione per salvare sé stesso, Draghi e la legislatura ha fatto cadere il governo su un tema assolutamente risibile come il termovalorizzatore di Roma che nascondeva però una chiara volontà di porre fine all’esperienza dell’ex banchiere europeo.

Tuttavia D’Alema non entra nel merito del fatto che Draghi i numeri per governare tranquillo ce l’aveva e fu proprio lui a scegliere la mozione Casini e non quella Calderoli provocando di fatto l’uscita del centro – destra e la crisi. Ma il punto di caduta di questa pur indispensabile premessa è: dove vive il Pd? Nel senso che – si chiede l’ex premier - come poteva pensare Enrico Letta che la gente stesse con Draghi quando è noto che il “fattore Monti”, cioè il “fattore T”, T come tecnocrazia, evoca sempre il riflesso patellare del populismo? Da qui la sconfitta storica del Pd e la tenuta di Conte e del M5S. Ed in effetti la sconfitta di Letta è la sconfitta dell’élite, di quella che “legge i giornali”, meglio se “giornaloni”.

E qui si riapre il dibattito sul Pd partito della Ztl, delle tartine, degli attici nei centri storici, del Pd che, ad esempio a Roma, vince solo nei quartieri ricchi come i Parioli e perde tutta la periferia sud - est in blocco, come il “quartiere delle Torri”, Tor Bella Monaca, Tor Tre Teste, Tor Vergata e poi Laurentino 38, Spinaceto, Corviale. Letta è stato peraltro fortunato che non ha fatto l’alleanza con Calenda che voleva fare e avrebbe mandato Conte al 20%. L’unica cosa che è andata bena a Letta è stato un suo errore e cioè la mancata alleanza con Calenda e Renzi che avrebbe mandato Conte al 20%.

Per D’Alema il partito che intercetta ora il voto popolare è proprio quello dei Cinque Stelle ricollocato a sinistra da Conte ed è anche critico sulla essenza fondativa del Pd perché il “centrosinistra sarebbe più forte con un vero partito socialista e una sinistra cattolica”. Da qui la richiesta di un vero congresso (ri)fondativo che si interroghi sulla reale essenza di un partito riformista nel XXI secolo. Massimo D’Alema dice di non essere più iscritto al Pd e di non fare più politica attiva, ma è difficile credergli. Probabilmente si sta preparando un ritorno in massa dei padri fondatori.

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