Referendum giustizia, il SI' parte in vantaggio. 2026 anno chiave anche per autonomia regionale e PNRR. Chi vincerà e chi rischia - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 09:54

Referendum giustizia, il SI' parte in vantaggio. 2026 anno chiave anche per autonomia regionale e PNRR. Chi vincerà e chi rischia

Profilo basso per la riforma del premierato. Analisi

di Alessandro Amadori, politologo e sondaggista

A tenere insieme i fili ci sarà soprattutto il referendum sulla giustizia, destinato a occupare la scena tra la fine dell’inverno e la primavera
 

Il 2026 si annuncia come un anno-soglia per la politica italiana, più di quanto dica il calendario. Non sarà semplicemente “l’anno prima delle politiche”, bensì il crocevia in cui si salderanno o si incrineranno la narrazione di governo come realizzatore di riforme e, specularmente, la capacità delle opposizioni di trasformare la critica in progetto. A tenere insieme i fili ci sarà soprattutto il referendum costituzionale sulla giustizia, destinato a occupare la scena tra la fine dell’inverno e la primavera, mentre sullo sfondo lavoreranno i vincoli della finanza pubblica, la volata finale del PNRR e due cantieri istituzionali che richiedono pazienza e metodo: autonomia differenziata e premierato. In mezzo, una tornata amministrativa apparentemente minore ma che farà comunque da termometro politico in molte città, con il suo portato simbolico nazionale. 

È su questi assi che si giocherà il tono complessivo del 2026.
La partita referendaria è la più nitida. La riforma Nordio (separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del CSM e istituzione di un’Alta Corte disciplinare) ha superato le quattro letture parlamentari, ma non la soglia dei due terzi: per questo si va a referendum confermativo, senza quorum, con una scheda lineare che chiede di confermare o respingere il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025. Gli schieramenti sono già definiti e, in fondo, raccontano la geografia del confronto che vedremo anche altrove: centrodestra compatto per il “Sì”, con la sponda di Azione; dall’altra parte Pd, M5S e Avs coordinano il fronte del “No” insieme all’ANM. 

Sul piano comunicativo, il governo vuole evitare la personalizzazione che nel 2016 si rivelò controproducente, mentre le opposizioni cercheranno di trasformare il voto in una verifica più ampia dell’indirizzo politico. I primi sondaggi di fine 2025, per quanto ancora fluidi, indicano un vantaggio del “Sì” e una quota ampia di indecisi: la curva dell’affluenza e la capacità di trasformare un tema tecnico in una scelta identitaria faranno la differenza

Il referendum è però anche un punto di equilibrio tra i cantieri istituzionali. L’autonomia differenziata ha una legge quadro in vigore (n. 86/2024), con pre-intese firmate nel 2025 da Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui alcune materie entreranno davvero nella fase attuativa, a partire da salute, professioni e protezione civile. È un cantiere che tocca nervi sensibili del Paese reale (risorse, servizi, coesione) e che misurerà la capacità della maggioranza di tenere insieme identità e governabilità. 

Accanto all’autonomia, il premierato rimane un progetto con un profilo che sarà volutamente basso nella prima parte del 2026. La strategia interna alla coalizione è chiara: prima consolidare la riforma-chiave (la giustizia), poi calibrare tempi e contenuti del premierato evitando l’effetto “plebiscito su una persona”. Il 2026, insomma, servirà a capire se esistono le condizioni politiche e comunicative per arrivare al 2027 con un dossier robusto e socialmente digeribile. 

Poi c’è il PNRR, che nel 2026 vivrà la sua densità massima: scadenze e obiettivi vanno chiusi entro il 31 agosto per mantenere i flussi di pagamento, con il semestre primaverile-estivo come punto di massima pressione. È l’altra campagna elettorale, quella silenziosa dei cantieri, dei decreti attuativi e della rendicontazione: nel discorso pubblico non sempre fa notizia, ma nel giudizio sull’efficienza di governo pesa moltissimo. 

Le amministrative di primavera faranno da prova generale dei rapporti di forza. I Comuni non sono più soltanto “laboratori” locali: in un Paese a bassa partecipazione nazionale, il voto civico conserva una qualità pedagogica che orienta il racconto dei media e produce leadership spendibili a livello nazionale. Per centrodestra e centrosinistra, le città al voto saranno le vetrine su cui misurare capacità coalizionali, candidati civici e programmi credibili su casa, trasporti, sicurezza urbana. 

Questo contesto spiega perché il 2026 sarà fatto, più che di protagonisti, di posture. In particolare, Giorgia Meloni, leader indiscussa dell’attuale quadro politico nazionale, punterà su un anno di “esecuzione”: vittoria al referendum, disciplina dei conti, accelerazione PNRR e una postura europea affidabile. 

Chi può rafforzarsi? Il governo, se il “Sì” passerà con margine non risicato e se le città chiave confermeranno una geografia favorevole; Forza Italia, se saprà intestarsi un pezzo della vittoria referendaria nel registro della moderazione responsabile. Chi rischia? Le opposizioni, se non riusciranno a trasformare il “No” in proposta e le amministrative in spazi di conquista; la Lega, se autonomia e sicurezza non si tradurranno in successi visibili. La variabile indipendente resta l’affluenza, che alle Europee 2024 ha toccato minimi storici: se non si rianima la partecipazione, lo spazio di manovra narrativa di tutti si restringe. 

Lo scorrere dei mesi offrirà punti di riferimento chiari. A inizio anno arriveranno l’indizione formale e la data del referendum; tra marzo e aprile si consumerà il voto su due giorni; tra la tarda primavera e l’estate, oltre alle amministrative, si addenseranno milestone e target PNRR, con la macchina dello Stato sotto osservazione continua. In autunno vedremo gli effetti politici sedimentati del referendum: se avranno aperto spazio per accelerare su premierato e autonomia o se, al contrario, imporranno una ricalibratura dell’agenda. 

In definitiva, il 2026 racconterà se l’Italia vuole chiudere la legislatura sotto il segno della conferma e della continuità — una maggioranza che porta a casa la riforma-simbolo, governa i conti e corre con il PNRR — oppure se sceglie una stagione più divisa, in cui un esito referendario incerto e una mappa amministrativa mista manterranno aperto ogni gioco fino al 2027. Qualora prevalesse il “No”, si configurerebbe  uno scenario “stop & go” che rimetterebbe mano al framing dell’intera legislatura. In ogni caso, il referendum non chiuderà una discussione: deciderà il tono con cui affronteremo l’ultimo anno prima delle politiche.

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