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Preferenze, la battaglia che agita la legge elettorale: chi le vuole e chi no e perché fanno così paura

Nella versione approdata in Aula, il Melonellum mantiene le liste bloccate

Preferenze, la battaglia che agita la legge elettorale: chi le vuole e chi no e perché fanno così paura

Legge elettorale, è scontro sulle preferenze: tutti le invocano, ma nessuno sembra volerle davvero

Tutti parlano di preferenze, ma nessuno le vuole davvero. Sembra essere questo il principio che fa da sfondo al principale terreno di scontro attorno al Melonellum, capace di spaccare la maggioranza e di mettere in imbarazzo anche le opposizioni. Ma cosa sono le preferenze? Con il sistema delle liste bloccate, oggi in vigore e confermato dal Melonellum, gli elettori scelgono una lista senza poter esprimere preferenze sui singoli candidati: l’ordine degli eletti è determinato dai partiti al momento della presentazione delle liste. Le preferenze, invece, permetterebbero al cittadino di indicare direttamente il nome del candidato che vuole eleggere all’interno della lista scelta. Un meccanismo che esiste ad esempio per le elezioni europee o comunali.

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La storia delle preferenze in Italia è una storia di conversioni al contrario. Giorgia Meloni si è detta più volte favorevole alle preferenze: nel 2014 Fratelli d’Italia aveva presentato una proposta per introdurle nella legge elettorale. “Ancora una volta parlamentari nominati. Che schifo”, aveva commentato la stessa Meloni dopo la bocciatura di quella proposta alla Camera. Posizioni simili le aveva espresse anche Matteo Salvini, che nel 2014 aveva criticato la maggioranza che sosteneva il governo Renzi per aver bocciato quell’emendamento. Oggi quelle dichiarazioni pesano come macigni, perché nel testo del Melonellum le preferenze non ci sono: sono state stoppate proprio dalla Lega e in parte da Forza Italia, che invece Fratelli d’Italia avrebbe voluto introdurre.

L’accordo tra i partiti della maggioranza sarebbe stato raggiunto a fatica. Dopo una sorta di conclave nella sede di Fratelli d’Italia in via della Scrofa, i partiti della maggioranza hanno trovato infatti un’intesa sulla riforma. Un’intesa che ha costretto FdI a dei passi indietro per non far saltare il banco. Una scelta pragmatica, ma poco attuale.

Chi vuole cosa oggi?

A oggi, il quadro si spacca tra chi insiste per averle e chi dice no. Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, si è detto favorevole al ripristino delle preferenze perché consentono ai cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Lega e Forza Italia hanno invece ribadito più volte di essere contrari. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, dal canto suo, ha rotto la riserva dichiarando che “l’accordo complessivo sulla legge elettorale non prevede le preferenze”. Per tutta risposta Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione di FdI, ha ribadito l’intenzione di proporre un emendamento in Aula per reintrodurle. La leader del Pd Elly Schlein e il presidente del Pd Bonaccini si sono detti personalmente favorevoli alle preferenze, ma il tema non è stato ancora affrontato con gli altri big del partito. E nel frattempo, come ha rivelato il Giornale, la war room del Nazareno lavorerebbe da settimane alla compilazione delle liste elettorali: senza preferenze, la corrente schleiniana avrebbe molto più controllo sugli eletti, mentre con le preferenze dovrebbe fare i conti con le truppe di Bonaccini, fortemente radicate nei territori.

A infiammare ulteriormente il dibattito ci ha pensato Roberto Vannacci. La sua mossa è stata quella di sfidare direttamente Meloni: se FdI vuole davvero le preferenze, allora dovrebbe impedire agli altri partiti della coalizione di chiedere il voto segreto quando l’emendamento arriverà in Aula. Una trappola politica bella e buona. Con le preferenze contano molto la notorietà personale, le reti territoriali e le macchine elettorali locali: terreno su cui Vannacci, sempre più minaccioso per il Carroccio, potrebbe prosperare.

Contrari a Lega e Forza Italia, l’opposizione ha già presentato diversi emendamenti per introdurre le preferenze, così come hanno fatto i parlamentari vannacciani. Tecnicamente, dunque, esisterebbe una maggioranza parlamentare trasversale a favore delle preferenze. Ma è difficile immaginare che la coalizione di governo si presenti con posizioni così distanti su un tema così centrale, magari facendo passare un emendamento dell’opposizione col voto segreto. La soluzione adottata da FdI è stata quella di rinunciare a presentare l’emendamento in Aula: troppo alto il rischio di un affossamento dell’intera riforma sotto lo scudo del voto segreto.

Perché in realtà nessuno le vuole

La verità, che pochi dicono apertamente, è che le preferenze rosicchiano potere alle segreterie di partito, e a non pochi parlamentari paracadutati in collegi sicuri non piacerebbe trovarsi a dover competere davvero per un voto. Ci sono anche argomenti più seri contro le preferenze: farebbero aumentare a dismisura i costi delle campagne elettorali e riaprirebbero il varco a possibili infiltrazioni della criminalità organizzata in alcune zone del Paese. E poi c’è la questione di genere: Elena Bonetti di Azione ha evidenziato che in letteratura internazionale il meccanismo delle preferenze tende a favorire gli uomini, mentre nei sistemi regolati da quote e alternanza di genere le donne entrano di più nelle istituzioni.

La questione resta aperta e irrisolta. Le preferenze non sono nel testo approdato in Aula oggi, ma il dibattito potrebbe riesplodere durante l’esame parlamentare, con il voto segreto come jolly nelle mani di chiunque voglia far deragliare la riforma. Un tema che, in fondo, racconta molto di come funziona davvero la politica italiana: tutti invocano il potere agli elettori, finché non si tratta di cedere davvero un po’ del proprio.

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