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Non c'era la CGIL a spingere gli iscritti a votare in massa il proprio candidato. Non c'era l'apparato che, disegnando regole assurde, faceva di tutto perché meno elettori possibili scegliessero l'altro candidato. C'erano solo loro. I due milioni e mezzo di elettori che, facendo la coda, stando al freddo fuori dai seggi, sceglievano di partecipare per votare il nuovo segretario del Pd. Ha stracciato tutti Renzi, con quasi il 70% dei consensi. Gli avversari ma soprattutto l'apparato. Quello che aveva prodotto il disastro di Bersani e al quale il popolo delle primarie ha detto basta.  Quello, il gruppo dirigente, che dando i risultati ieri sera faceva fatica a mostrare soddisfazione e ribadiva: abbiamo un segretario non un padrone. Un mio caro amico, da sempre berlusconiano, ha deciso di iscriversi al Pd e di votare Renzi. Ero un po' perplessa quando me lo ha detto. Ma poi ho capito che un grande partito deve avere anche una grande capacita di inclusione e che il contributo degli "altri" può sempre essere utile.  La linea la detta il segretario, i valori di sono quelli di sinistra e chi vuole starci ci sta. Chi se ne frega di quello che votava prima.

Un grande successo queste Primarie. Una dimostrazione che sono ancora in tanti a entusiasmarsi per un progetto, a voler partecipare in prima perdona, a credere delle politica costruttiva, che prova a fare qualcosa per risollevare il Paese senza liste di proscrizione o picchetti fuori da Montecitorio. O senza andare in piazza ad insultare "gli altri".

Matteo Renzi è il nuovo segretario del Pd con successo e convinzione. La legittimazione, quella che tutti gli analisti volevano, c'è stata. I quasi due milioni che hanno votato per lui hanno detto chiaramente basta col vecchio partito, con la CGIL e con questo Governo inetto. E ora tocca a lui. Ho già detto, proprio da questo quotidiano, quanto stretta sia la strada che lo aspetta. Nel partito e nella maggioranza. Perché dopo la sentenza della Consulta e lo strappo di Forza Italia è diventato tutto più difficile. La legge elettorale dovrà essere inserita in un nuovo assetto istituzionale e per questo i tempi per nuove elezioni si allungano. Renzi deve muoversi dentro una cristalleria. E il rischio di far cadere qualche bicchiere c'è ed è evidente. Come quello di ascoltare sirene pericolose.

Alfano ha fatto la prima mossa. Sì al sindaco di Italia ha detto il leader del NCD. Tradotto: sì al doppio turno, inviso finora a tutti i partiti non di sinistra. E patto per le riforme. Questo il richiamo per il nuovo segretario che, però, sa benissimo che un accordo con Alfano sarebbe indigesto ai suoi elettori. Berlusconi e Grillo, d'altro lato, hanno scelto la linea dura contro l'attuale Parlamento, strumentalizzando la sentenza della Consulta sul Porcellum. Eh sì. Perché se, per assurdo, fossero illegittimi i 148 deputati eletti col premio di maggioranza, giudicato incostituzionale, lo sarebbero altrettanto tutti i deputati grillini (e degli altri partiti). Questo perché le liste bloccate sono state giudicate, allo stesso modo, incostituzionali. Per fortuna la Consulta, invitando il Parlamento a votare una nuova legge, lo ha di fatto legittimato a legiferare. Quindi le urla grilline si sgonfiano da sole.

Resta però l'asse Grillo-Berlusconi che può destabilizzare, ancora di più, la tenuta del Governo e gli equilibri del Parlamento e spingere verso una rapida legge elettorale e poi subito al voto. Ecco perché lavorare con il leader di Forza Italia, in difesa, ad esempio, del bipolarismo, potrebbe disinnescare l'asse tra i due ed essere utile da una parte ma dannoso dall'altra. Perché se un qualsiasi accordo con Alfano sarebbe indigesto quello con Berlusconi non sarebbe nemmeno masticabile. Senza contare che lo stesso cavaliere aveva già mollato D'Alema e poi Veltroni.

Strategie sul filo del rasoio, dunque, con l'obiettivo di lavorare con il presidente del Consiglio ma non per lui. Renzi ha avuto l'investitura per guidare il principale partito di questo Governo. Deve guidarlo a aiutare a fare le riforme che ha promesso più volte in campagna elettorale. Senza scendere a compromessi, o distribuire posti in cambio di appoggi o legittimazioni. Basta quella degli elettori delle primarie. Sono tutti veri, non truppe cammellate o reclutate per l'occasione. Il gruppo dirigente deve farsene una ragione e poco alla volta deve cambiare. La gente che ha votato ci crede davvero. Vuole azioni decise e non promesse vacue. Una politica onesta, una burocrazia snella e il rilancio  dell'economia. Parta da lì il nuovo segretario e andrà tutto bene. In bocca al lupo.

Adriana Santacroce, @AdriSantacroce

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