Recovery Fund, facciamo un po’ di chiarezza su tempi e modi cui arriveranno i soldi all’Italia.
“Va detto che gli Stati Membri, il Parlamento europeo e la Commissione stanno negoziando sui regolamenti, e dunque alcuni elementi potrebbero evolvere. In ogni caso, il primo passaggio per accedere ai fondi del “Dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza”, che è lo strumento finanziario di gran lunga più consistente del Recovery Plan, è la presentazione alla Commissione europea di un “Piano nazionale per la Ripresa e la Resilienza” entro il 30 aprile 2021, nel quale definire gli investimenti e le riforme da attuare nel periodo 2021-2023, con la relativa tempistica.
Il nostro Paese potrebbe ricevere un ammontare complessivo di 208 miliardi di euro, suddiviso in 127 miliardi di prestiti e 81 miliardi di sussidi.
Questi ultimi saranno calcolati in due tranche: una prima del 70% da impegnare negli anni 2021 e 2022 e il restante 30% entro la fine del 2023.
Riguardo ai tempi, la Presidenza tedesca dell’UE si è impegnata ad approvare i regolamenti relativi entro la fine dell’anno. C’è anche la possibilità di un prefinanziamento, il 10 per cento dei fondi nel 2021, mentre l’ulteriore stanziamento sarà disponibile una volta approvati i regolamenti e che la Commissione e il Consiglio avranno dato l’ok al piano di riforma.
È dunque importante che l’Italia presenti un piano organico rapidamente, vista l’emergenza economica attuale”.
Quali sono le condizionalità? Ci sono vincoli sull’utilizzo di questi fondi?
“I vincoli coincidono con il rispetto degli obiettivi che la Commissione europea e gli Stati membri hanno condiviso nel Semestre europeo per rafforzare gli Stati membri e l’intera Unione europea.
La visione complessiva, infatti, abbraccia la crescita economica, lo sviluppo armonioso e costante del Mercato Unico europeo e dell’Unione economica, basata sulla responsabilità e la solidarietà. Per tutti gli altri Stati membri, dunque, le condizionalità e i vincoli all’uso dei fondi del Dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza dipendono dalla coerenza del Piano nazionale con le Raccomandazioni specifiche ricevute dalla Commissione europea nel 2019 e nel 2020 e poi approvate dai Governi nazionali nel Consiglio europeo.
Altro aspetto, inoltre, che sarà valutato, l’impulso del piano di investimenti alla transizione verde e alla digitalizzazione, così come saranno valutate positivamente le riforme utili al rafforzamento del potenziale di crescita, alla creazione di posti di lavoro e alla resilienza sociale ed economica”.
Quali sono i punti chiave del piano di riforme che l’Italia deve presentare a ottobre a Bruxelles?
“L’UE attraverso il Dispositivo per la Ripresa e la resilienza intende rafforzare le economie in risposta alla crisi dovuta alla pandemia, supportare la transizione verde e digitale e aumentare la resilienza degli Stati. Per questo il Governo mantiene uno sguardo organico sull’insieme delle riforme di cui necessita il Paese, che sono inserite nel Programma nazionale di riforma di luglio per il 2021-2023, presentato e poi approvato dalle Camere, per il rilancio della crescita, l’innovazione, la sostenibilità, l’inclusione sociale e la coesione territoriale, nel nuovo scenario determinato dall’emergenza sanitaria del Covid-19. Lì sono riportare le linee essenziali del Piano nazionale per la Ripresa e la resilienza che il Governo presenterà il 15 ottobre alla Commissione europea.
In estrema sintesi, si tratta di misure per la stabilità macroeconomica, la produttività e l’equità, l’istruzione e il mercato del lavoro, l’aumento delle risorse per la ricerca, l’innovazione, la digitalizzazione e le infrastrutture, l’efficienza della Pubblica Amministrazione, la gestione delle aziende partecipate dalla PA, il funzionamento della giustizia e la promozione della concorrenza nel settore privato, per favorire la ristrutturazione dei bilanci delle banche e migliorare l’accesso delle imprese ai mercati finanziari”.
Ci sarà il tunnel dello Stretto di Messina tra Calabria e Sicilia nel piano di riforme legato al Recovery Fund?
“Credo sia importante sottolineare l’attenzione dell’attuale esecutivo verso il Mezzogiorno, con l’inserimento nel Programma nazionale di riforma del “Piano Sud 2030”: uno sforzo apprezzabile nella individuazione di giusti obiettivi da perseguire: istruzione, infrastrutture e digitale, ambiente, innovazione, apertura internazionale.
Riguardo al collegamento nello Stretto di Messina, la lente con cui va esaminato, a mio avviso, deve essere quella dei corridoi europei di trasporto e della sostenibilità economica e ambientale, continuando a perseguire l’impostazione del Piano nazionale per la Ripresa e la resilienza che contempla progetti di riforma e investimento che abbracciano più settori”.
Il piano di riforme verrà messo a punto dalla maggioranza o pensa anche a un contributo delle opposizioni?
“Il piano di riforme dovrà essere il risultato del confronto e del lavoro che realizzeremo in Parlamento, luogo deputato ad esprimersi, ma anche delle tante risorse sociali ed economiche che sono la ricchezza dell’Italia. Le dinamiche della nostra democrazia parlamentare ci affidano il compito e la responsabilità di impostare interventi e linee strategiche fondamentali per uscire dal tunnel di una crisi epocale ed essenziali per le prossime generazioni. Non sono necessarie nuove task force o commissioni ad hoc: ci sono già e sono impegnate in questo importante lavoro. In questa direzione sono certo che le opposizioni non mancheranno di partecipare attivamente portando il proprio contributo diretto nella stesura del provvedimento.
Va messa da parte la logica della propaganda che fino ad oggi, purtroppo, ha spesso avuto il sopravvento anche nelle questioni con l’Europa. È tempo di responsabilità dialogica e propositiva, non di slogan urlati sulla rete”.
Non teme che da parte dei cosiddetti Paesi frugali possano esserci vincoli e limiti all’utilizzo di questi fondi da parte dell’Italia?
“L’ostacolo che rischiava di far saltare l’intesa al Consiglio europeo dello scorso luglio è stato di fatto rimosso con la significativa rimodulazione di quello che era stato battezzato come il “super freno di emergenza.
Per il resto, sono convinto che l’Italia presenterà, nei tempi previsti, un piano credibile e all’altezza della situazione ma anche delle aspettative. È una prova di maturità alla quale siamo chiamati con una visione intelligente che ci tenga lontani dalla tentazione di fare, come qualche volta è accaduto, un semplice collage che mette insieme interventi disomogenei ripescati nei cassetti dei diversi dicasteri. Le riforme possono essere un’opportunità per il rilancio del Paese a lungo termine e sono nel nostro interesse se condivise e attuate con la dovuta cura”.
L’Italia dovrebbe utilizzare i fondi del Mes per la sanità?
“Occorre ribaltare la domanda: l’Italia ha bisogno di quelle risorse per la sanità? Di fronte a questa domanda, la risposta positiva si fa più che scontata e si colora delle sollecitazioni di tutti i presidenti di Regione che vedono come soluzione ideale la possibilità di accedere a risorse economiche con interessi, nel loro totale, bassissimi, prossimi allo zero. In questo senso, anche il tema dei prestiti senior è un “falso problema” perché parliamo di 30 mld a fronte di uno stock di debito di oltre 2000”.
Pensa che sul Mes si possano superare i no del M5S e i dubbi del presidente del Consiglio Giuseppe Conte? Il governo rischia su questo argomento?
“Per formazione professionale, ma anche per inclinazione caratteriale, considero gli arroccamenti e le chiusure ideologiche elementi di debolezza e non punti di forza. In questo senso, sono fiducioso che la discussione interna alla maggioranza che sostiene il governo, che ci ha già consentito di fare chiarezza sull’assenza di condizioni diverse dalla destinazione al miglioramento del sistema sanitario, alla fine saprà fare sintesi. Tanto più dinanzi al dato politico, rilevante, che vede l’UE esprimere oggi un’impostazione decisamente diversa rispetto a 10 anni fa.
Il Mes della Troika in Grecia è una realtà “politica” che oggi, di fatto, non si potrebbe ripetere o replicare perché – fortunatamente – è venuto meno l’atteggiamento politico con cui nel 2012 si è applicato quel trattato in Grecia. E questo anche grazie alla capacità che il nostro Paese ha saputo esprimere nel negoziato. Di fronte a questa evidenza, qualsiasi intransigenza, a mio avviso, sarebbe immotivata, se l’uso del MES porta vantaggi economici allo Stato e permette di supportare investimenti di cui la Sanità pubblica ha un reale bisogno.
La politica è prima di tutto la misura della realtà, e quando questa cambia, occorre conseguentemente adeguarsi con convinzione”.


