Le drammatiche vicende del terremoto nel centro Italia dimostrano quanto per le popolazioni colpite e per l’intero territorio siano fondamentali sia la partecipazione e la solidarietà di tutti e, al contempo, quanto sia decisiva la capacità di pronto intervento e di decisioni rapide di tutte le Istituzioni, governo in primis. Può essere questa terribile vicenda una “lezione” per l’intero Paese su una questione controversa quale il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre? Di cosa ha bisogno oggi l’Italia per tornare ad avere fiducia, credere in se stessa, risollevarsi e uscire dal tunnel della crisi, non solo economica? Fatte le proporzioni, come nel dopoguerra serve che tutti si mettano ai remi, per superare il dramma precedente e ricostruire sulla base di un progetto unificante, nella logica del bene comune. In altre parole serve promuovere la partecipazione più ampia e diretta dei cittadini, una condizione che in caso di tragedie qual è un terremoto avviene per spirito di solidarietà umana e di fratellanza, più difficile invece se ad aver bisogno è la nazione tutta, non sempre vista come casa “propria” perché pesano divisioni di vario tipo, culturali, sociali, politiche. Non solo.
La stessa partecipazione non basta per affrontare e risolvere i drammi immediati e per avviare e gestire il dopo, quello della ricostruzione. Serve l’intervento dello Stato e delle istituzioni ai vari livelli, dal comune locale fino al governo centrale per indicare il senso di marcia e per l’utilizzo appropriato di tutti i mezzi necessari. Insomma, la partecipazione senza lo Stato non produrrebbe risultati adeguati alla bisogna, idem per lo Stato senza l’impegno diretto e il consenso della gente. Non è facile sciogliere i nodi di una tale matassa. Oggi l’Italia ha bisogno di ridurre il solco fra cittadini e politica-istituzioni ma ai cittadini serve una politica capace di interpretare la realtà decidendo il da farsi con decisione e tempismo, fuori da beghe e intrighi partitocratici e da pastoie burocratiche e amministrative frutto anche dei doppioni e del grovigli legislativi. La partecipazione degli “amministrati” e la decisione degli “amministratori” sono due facce della stessa medaglia. A un mese dal referendum il confronto sul SI e sul NO resta fondamentalmente strumentale, legato al dato prettamente politico: il SI un consenso a Renzi e al suo governo, il No una bocciatura. Così c’è un incupirsi fazioso della contesa e non una discussione di merito che nella sostanza propone due alternative sulla concezione della democrazia. Giusto spingere sulle riforme, anche quella della Costituzione, ma errato considerare che la soluzione venga da una riduzione verticistica della articolazione democratica che, paradossalmente, andrebbe resa più … “complessa” evitando che scorciatoie e artifizi possano supplire la pazienza e l’asprezza dei processi politici. Al di là delle intenzioni, di riduzioni in riduzione si arriva a “un uomo solo al comando”.
La riforma della Costituzione voluta da Renzi-Boschi è stata male avviata strozzando il confronto partecipato, un modo offensivo non solo dell’etica ma persino dell’etichetta democratica con il rischio oggi di spingere l’Italia in un crepuscolo denso di incognite che aggrava e aumenta inquietudine anche intorno alla qualità di questa classe dirigente (dell’esecutivo e dello stesso Parlamento) e alla possibilità – con il successo del SI – di aprire l’epoca della “monarchia” renziana con la sua corte che considera la politica un affare personale usata come un pallottoliere. L’Italia ha bisogno di (vere e buone) riforme. Ma lo stato e la sorte della democrazia non sono una questione di lana caprina. Una democrazia, quella italiana, indubbiamente impoverita negli ultimi vent’anni e che oggi – anche con questa riforma costituzionale – cerca soluzioni nelle ulteriore semplificazione delle procedure. La democrazia ha però senso perché è capace di “complicare” la vita del potere (anche del governo), non di renderla più comoda, perché senza democrazia non c‘è libertà e senza libertà nessuna riforma è a favore del popolo. Le democrazie sono certo fondate sulla legittimità del consenso elettorale, ma sono anche il frutto molto sofisticato di un equilibrio dei poteri. Renzi e il suo governo insistono a spiegare che l’unzione popolare è l’”in sé” esclusivo della legittimazione. In altre parole, premier ed esecutivo, “potando” il Parlamento, dicono: “lasciateci fare!”.
In questi ultimi vent’anni inneggiando all’esigenza di distruggere la partitocrazia si è giunti a una partitocrazia senza partiti e/o a partiti padronali o di stampo leaderistico. Sarà così anche per le Istituzioni? Fatto sta che – ed è l’altra parte della medaglia – il Paese ha bisogno di riforme, di essere (ben) governato, all’altezza dei tempi e dei problemi senza inutili e strumentali lacci e lacciuoli, dando all’esecutivo e al suo premier gli strumenti per agire. Ma il referendum del 4 dicembre è in grado di sciogliere questi nodi “sic et simpliciter”, con un SI o un NO, senza il rischio di un salto nel buio?

