Con la soppressione da parte della Corte Costituzionale del quesito sull’articolo 18 l’opposizione della Cgil al Jobs Act si sgonfia rischiando di diventare un boomerang. Ecco perché ora Susanna Camusso, per non perdere la faccia, rifiuta ogni mediazione del governo sui voucher insistendo per la loro cancellazione così che il voto in primavera sul referendum è da mettere a chiare lettere in agenda, di fatto inevitabile. Più che una battaglia di civiltà, un braccio di ferro tutto politico fra un governo di passaggio e un ministro del lavoro “bollito” da una parte e dall’altra una Cgil (con sullo sfondo il congresso 2018) già in campagna elettorale che associa questo referendum sui voucher al governo Renzi per cercare consenso a mo’ di “crociata” e raggiungere il quorum.
Il risultato sarà quello di tenere il Paese in fibrillazione, indebolire ancor di più il governo, dividere la sinistra, rinfocolare le beghe interne del Pd, rendere ancora più esteso e intransigente il fronte articolato del populismo e della demagogia. Dove sono le capacità di mediazione e il senso di responsabilità politica e istituzionale? Puntare, come insiste l’ex premier Renzi, alle elezioni politiche anticipate per una sua rivincita personale dopo il flop del 4 dicembre facendo così saltare il referendum voluto dalla Cgil è la classica situazione in cui dalla padella si precipita nella brace.
In entrambi i casi – elezioni politiche o referendum – ricorrendo alle urne in primavera pur su temi così diversi, non solo non si sciolgono i veri nodi che stringono il Paese ma si lascia ancor più campo libero a chi punta al tanto peggio tanto meglio. Promuovendo il nuovo governo Renzi non ha colto il significato politico del voto del 4 dicembre, un fortissimo “No” trasversale all’ex premier e segretario del Pd, una bocciatura alla madrina della “riforma” Maria Elena Boschi, addirittura premiata nel nuovo esecutivo Gentiloni. Il Partito democratico non è oggi in grado di “sostenere” il governo in carica né tanto meno di affrontare una campagna elettorale, specie se riferita ad elezioni politiche anticipate. Il flop del tesseramento è la cartina del tornasole dello stato di salute organizzativo e politico del pidì in pieno caos pre-congressuale.
Cosa può offrire oggi agli italiani il Pd, partito di maggioranza relativa? Nel dopoguerra e per decenni, la Dc costituiva per la maggioranza degli italiani non solo il baluardo ideologico e politico per la democrazia contro il comunismo ma assicurava un tipo di promozione avanzata per nuovi strati popolari inseriti in una struttura sociale privilegiata, corporativa, fondata spesso sulle raccomandazioni, con evidenti limiti culturali e sociali ma facendo fare ai più un passa avanti, La gente che conquistava una posizione sociale, anche secondo la scala di valori della Dc, restava grata a quel partito che le aveva consentito di vivere in democrazia migliorando le vecchie condizioni di vita. Ciò spiega perché, malgrado i limiti e le vicende anche tumultuose di quegli anni, la Dc vinceva le elezioni e governava.
Era un grande partito popolare che aveva acquisito dalla millenaria tradizione cattolica gli elementi di prudenza, di controllo, di mediazione ma anche di cambiamento, un partito “vero” del quale lo stesso Pci e la sinistra sottovalutavano le capacità di profondo radicamento e di forte ripresa anche ideale. Oggi il Pd è ridotto a mero strumento elettorale, vive aggrappato alle sue reti di potere nazionale e locale, incapace di ridefinire una moderna via italiana della “nuova sinistra”, privo di una strategia riformatrice in grado di dare una prospettiva di rilancio all’Italia. Certo, se Atene piange Sparta non ride.
Non solo la crisi di un centrodestra privo di identità e leadership, al pari del Pd e del centro-sinistra, logorato e con una credibilità ridotta al lumicino. Ma anche le difficoltà crescenti del M5S, considerato però da almeno un quarto dell’elettorato l’unica alternativa alla casta della vecchia politica. Il pasticcio delle alleanze in Europa e il quasi caos della giunta capitolina guidata dalla sindaca Raggi puniscono nei sondaggi (Swg) del 12 gennaio i grillini che scendono al 25,7% dal 26,8% del 21 dicembre mentre cala ancora il Pd (al 31,6%).
La domanda è: siamo a veri segnali di crisi che prefigurano una forte discesa del M5S, addirittura il suo dissolvimento? No! Perché pur con giravolte e scivolate dettate da trasformismo, pressapochismo e dilettantismo, restano intatti i motivi per cui un quarto e più dell’elettorato li vota. Il M5S resta la sponda per chi rifiuta questo sistema dei partiti, un segnale di un malessere per fortuna non degenerato in forme di protesta violente e anti democratiche. Non è stato certo il governo Renzi ieri, né oggi quello di Gentiloni a riportare fiducia fra cittadini e palazzo. Oggi, un voto che il M5S perde per propri limiti, non passa ad altri partiti, tanto meno al Pd, ma va ad ingrossare le file dell’astensionismo. La Camusso gioca con la “sua” guerra dei voucher. Renzi rinvia i “tre squilli” di tromba ma punta sul voto anticipato. Grillo se la gode. E le riforme? Campa cavallo!
