di Massimo Falcioni
Il pranzo di lavoro di ieri a Villa San Martino di Berlusconi con i fedelissimi di Forza Italia non ha nulla degli incontri fatti nella prima Repubblica dai leader democristiani o aspiranti tali che segnavano la storia nell’ombra dei conventi. La storia non si annuncia ma si fa. E nel villone di Arcore più che un meeting della svolta c’è stata, nel segno dell’Amarcord, una sbicchierata di caporali e caporal maggiori, per il ritorno pro tempore in fureria in attesa del congedo, del sergente maggiore, sperando in una nuova distribuzione di quel che resta nei fondi di magazzino. I nodi intricatissimi dell’Italia e del mondo? Fuori dal muro di cinta della reggia dell’ex Cav, in buona forma dopo l’intervento al cuore del 14 giugno scorso, ma senza nessun coniglio da tirar fuori dal cappello. Tutt’al più un tiepido “pass” per Stefano Parisi, già candidato sconfitto a sindaco di Milano, autocandidatosi a guidare il centrodestra che non c’è più.
Solo a Brunetta, al nome dell’”amico” Parisi, va di traverso l’ammazzacaffè, ma la (ex) allegra brigata convenuta alla corte di Arcore non batte ciglio certa che – vivente Re Silvio – non c’è posto per delfini più o meno stagionati, tanto meno per quelli annunciati. Sembra siano passati molti decenni da quando Silvio Berlusconi esternava, dal predellino o in tv, e folli plaudenti lo osannavano e milioni di elettori lo votavano. Il “buen retiro” di queste settimane dell’ex Cav non è solo dovuto al recente riuscito intervento al cuore ma al fatto di non sapere più che cosa dire e, se uscisse dal cilindro l’idea forte, a chi dirla. Il mezzo, si sa, non manca a Berlusconi: manca il messaggio, cioè il contenuto politico.
l pranzo di giovedì è la dimostrazione di come quel partito che nel 1994 sbaragliò la “ gioiosa macchina da guerra “di Occhetto con la promessa (non mantenuta) della “rivoluzione liberale” sia oramai poco più di una congrega dove i reduci pensano solo a garantirsi un proprio futuro occupandosi di beghe di cortile. “L’eccellente riunione” di Villa San Martino di cui parla il capogruppo al Senato Paolo Romani conferma che il clichè è sempre lo stesso, con i commensali appesi al verbo del padre-padrone certi di “rilanciare l’azione politica di Forza Italia e di riannodare i fili del dialogo con quel popolo di centrodestra che continua ad essere maggioranza nel Paese”. Già, quel popolo che, deluso e disorientato, non ne vuole più sapere di farsi rappresentare da Berlusconi e dai suoi lacchè, vecchi o nuovi.
on c’è uno straccio di niente sui contenuti politici (se non il “no” strumentale al referendum d’autunno per cercare di condizionare Renzi e il suo governo nel tentativo patetico quanto disperato di restare nel gioco che conta), neppure una proposta politicamente degna di questo nome su una realtà nazionale e internazionale da far tremare le vene ai polsi. Intanto, cresce ovunque la “pancia” reazionaria, populista e anche razzista degli italiani che un moderno, credibile, rappresentativo partito “moderato” radicato nel territorio potrebbe contenere con una forte e incisiva azione culturale, politica, sociale. In altre parole, oggi all’Italia serve tutto meno che una frattura e uno scontro politico permanente, un governo debole, una maggioranza ballerina che muta pedine e gioco in un balletto deciso e gestito dentro il Palazzo, in barba ai cittadini.
“Ci tocca rifare la diccì”, questo il refrain sottovoce dei commensali di Arcore. Ma quale DC? Alcide De Gasperi definì la Dc un “partito di centro che guarda a sinistra” componendo “in un equilibrio dinamico” le diverse anime, le diverse culture, le diverse origini e sensibilità sociali del mare magnum dei “moderati” italiani. De Gasperi tirò su le colonne d’Ercole del nuovo partito sintetizzando: “Idee ricostruttive della DC”, quale partito cui toccava “un ruolo decisivo di mediazione” di fronte ai partiti laici e marxisti e in un mondo diviso in due. Ecco, la mediazione: allora “alta” fatta da giganti e oggi “bassa”, con gli gnomi in campo.
E’ questa la carta che Berlusconi può giocare con Renzi (il suo governo e il suo partito) in difficoltà. All’ex diccì Matteo serve un Berlusconi riposizionato come democristiano di “complemento”, in grado di non affondare nella palude del referendum e della nuova legge elettorale. La trappola sta, soprattutto, nell’Italicum. E solo il Pd e il partito neo “diccì” berlusconiano possono evitarla, salvando Renzi e il suo governo. Al segretario-premier tocca la prima mossa, richiamando sulla scena l’ex Cav, di fatto nuovo partner del governo anche prima del referendum. Fantapolitica? Due “democristiani” sono meglio di uno e per Renzi e Berlusconi rispolverare il patto del Nazareno non turba le loro coscienze. Minestra riscaldata? L’alternativa è il voto subito. Con il M5S a fauci aperte.

