La situazione è grave ma non è seria in un Partito Democratico dove Renzi, Bersani, D’Alema esasperano i toni della polemica nascondendo, così, il vuoto della loro politica. Tutti e tre s’azzuffano attorno al capezzale di un partito malato per una eredità politico-elettorale sempre più spolpata, sotto il 30% nell’ultimo sondaggio Demos, una tendenza negativa che, senza svolte, difficilmente si arresterà. Cos’è oggi il Pd? Dove va? Un casermone di cartapesta corroso dai tarli, che al primo sconquasso s’affloscia, sbriciolandosi mandando a carte quarantotto un sistema di potere che ha lasciato l’Italia nel pantano. Renzi, Bersani, D’Alema: tre leader senza eredi, politicamente vampiri, responsabili, in tempi e modi diversi, di aver portato il Pd in un vicolo cieco, in cerca di rivincite, politicamente bocciati, logorati dagli intrighi di palazzo, accecati da rancori, dediti alla vendetta. Tre personaggi diversi l’un l’altro per capacità, indole ed esperienza, in cerca di quel potere dentro e fuori il partito che non avranno più, animati da una sola logica, quella del: “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Ognuno sa di non avere chances ma alza polveroni per ammaliare gli amici e confondere i nemici e s’adopera per minar ponti ed avvelenare i pozzi, pronto ad appicciare il fuoco alla casa comune per godere della fine dei propri nemici. Uno stalinismo “de noantri”, all’amatriciana, fra farsa e tragedia, condito dai bla-bla del logorroico ex diccì bulletto di Rignano, ideologizzato dalla rivoltante sapienza comunista del lider Maximo, coltivato dal polveroso finto buonismo emiliano dell’ex chierichetto e “buon” figlio del benzinaio di Bettolle. Renzi, desertificato il Pd con la “rottamazione”, brancola nel buio, senza uno straccio di progetto politico: la parola d’ordine è una sola, “Al voto, al voto!”. D’Alema, il “Migliore” nell’arroganza (deciso a ricostruire l’ennesima “nuova” sinistra che solo lui sa cos’è) e Bersani, “ex” per antonomasia (deciso a riproporre l’improponibile Ulivo con i puntini), tatticamente divisi nella marcia per colpire poi uniti, dopo un lungo e colpevole letargo, aggiungono “fuffa” a un minestrone riscaldato con tutti gli ingredienti rancidi di quella che fu l’Internazionale socialista, un mondo che fu, un mix di idee confuse con uomini di cui nessuno in Italia sente il bisogno di rivedere al potere. Non siamo più, qui, al “chi ha più tela tesse” ma alla classica riproposizione del gattopardismo: cambiare tutto per non cambiare niente. Sul “nulla” del renzismo non nasce un filo d’erba. Ma sul fallimento storico della sinistra internazionale e nazionale si possono solo ricostruire altri fallimenti. Inutile riverniciare le insegne delle antiche botteghe mantenendo negli scaffali la stessa marce tarlata con gli stessi “furbi” e avidi venditori dietro al bancone. In un mondo ribaltato e in una società parcellizzata e rivoltata come un calzino non si torna ai vecchi partiti di massa strutturati e partecipati del ‘900 ma non si fa il “partito del leader” senza veri leader. Trump (ma anche la Le Pen ecc.) – nel bene o nel male – insegna: vince il leader carismatico, con un partito di cui pochi ricordano il nome, leader che dice quel che la gente pensa e fa quel che promette, che sa interpretare il senso comune, che impone a tutti un “altro” gioco, un altro passo. Populismo che rischia di sfociare in dittatura o realismo dal sapore di una medicina amara ma capace di debellare il bubbone di un male devastante? La gente vuole esempi non sermoni, fatti non promesse. Da lì la legittimazione democratica del “capo”, in un mix di poteri e contropoteri che devono funzionare in piena autonomia. Qui siamo. In mezzo al guado, incapaci di decidere se procedere verso la nuova sponda (quale?) o tornare indietro. Chiusi nelle proprie casematte Renzi, D’Alema, Bersani, giocano al “grande timoniere” ma recitano solo un copione stantio: fuori tira aria di tempesta con il riassetto del potere globale, con l’America di Trump che cancella la storia scritta dal 1945 ad oggi, con il possibile crollo del baraccone burocratizzato dell’Unione europea e l’addio della moneta unica che ha impoverito decine di milioni di persone, con la tenaglia della crisi economica, l’invasione fuori controllo degli immigrati, l’ombra cupa e sanguinaria del terrorismo.
Il premier Gentiloni fa quel che può, sotto il minimo sindacale, eseguendo – per ora – la musica imposta da Renzi. Mattarella vigila ma ha in mano una anguilla. I tre sfidanti del Pd sono guerrieri disarmati. Sono questi il “nuovo” capaci di salvare l’Italia dalle orde populiste? Quel 40% resta per Renzi per Bersani per D’Alema, una chimera. Solo l’apporto di Berlusconi può salvare dalla disfatta, alla fine della via crucis, questo Pd. Ma il “governissimo” è l’aspirina che illude il malato terminale e che, in questo caso, apre la strada a Grillo e ai populisti del “tanto peggio tanto meglio”. Con la fanfara. Una storia già vista. Dalla farsa alla tragedia?
