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Renzi e l’enorme “svista” del debito pubblico

L’evidenza è meno evidente che non si creda. Infatti, mentre alcuni la realtà la vedono subito, altri ci arrivano con enorme ritardo. Come dice il detto, vedono la luce soltanto quanto ne sentono il calore. Che Renzi fosse un personaggio insopportabile a me è stato chiaro forse sei mesi dopo che era divenuto Primo Ministro. E tuttavia il suo successo sembrava inarrestabile, e irresistibile il suo fascino sulle folle. Si sarebbe detto che la gente, in materia di economia, di riforme e di ripresa, preferisse ciò che diceva lui a ciò che vedeva. A me appariva sempre più come uno straordinario bugiardo, un Pifferaio Magico di seconda categoria, e la realtà mi diceva che dovevo avere torto. Perfino quelli che istituzionalmente avrebbero dovuto essere contro di lui – per esempio un mio anziano amico tutt’altro che di sinistra, credente e grandissimo galantuomo – mi invitavano a fargli credito. Chissà che, al di là delle parole, non facesse qualcosa di buono. In quel momento mi son dovuto rassegnare. La questione, ho pensato, sta diversamente. Io non sopporto quest’uomo per ragioni di stile, e forse lo sto giudicando con gli intestini. Ma continuo a pensarla a modo mio.

Poi il tempo è passato, e i difetti di Renzi, invece di attenuarsi, si sono aggravati. Prima, con la sua indomabile hybris (una parola che riguardo a lui ho rischiato di usare troppo spesso), e la sua arroganza da Rodomonte, senza che nulla ve lo obbligasse, ha scommesso la sua testa politica sul referendum costituzionale. Poi, quando ha cominciato a temere che quell’azzardo potesse costargli caro, per comprarsi il consenso ha cominciato a sprecare il denaro dello Stato in tutte le direzioni. Infine e soprattutto è divenuto onnipresente. Per spingere tutti a votare “sì” – come l’ha sbertucciato Crozza – è sbucato da ogni schermo e da ogni stazione televisiva, senza tregua, senza misura, senza vergogna. A questo punto sarei andato a votare scalzo, pur di gridare quel “No” che poteva mandarlo a casa.

Il risultato del 4 dicembre ha confermato il fenomeno. Quando si tratta di percepire certe evidenze, il popolo è estremamente lento, ma quando le percepisce diviene tanto rabbioso da arrivare al linciaggio. Il risultato del referendum ha reso riflessivi e critici molti giornalisti che prima incensavano il ragazzo prodigio ed ha soprattutto rafforzato l’acre opposizione interna del Pd. È trasparente la voglia di farlo fuori, politicamente, se possibile togliendogli anche la segreteria. Insomma è cominciato il tiro al bersaglio. Renzi ha saputo cavalcare la nazione, ma non ha saputo farsi degli amici. Negli anni scorsi mi chiedevo se fosse matto: molti nemici non sono molto onore, sono molti guai. I vinti vanno trasformati in alleati, ci hanno insegnato i Romani. Che senso aveva spargere sale, ridendo, sulle loro ferite? Era una cosa che avrebbe potuto fare Achille, ma nell’Ottavo Secolo a.C.

I cosiddetti “renziani” sono una truppa raccogliticcia. Sono suoi amici personali o compagni di partito che seguono per interesse il carro del vincitore, naturalmente pronti a chiedersi se per caso un altro carro non andrà più lontano. Accanto a Renzi rimarranno soltanto i miracolati, quelli che senza di lui non sarebbero nessuno. Questo personaggio prende la mano, quando si scrive di lui. Riguardo alla tesi del ritardo col quale la gente si rende conto dei fatti, il migliore esempio è un altro, di proporzioni colossali, sia per le sue proprie dimensioni, sia per l’entità della “svista”: il nostro debito pubblico. Quando cominciò ad esplodere, passavo il tempo a chiedere a tutti dove saremmo andati a finire e chi mai avrebbe rimborsato quei debiti. Tutti mi guardavano perplessi, e non perché non conoscessero la risposta, perché si meravigliavano della domanda.

“Ma non vedi che nessuno se ne preoccupa?” Ma io continuavo a credere piuttosto all’evidenza che allo sperato aumento del pil e all’infinita esplosione demografica che avrebbe portato all’ampliamento della platea dei contribuenti. Quando i debiti sono sicuri, e il rimborso aleatorio, il risultato può essere la catastrofe. Una catastrofe che difficilmente eviteremo, come finalmente hanno capito in molti, e come molti altri capiranno “quando ne sentiranno il calore”. Ma questa è l’evidenza del presente. In passato l’Italia ha continuato ad andare avanti per decenni, serenamente. Ancora oggi piazza BTP a un tasso “tedesco”, grazie al Quantitave Easing, e chiama l’aumento dell’indebitamento “flessibilità”. Una ragione in più per darmi torto, no? Un corno. L’Italia pagherà carissima questa follia. Come l’intera Europa pagherà carissima la follia dell’euro.

Gianni Pardo

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