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Renzi gioca la carta Salis: “È il nome giusto per vincere”. Per lo stratega di Italia Viva la forza del centro passa da Genova

Silvia Salis come possibile federatrice di un centrosinistra? Per il leader di Italia Viva il suo è l’unico nome che può battere Meloni

Renzi gioca la carta Salis: “È il nome giusto per vincere”. Per lo stratega di Italia Viva la forza del centro passa da Genova

Matteo Renzi lancia Silvia Salis: “È il nome più forte per vincere”. Calenda scommette sul pareggio, Bettini frena: “No a un terzo uomo”

Tutti cercano il centro. Non quello di gravità permanente, per citare il maestro Battiato, ma uno più modesto: capace di piazzarsi da una parte e di restarci, almeno per un po’. Il tempo di dire “Ci siamo, eccoci”, e poi si vedrà. Ciascuno, comunque, il centro lo vede da una parte diversa. Chi lo sta cercando con più insistenza, in questa estate politica, è Matteo Renzi. In un’intervista al Corriere della Sera il leader di Italia Viva ha messo sul tavolo il nome di Silvia Salis, sindaca di Genova, come possibile federatrice di un centrosinistra che secondo lui, da solo, non basta a vincere: Pd, Avs e M5s insieme si fermano al 38%, un tetto che senza apporti esterni non si sfonda. “Serviamo noi, anche noi”, è la sintesi renziana, che porta a esempio proprio Genova – vittoria arrivata superando i veti tra i partiti – contro la sconfitta in Liguria, dove invece il centrosinistra corse diviso.

Su Salis, Renzi, grande affarista in politica, è sicuro: “È il nome più forte per guidare questa scommessa”. Ma frena subito chi vorrebbe accelerare: “Deve essere aiutata, non strattonata”. Non è un caso: per ora quella di Renzi resta un’investitura, non una candidatura vera e propria, e diverse fonti del centrosinistra concordano sul fatto che sia ancora presto. Un primo banco di prova arriverà comunque a ottobre, quando la sindaca presenterà il suo libro “È già domani”, un’uscita che in molti leggono già come il possibile trampolino per un salto di livello, da Palazzo Tursi a Palazzo Chigi. Anche la definizione dello scontro interno al campo largo porta la sua firma: quello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, per Renzi, non è altro che una “guerra di posizionamento”.

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La posizione di Azione

Diversa, se non opposta, la lettura di Carlo Calenda. Il leader di Azione non scommette su un nome, ma su un pareggio: la sua idea di centro deve restare fuori dalla contrapposizione tra i due poli, e per farlo pone una condizione che considera non negoziabile – una posizione netta sul sostegno militare all’Ucraina, insieme a una convergenza chiara su difesa europea comune e transizione ambientale. Proprio su questo terreno Calenda boccia sia Renzi sia altri aspiranti leader del centro, come Alessandro Onorato ed Ernesto Maria Ruffini: a suo giudizio hanno già scelto un campo, quello della sinistra, tenuti insieme più dall’ostilità a Giorgia Meloni che da un progetto comune.

Anche Azione ha già fissato un appuntamento: a fine ottobre partirà un cantiere comune con i liberaldemocratici, con Spazio Pubblico di Pina Picierno e con la Fondazione Einaudi, nel tentativo di costruire – parole di Calenda – un centro “a porte aperte a tutti”, ma autonomo ed europeista, pensato per risultare decisivo nel giorno dopo il voto, quale che sia l’esito delle urne. A rimescolare ulteriormente le carte, dal fronte dem, arriva Goffredo Bettini, che boccia in radice l’ipotesi stessa di un nuovo leader emergente. “Non serve un terzo uomo”, dice, perché di capi nel centrosinistra ce ne sono già fin troppi: semmai manca una figura capace di ricucire le diverse anime della coalizione come sapeva fare un tempo Romano Prodi. Ma un profilo così, avverte lo storico tessitore di alleanze del Pd, non si costruisce a tavolino.

Bettini spende parole anche per Conte, respingendo l’idea di un Movimento 5 Stelle che vorrebbe sottomettere il Pd: per lui l’ex premier rappresenta un elettorato “decisivo per battere la destra”. E fa pace pure con Renzi: “Si è collocato nel centrosinistra, ha fatto benissimo”. Su Salis, infine, anche Bettini non si sottrae: la definisce un “rebus”, ma anche “una donna intelligente e coraggiosa”, capace di parlare al mondo del lavoro e ai temi della Palestina nello stesso discorso, e potenzialmente in grado di intercettare voti tra chi oggi si astiene. Un identikit su cui, alla fine, sembrano convergere anime del centrosinistra molto lontane tra loro. L’unica che per ora non si esprime è lei: la sindaca continua a fare la sindaca, e lascia che siano gli altri a discutere del suo futuro.

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