di Pietro Mancini
Matteo Renzi ha enunciato la nuova “dottrina” sulla questione morale: manterranno, serenamente, i rispettivi incarichi, e i relativi stipendioni, i viceministri e i sottosegretari, PD, indagati e rinviati a giudizio. E don Vincenzo De Luca, anche lui del PD, condannato, in primo grado, per abuso d’ufficio, può restare sereno e candidarsi a governatore della Campania in quanto – parole del premier – “si sente forte del risultato, a lui favorevole, delle primarie”.
Quindi, non si tratta di “doppiopesismo”. Le dimissioni, secondo il successore di Letta, “si danno per una motivazione, politica o morale, non per un avviso di garanzia”. Paradossalmente, mi sembra di capire, se l’ex ministro Lupi-definito “cazzone” da un suo collaboratore, ora in cella-avesse ricevuto un avviso di garanzia dai magistrati di Firenze, titolari dell’inchiesta sugli appalti per le Grandi Opere, avrebbe potuto, serenamente, continuare a dirigere il ministero delle Infrastrutture.
Resteranno, serenamente, nel governo anche gli esponenti, in primis Nencini, di Firenze, raccomandati a Lupi dall’ing.Incalza? Su questo punto, nessun chiarimento. Non mi convince l’orientamento di Renzi ad avocare a sè ogni decisione, seguendo gli umori popolari, nel valutare l’opportunità se cacciare, o confermare, i membri del governo discussi. In vicende così delicate, il Capo del governo non dovrebbe esporsi alle accuse di opportunismo e di usare due pesi e due misure, salvando o condannando, a seconda delle convenienze.
Occorre introdurre regole certe e applicarle “erga omnes”. Senza dare l’impressione ai cittadini che finiscono per pagare, solo, i personaggi politicamente più deboli e quelli non in grado di difendersi, con efficacia, in vicende giudiziarie. L’impatto di tali casi sull’opinione pubblica viene amplificato dalla diffusione sui media delle intercettazioni telefoniche. Un’ultima osservazione. E’, ovviamente, legittimo il dissenso di Renzi rispetto alle aspre critiche, che gli ha rivolto don Massima D’Alema. Non mi è sembrato, tuttavia, rispettoso, deridere il primo ex premier postcomunista come “vecchia gloria del wrestling” e come tifoso della Roma, arrabbiato dopo la batosta, che la squadra ha subito dalla Fiorentina, cara a Matteo. Spero che il ricordo delle infelici battutacce di Silvio Berlusconi convinca il leader del PD a non ricorrervi più, quando affronta delicati temi politici.


