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Renzi nel campo minato: Verdini-Berlusconi “amici”, Bersani-D’Alema “nemici”?

Di Massimo Falcioni

E’ un campo minato quello che Matteo Renzi e il suo governo devono attraversare con l’inchiesta giudiziaria di Potenza, il referendum no-triv, il voto dei comuni del 5 giugno, ad alto rischio, capaci di innescare un corto circuito, mandando tutto a carte quarantotto. Con l’addensarsi di nuvoloni che promettono tempesta sul Partito democratico e sul governo, le opposizioni interne del pidì hanno rialzato la testa, addirittura con la discesa in campo dei big D’Alema, Bersani, Cuperlo, artefici di un intenso fuoco incrociato contro Renzi e il suo entourage. Frecciate velenose di Cuperlo (“Non hai la statura del leader anche se coltivi l’arroganza del capo”); di D’Alema (“Matteo lacera invece di unire, per lui l’amico è Marchionne e il sindacato il nemico; disprezza noi e la nostra storia, ma così alla fine si perde”); di Bersani (“ Ha desertificato il Pd e creato yes men e yes women. L’emendamento su Tempa Rossa ha scoperchiato il vaso di Pandora”). Siamo ai tre squilli di tromba prima della “guerra” in campo aperto? Non si sa perché altre volte al lancio del sasso è seguito il repentino rientro della mano, con rimescolamento delle parti, dall’epilogo scontato, a tarallucci e vino. Fatto sta che le fiocinate di Bersani, D’Alema, Cuperlo ecc. hanno riacceso antiche e nuove polemiche risvegliando ovunque gli oppositori interni delusi e arrabbiati per un partito claudicante, in mano a cacicchi e capi bastone, privato della propria storia e identità e per un governo inteso dai nominati di Matteo come stanza dei bottoni per i propri affari, un clan di spregiudicati senza ideali e senza valori che hanno fatto riesplodere la “questione morale”. 

Così, i capi della minoranza Pd hanno oggi un bel da fare nel tenere a freno la base che scalpita: da una parte c’è chi vuole riprendersi il partito con un lavoro di logoramento contro i renziani in modo più organizzato e incisivo pur se sotto traccia, per non essere accusati di “tradimento”; dall’altra c’è chi dice basta! decisi a lasciare il partito per rifondare una nuova “grande” sinistra. 

Bersani&C sanno di essere fra l’incudine e il martello: rimanendo dentro il partito fanno solo testimonianza, inascoltati ed emarginati, non inseriti fra i capi lista alle prossime elezioni politiche, quindi depennati, fuori dal Parlamento e dai posti che contano; sbattendo la porta, fuori dal partito si perderebbero nella galassia di una sinistra minoritaria e rissosa mal tenuta assieme col cerotto dell’anti-renzismo nell’amarcord dei tempi andati dell’anti-berlusconismo. Questa rinnovata opposizione interna al Pd sarebbe rimasta con la mordicchia, a livello di semi clandestinità, se la situazione “esterna” più generale non avesse messo Renzi in forte difficoltà creando le premesse di una nuova battaglia politica, nel partito e fuori. Per la prima volta dopo due anni di assoluto dominio, il “rottamatore” rischia grosso, tant’è che nel Palazzo c’è fermento per il… “dopo”, ipotizzando una crisi di governo a breve, ma non elezioni, in questo nuovo scenario, previste fra un anno.   

I giocolieri del “cerchio magico” del “principe” Matteo, nelle proprie faccende affaccendati, non odono i tam-tam di guerra e non vedono i segnali di fumo sempre più minacciosi e vicini. E’ vero, il recente voto in direzione ha sancito la nascita di due partiti in uno, pesando le parti, con la minoranza sul 10%. Opposizioni però capaci di controllare almeno un terzo del partito, anche elettoralmente, lasciando il Pd renziano (dato oggi sul 30% dei voti) a bagnomaria, poco più oltre il 20%! Da qui il segnale di allarme dato a Renzi da amici esterni “interessati” quali … Denis Verdini per consigliare al segretario-premier lo “strappo”, far fuori la sinistra interna, varare in tempi stretti il nuovo Partito della Nazione e puntare al voto anticipato per chiudere la partita. Insomma, Renzi era già su un terreno melmoso prima dei venti di tempesta di questi giorni, con l’immediato futuro ancora più a rischio: vuoi – appunto – per l’ostilità aperta della minoranza Pd, vuoi per la crisi del centrodestra, paradossalmente una bomba ad orologeria anti-Renzi col rischio di un Pd surclassato elettoralmente dal M5S sin dai prossimi ballottaggi delle elezioni del 5 giugno.  Una disfatta annunciata? Berlusconi, a suo tempo, nei momenti di difficoltà era maestro nel colpo d’ala tirando fuori il classico coniglio dal cappello. Oggi Renzi è sfuocato, avvitato in una sterile arroganza, fra ripetute minacce interne e nuove promesse elettoralistiche (80 euro ai pensionati), privo di una strategia politica, con un minimo di respiro e di credibilità. Renzi ribadisce che lo spartiacque politico, anche personale, sarà il referendum costituzionale d’autunno: sia che lo vinca sia che lo perda lo sbocco saranno poi le elezioni politiche anticipate nella primavera 2017. Ma, così, Matteo, alle prossime politiche, ci arriva da segretario-premier?