Se il Partito Democratico va ai ballottaggi del 19 giugno come è andato al voto dei comuni il 5 giugno perde in modo pesante e Matteo Renzi ne esce, se non a pezzi, molto ridimensionato. C’è, innanzi tutto, una partita interna al Pd. In questo partito dedito a farsi dispetti, c’è uno zoccolo duro di militanti che nel prossimo ballottaggio delle grandi città vedono l’occasione per punire Renzi e tutta la sua corte. A pochi giorni dal 19 giugno la macchina del partito non gira e il tam-tam interno dei dissidenti non si schioda da una posizione di delusione e di disimpegno, con lo sbocco finale del forfait alle urne. A questi “compagni” non importa più chi vince (indifferenti anche a una alleanza fra M5S e destre, in quel caso con il Pd out ovunque): importa solo che sia Renzi con i “suoi” a uscirne sconfitti, aprendo di fatto la battaglia congressuale. Renzi vede il vorticare della tempesta in arrivo e teme i contraccolpi del voto del 19 giugno. Da qui la perdita di lucidità, i colpi a vuoto, la minaccia dell’uso del “lanciafiamme” per regolare i conti con la minoranza interna del partito, considerata la madre di tutti i guai. Come dire, la toppa peggiore del buco, specie adesso in campagna elettorale, quando serve l’appello all’unità per mettere tutti “ai remi”. Emblematico, infatti, dopo l’esternazione di Renzi, il commento sul voto di Massimo D’Alema intervistato dall’agenzia Dire: una frustata secca, un perentorio solitario “no” da ghiaccio-bollente che sta per un: “non ho niente da dire”, i “tre squilli” di tromba anticipatrici di una battaglia campale dove chi vince non farà prigionieri. Sulla stessa linea di D’Alema, poche ore prima, la staffilata minacciosa di Pier Luigi Bersani: “Parlo dopo i ballottaggi. Il voto ha confermato cose che diciamo da mesi. Bastava andare in giro, parlare con la gente… ma non dico nulla fino ai ballottaggi”. Tradotto, gli oppositori di Matteo sono caduti nella sua trappola che però, con un flop elettorale quanto meno a Roma e a Milano, rischia di diventare un boomerang per il segretario-premier cui resterebbe da giocare solo la carta dei “capri espiatori” addossando alla minoranza tutte le colpe. Fra pochi giorni, comunque, si eleggono i sindaci di città come Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Trieste ecc. Che fare? O meglio, che può fare Matteo Renzi? Due le strade. La prima: accentuare il distacco dal voto marcandone l’aspetto municipalistico e lasciando la patata bollente ai candidati sindaci. La seconda: recuperare, all’opposto, il valore “politico” e “nazionale” del voto rilanciando il concetto del “voto utile”, paventando il rischio di cadere (vale soprattutto per Roma ma anche per Torino, Bologna ecc. meno a Milano) nelle mani di chi può adesso sfasciare le città (Roma) e poi il Paese. Va detto, a premessa, che vince chi porta alle urne chi si è astenuto il 5 giugno. Fra gli astenuti ci sono elettori di “sinistra” (delle sinistre) delusi per la deriva a “destra” del Pd renziano. Ma questi sono già divisi fra loro e sono una minoranza. La maggioranza degli astenuti è formata da elettori “moderati”, senza più riferimenti politici. Chi li riporta alle urne? E su quale piattaforma politica? Bersani? D’Alema? Prospettando un governo della “gauche”? Non scherziamo. Per questi elettori, oggi a Renzi non resta che una sola carta, quella del “voto utile”, addirittura quella del … “voto-paura”. Per decenni è stato questo il grimaldello della Dc per fermare il Pci negandogli la legittimità del potere. La domanda è una sola: Renzi e il Pd renziano sono da rinnovare o da buttare? Nel secondo caso, un ko a Roma e anche a Torino (addirittura a Bologna), oltre che a Napoli ecc., sarebbe un segnale inequivocabile. Una volta la propaganda della Balena Bianca recitava: “Se ci buttate a mare, in bocca ai pesci ci finiscono tutti gli italiani”. E lo Scudo Crociato vinceva sempre, o quasi perché nessuno voleva cadere dalla padella brace. Qui siamo. C’è davvero chi pensa che Virginia Raggi, senza una virgola di esperienza reale nella amministrazione della cosa pubblica e della politica “vera”, non sia un salto nel buio – sapendo cosa è il M5S – che potrebbe costare salato ai romani (e non solo a loro)? Allora? Resta l’alternativa di Roberto Giachetti. E’ lui l’espressione della borghesia, dei pariolini dell’Urbe? Ma davvero si crede che Roma sia quella di 40-50 anni fa anche sul piano dell’insediamento urbanistico, con i ceti sociali emarginati nelle periferie alla Beirut e con i profittatori al centro in una campana di vetro holliwoodiana? Con i ceti sociali più deboli la carta del voto-paura non vale perché gli ultimi pensano che più in basso di così non si possa cadere. E’ una posizione legittima, da rispettare. Ma anche i romani che stanno peggio (ma ciò vale anche per gli italiani in altre città) non staranno meglio nella logica del “tanto peggio tanto meglio”, logica disfattista che ha animato e anima chi oggi si candida al governo reale, non solo amministrativo. Tutto questo però non basta perché, di fronte alle promesse mai mantenute e ai nodi mai sciolti, la gente ha ragione di essere delusa e sfiduciata, rifugiandosi nell’antipolitica e nel disimpegno, cadendo nelle trappole del populismo e dello sfascismo di qualunque colore. Una china pericolosa che può degenerare. Specie se Renzi e il suo Pd (e il suo governo) sottovalutano la realtà, anche i segnali delle urne. Vale per tutti. La sinistra (anche del Pd) non ha ancora capito la lezione: in Italia non c’è mai stata e non c’è una maggioranza di sinistra. Ma anche Renzi sbaglia: nel metodo autoreferenziale e da ducetto e nella ricerca velleitaria e trasformista di una scorciatoia, quella del partito della Nazione, che nessuno sa dove porta.
Certo, Non è tornando alla sinistra del Sol dell’avvenire che l’Italia ha un futuro. Tanto meno quel futuro l’Italia ce l’ha se Renzi pensa di guidare il Paese con i Verdini&C, bruciando identità e culture, restringendo gli spazi di democrazia e dei diritti, mettendo la mordicchia a chi è fuori dal coro. Quando si perde, specie in politica, non è mai colpa del destino cinico e baro: ci sono ragioni profonde e stratificate. Che vanno colte e affrontate: non con un tweet ma con una nuova politica, frutto del confronto con tutti. Il 19 giugno è il termometro per misurare lo stato di salute del Pd e soprattutto per capire se Renzi è in grado o no di cogliere l’umore degli italiani.

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