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Schlein, la tenaglia si stringe: Conte detta le condizioni. E i riformisti preparano la sfida

Quando una leadership è forte, le correnti cercano di condizionarla. Quando comincia a indebolirsi, cercano già la soluzione successiva

Schlein, la tenaglia si stringe: Conte detta le condizioni. E i riformisti preparano la sfida

Schlein, la tenaglia si stringe

Ci sono alcuni dettagli che raccontano meglio di molti retroscena la difficoltà attuali di Elly Schlein. Giuseppe Conte ha già presentato le sue proposte. I riformisti del Pd si sono riuniti a Prato per dire quali non accetteranno. Matteo Renzi occupa le pagine dei giornali con le proprie idee e invita alla presentazione del suo libro a Roma il sindaco Roberto Gualtieri, indicato come possibile nome per la leadership del campo largo.

La segretaria del principale partito d’opposizione, invece, continua a promettere il programma comune che dovrebbe tenere insieme tutti. Per ora, quel programma resta una promessa. Non è soltanto un problema di comunicazione. Il sondaggio Ipsos pubblicato dal Corriere della Sera colloca il Pd al 19,5%, mentre il Movimento 5 Stelle è al 14,5%.

Altri istituti registrano una flessione dem più graduale: Tecné, per esempio, lo vede al 20,8%, dal 22,3% di aprile. Le percentuali cambiano da una rilevazione all’altra; la domanda politica resta. Perché il partito che dovrebbe guidare l’alternativa a Giorgia Meloni fatica a dare agli elettori una ragione riconoscibile per sceglierlo?

Intanto Conte presenta il suo programma, con un no deciso al riarmo e a nuovi aiuti all’Ucraina. Non ha bisogno di rovesciare Schlein oggi: gli basta consumarne lentamente il primato. La sua strategia si fonda su un calcolo preciso. Il Pd resta più forte del Movimento 5 Stelle, ma non abbastanza da imporre da solo programma, coalizione e candidato. Se i democratici perdessero ancora terreno e il M5S riuscisse a consolidarsi o a crescere, la differenza tra i due partiti diventerebbe politicamente meno importante del rapporto personale tra i leader e il popolo delle primarie. Ma i problemi più urgenti per la segretaria sono dentro il suo partito.

Da Prato è arrivata una risposta scomoda. Giorgio Gori ha avvertito che il Pd non può «subire l’egemonia» di un partito che raccoglie molti meno voti. Lorenzo Guerini e Lia Quartapelle hanno indicato nel sostegno militare all’Ucraina una linea sulla quale non intendono arretrare. I riformisti chiedono inoltre primarie a doppio turno e senza voto online. E Gori non ha escluso una candidatura della loro area.

«A furia di accettare aut aut dagli alleati, Elly appare sotto scacco del leader dei Cinque Stelle. Per Conte è una posizione comoda. Se Schlein si avvicina al M5S, aumenta la frattura con i riformisti dem. Se difende la linea atlantica del Pd, riconosce che su una materia fondamentale il programma comune ancora non esiste. Se rinvia la decisione, conferma l’immagine di una coalizione unita soltanto dall’opposizione a Giorgia Meloni», dice un esponente di spicco dei riformisti.

Schlein aveva indicato una sequenza ragionevole: prima il programma, poi la scelta del leader. A luglio si era detta disponibile alle primarie, rimandando la decisione al confronto con gli alleati dopo il programma. «Il punto è che quella sequenza, a forza di rinvii, rischia di capovolgersi: mentre si attende il testo comune, Conte, Renzi e la minoranza dem definiscono pubblicamente le condizioni alle quali sarebbero disposti a sostenerlo», continua il senatore.

È sulla politica internazionale che le difficoltà della leader dei democratici diventano più evidenti. Su salario minimo, sanità, lavoro precario e diritti sociali il campo progressista può trovare formule comuni facilmente. Quando si passa all’Ucraina, alla Nato, alla difesa europea, al rapporto con gli Stati Uniti e persino alla definizione politica dell’antisemitismo, le differenze non sono lessicali: sono scelte di governo.

Ma gli errori di Schlein sono stati tanti, troppi secondo alcuni maggiorenti del partito. Dario Franceschini, grande regista occulto della ditta e della sua elezioni, le avrebbe proposto un patto: cercare un terzo nome insieme a Conte, conservare la segreteria e riprovarci tra cinque anni. Lei, però, punta testardamente a Palazzo Chigi.

Il risultato è che avrebbe perso anche uno sponsor di peso come Franceschini, dopo Prodi. Bersani, Bettini e D’Alema osservano. La segretaria, insomma, è sempre più all’angolo, sostenuta da un gruppo ristretto di fedelissimi. «È costretta a un’acrobazia continua. Deve apparire affidabile agli interlocutori europei e agli elettori moderati, senza lasciare a Conte e ad Avs il monopolio del pacifismo. Deve proteggere l’identità del Pd senza compromettere l’alleanza. Deve rassicurare i riformisti e, nello stesso tempo, evitare una rottura con il Movimento 5 Stelle», dice un senatore, un tempo fedelissimo e ora sempre più sconcertato dalla piega degli eventi.

A Prato, qualche giorno fa, i riformisti hanno deciso di rendere pubblica questa contraddizione. Quartapelle ha accusato Conte di proporre mistificazioni sulla politica estera; Guerini ha difeso la continuità del sostegno a Kiev; Gori ha avvertito che il Pd non può accettare l’egemonia di un partito che vale molto meno nelle urne. La richiesta di primarie aperte, a doppio turno e senza voto online non è soltanto procedurale.

È il tentativo di impedire che la scelta del candidato venga controllata dalla mobilitazione digitale e dall’apparato comunicativo dei Cinque Stelle. Gori non ha annunciato la propria candidatura, ma non l’ha esclusa. Il messaggio alla segretaria è trasparente: se Schlein si presenterà alle primarie accettando un programma troppo vicino a Conte, potrebbe trovare un altro concorrente dentro il suo partito.

È in questo spazio che compaiono i nomi di Gaetano Manfredi e Roberto Gualtieri: non a caso due sindaci, come Silvia Salis, le cui quotazioni sembrano però in discesa. D’Alema e Bersani non controllano più il Pd come accadeva in altre stagioni, ma conservano relazioni, influenza culturale e capacità di orientare una parte del mondo progressista.

Entrambi guardano con interesse a Conte, anche perché lo considerano capace di intercettare un elettorato popolare che il Pd ha progressivamente perduto. Gli elogi e gli incontri pubblici alimentano da mesi la lettura di un asse politico destinato a pesare sulla scelta della leadership.

L’ipotesi di un terzo nome può evitare la collisione tra i due leader, ma rischia di produrre un candidato scelto nei salotti della politica e poco riconoscibile dagli elettori. È il vecchio problema del federatore: tutti lo invocano finché non si tratta di stabilire chi sia, quale programma debba rappresentare e, soprattutto, quale leader debba farsi da parte.

La parte più insidiosa per Schlein è che non deve guardare soltanto ai suoi avversari dichiarati. Franceschini contribuì alla sua affermazione congressuale e una parte della vecchia struttura del partito la sostenne contro Stefano Bonaccini. Oggi quella stessa area teme che la segretaria non riesca a trasformare la mobilitazione delle primarie in una coalizione capace di vincere e governare.

Non c’è ancora una fronda organizzata con un unico candidato. C’è qualcosa di più sfuggente: una progressiva libertà di movimento dei gruppi. I riformisti si riuniscono autonomamente. Franceschini dialoga con Conte e ragiona sui federatori. D’Alema e Bersani mantengono aperto un canale con il leader dei Cinque Stelle. Sindaci come Manfredi e Gualtieri vengono studiati come possibili vie d’uscita. Nessuno dichiara guerra alla segretaria, ma quasi tutti si preparano all’eventualità che la sua soluzione non funzioni.

È questo il vero segnale di debolezza. Quando una leadership è forte, le correnti cercano di condizionarla. Quando comincia a indebolirsi, cercano già la soluzione successiva.

Schlein aveva indicato una sequenza ragionevole: prima il programma, poi il candidato. Il problema è che il programma comune dovrebbe risolvere questioni sulle quali gli alleati assumono posizioni incompatibili. Ucraina e politica estera sono il caso più evidente, ma non l’unico. Restano le divergenze sulla giustizia, sulle infrastrutture, sulla politica industriale, sul rapporto con Renzi, sulla difesa europea e sul perimetro della coalizione.

«Alla fine Schlein rischia di arrivare al tavolo non come la leader che compone la coalizione, ma come la mediatrice chiamata a mettere insieme condizioni decise da altri», raccontava una settimana fa un esponente di spicco della segreteria. Meloni può osservare questa discussione dalla posizione di chi governa e guida ancora il primo partito italiano. Anche il centrodestra ha tensioni interne, interessi differenti e una futura partita sulla successione. Ma possiede ciò che al campo progressista manca: una leadership riconosciuta, una gerarchia politica leggibile e un programma condiviso.