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Politica
Sedi immense, palazzi d'epoca, benefit e inciuci. Viaggio nella Rai anti-Renzi

La frase è celebre, tanto che in molti se ne attribuiscono la paternità: "La Rai è irriformabile". Insomma, chi vuole riformare la tv di Stato è un po' come chi crede di far arrivare le Ferrovie in orario, nella celebre definizione di pazzia di Giulio Andeotti. Eppure Renzi avanza come un panzer. Tanto che c'è qualcuno - stando a fonti di Affaritaliani.it ai vertici della società - che pensa che Renzi abbia una talpa che gli sta fornendo i dettagli di una situazione stratificata, omertosa, dove si incrociano gli interessi della politica nazionale e le mille manovre di quella locale. Perché proprio nelle sedi locali e nei centri di produzione si appuntano gli sprechi più grandi.

Formalmente la Rai ha 17 sedi regionali e quattro centri di produzione, a Torino, Milano, Roma e Napoli. Solo sulla carta, però. Perché in Sardegna la sede regionale si divide su Cagliari e Sassari. In Sicilia su Palermo e Catania, in Calabria su Catanzaro e Cosenza, sull'Alto Adige tra Trento e Bolzano, sul Friuli Venezia Giulia tra Trieste e Udine. E in Veneto c'è Venezia e Verona. La sede di Venezia è a Palazzo Labia, un magnifico stabile barocco del 1600, nel cui Salone da Ballo Gianbattista Tiepolo dipinse un ciclo di affreschi. La Rai lo comprò all'asta nel 1964. Anche se, ovviamente, per coprire il Veneto andare avanti e indietro dalla Laguna non è esattamente la cosa più pratica. Tanto che cinque anni fa è stata avviata una procedura di vendita. Dopo mezzo secolo ancora non c'è soluzione, ad oggi. In Liguria c'è ovviamente la sede di Genova, in corso Europa. Ha dodici piani, ma solo tre sono occupati. Ogni dipendente ha un suo spazioso ufficio. Del resto, facendo una semplice divisione, tra spazi disponibili e dipendenti, risultano oltre 100 metri quadri a testa. Eppure lo studio tv è uno solo e di soli 80 metri quadri. Un controsenso. Ma non è finita, perché in riviera c'è anche un ufficio di corrispondenza a Sanremo. Superlavoro durante il Festival. Ma per il resto?

La storia degli "spazi" è indicativa per far capire quanto la Rai sia il regno degli sprechi. Le ultimi sedi costruite sono state a Campobasso e ad Aosta. Tutte le altre sono storiche e la maggioranza risale agli anni 60 e 70. Quella di Aosta è una sede di 4mila metri quadrati, compresi garage, con uno studio di 160 metri quadri che permette di avere due set produttivi. Razionale (abbastanza). Niente a che vedere con gli 11mila metri quadri di Bologna. O con i 18mila metri quadri di Firenze, dove ormai non si produce più nulla da anni. A proposito di centri di produzione, in Italia sono quattro: a Roma c'è la maggior parte delle produzioni, poi c'è Milano, poi Napoli e - infine - Torino, dove la politica locale sta opponendo una strenua resistenza alla riforma. Del resto, a riformar la Rai ci hanno provato in molti. A partire da Gianni Locatelli, direttore generale della Rai all'inizio degli anni '90. Aveva provato ad accorpare le sedi regionali, con un piano di macroregioni che però non era mai stato messo in atto, salvo la mancata nomina dei direttori di sede. Vacanza (non nel senso di ferie, ma di mancanza) breve, però. Perché alla fine del regno di Locatelli i direttori di sede vennero rinominati. Non un costo irrilevante, giacché un dirigente medio costa più o meno 120-130mila euro all'anno. E tutti i politici locali di ogni Regione d'Italia sanno che - nella programmazione - incide ben poco. Sono i caporedattori il vero potere all'interno delle sedi regionali. Sono loro che decidono cosa e quando va in onda. Il contratto di servizio, del resto, non offre grandi spunti di produttività. In tutte le sedi l'unico obbligo è quello di realizzare le tre edizioni dei Tg Regionali. Alle 14, alle 19.30 e alle 24, e vanno tutti in onda su RaiTre. Da qualche anno c'è anche Buongiorno regione. L'edizione notturna ha un costo annuo mostruoso: 6-7 milioni all'anno per pochi minuti di diretta. Si sa, il personale costa. Difficile anche sapere quanto, visto che i dati delle sedi regionali sono spacchettati, spalmati su budget diversi. Insomma, difficile fare una fotografia precisa. A proposito di Gianni Locatelli: è stato lui a fondere le quattro orchestre sinfoniche della tv di Stato in una sola. Non c'erano soldi per pagare le tredicesime e qualche sacrificio andava pur fatto.

C'è poi la questione delle trasferte. Un esempio: Expo. Il centro di produzione di Expo non è a Milano ma a Roma. Caterina Stagno guida la struttura, che ovviamente per le trasferte ha un bel budget. Si era parlato di costruire una sede Expo a Milano, ma l'accordo firmato tra Moratti e Galimberti il 17 maggio 2010 si è arenato agli studi di fattibilità. Del resto, costruire un nuovo centro di produzione avrebbe un costo stimato tra i 230 e i 250 milioni di euro. E l'idea di riutilizzare capannoni non pare quella giusta, visto che cosa è successo con via Mecenate. A proposito: il contratto d'affitto terminerà nel 2019. Chissà che cosa succederà. Anche per la sede di corso Sempione la Rai sta provando a vendere da tempo, inutilmente. E dire che Paolo Romani, ex ministro dello Sviluppo Economico, l'aveva detto chiaro, nel 2010: "Mi pare che la Rai a Milano abbia un enorme palazzo, un enorme immobile a corso Sempione che può  essere valorizzato. Io ho fatto una proposta politica: mi sembra che il nord abbia bisogno di un centro di produzione".

E poi ci sono i costi del personale. Sono circa 300 i dirigenti in Rai. Ma ci sono oltre 300 giornalisti equiparati ai dirigenti. Che mantengono vita natural durante sia la qualifica che le indennità. E tutte le peculiarità del contratto giornalistico, particolarmente onerose. Stesse peculiarità delle quali godono molti operatori. Negli anni del praticantato d'ufficio (facile), sono diventati in massa giornalisti professionisti. Con relativo contratto. Il risultato? Buona parte dei servizi televisivi delle tgr vengono appaltati all'esterno. Stranezze.

 

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