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Politica

Di Pietro Mancini

Quanti, come Eugenio Scalfari, in gioventù, sono stati fascisti, dalla Liberazione in avanti, hanno tentato di accreditarsi come fieri avversari di quel ventennale regime liberticida, che l'ex missino Fini ebbe a definire il "male assoluto", prima di sparire dalla scena politica. Ma la storia va analizzata, con acume e distacco. Mai brandita come un'arma e utilizzata per tentare di colpire i propri nemici. E, oggi, il nemico numero uno del fondatore di "Repubbica" è Silvio Berlusconi, di cui "Barbapapà" ha sollecitato la cacciata dalla leadership ai dirigenti del Pdl, auspicando una riedizione del Gran Consiglio del Fascismo che, il 25 luglio del 1943, mise in minoranza Mussolini, poi "dimissionato" da Re Vittorio Emanuele III. E'scontato che Alfano, Verdini e gli altri dirigenti del partito del Cavaliere respingeranno l'appello scalfariano a separare i loro destini da quello del Presidente del Pdl. E Schifani ha già risposto a don Eugenio : "La nostra forza è stata sempre quella di essere uniti attorno a Silvio, sia nei momenti dei trionfi sia in quelli, come l'attuale, delle grandi difficoltà". E il Gran Consiglio del regime era un organismo, in cui Benito aveva cooptato dignitari e gerarchi del fascismo mentre, 70 anni dopo, Berlusconi non è un dittatore, ma da 20 anni si trova a recitare, sul teatrino politico, commettendo errori, non per colpa del destino cinico e baro, ma forte del consenso di milioni di italiani. Certo, anche la sua leadership non sarà eterna. Non lo fu quella di Craxi, che venne tacciato di "gangsterismo" politico, come Silvio, da Scalfari, che nel 1968 fu eletto deputato del PSI, grazie a Giacomo Mancini e con il feroce dissenso del nenniano Bettino. Nessun nuovo 25 luglio è alle porte.

Angelino Alfano non è Dino Grandi. Berlusconi resterà in campo, finche sarà scelto, nelle "gabine" elettorali, da larghi settori del Paese. E finchè, nel centrodestra, non emergerà una forte personalità, che attualmente non è presente, in grado di essere, realmente, accettata da tutti come Capo e considerata autorevole e credibile agli occhi dell'elettorato. A Giorgio Napolitano, solo somigliante a Umberto di Savoia, non devono essere restuiti quei poteri, che il fascismo aveva scippato al Re d'Italia. Il Capo dello Stato è uno dei pochi statisti credibili e stimati, nel Paese e nelle capitali degli Stati nostri partner. E il Presidente ha, sinora, concesso ampia fiducia ad un governo, presieduto da Letta, Pd, in cui è presente una folta delegazione del partito di Berlusconi, il Pdl, che ha votato per la rielezione di nonno Giorgio sul Colle. La riconferma della condanna a 4 anni e all'interdizione dai pubblici uffici non ha abrogato il diritto-dovere di Silvio e del suo partito di contribuire al rinnovamento del Paese e alla soluzione dei suoi tanti problemi. Dopo l'esternazione, in dialetto napoletano, del Presidente della sezione feriale della Cassazione- che, sul "Corriere della Sera", Aldo Grasso ha accostato a Caccamo, il personaggio reso celebre da Teocoli- non ci si può non interrogare sulla conoscenza, o meno, da parte di Esposito, degli atti del delicato processone.

E, soprattutto, questa pirandelliana vicenda, con i legali di Berlusconi pronti a presentare documentati ricorsi alla Corte di giustizia europea contro la sentenza, ha convinto, definitivamente, gli italiani sulla indifferibilità della riforma della giustizia, unico potere forte esistente oggi in Italia e finora abbarbicato ai suoi privilegi. Napolitano non si farà tirar la giacca da quanti, come Scalfari, premono sul Quirinale affinchè "elimini il gangster Silvio" o da chi, come Epifani, vorrebbero trarre spunto dalla vicenda giudiziaria per cacciar l'odiato ex premier dalla scena politica. Il Capo dello Stato sta cercando una soluzione concreta al nodo dell'agibilità politica, sollecitata per Berlusconi dall'esperto Gianni Letta e dai dirigenti del Pdl, che attendono un segnale rasserenante dal Colle, per scongiurare la crisi di governo su tasse e giustizia, che porterebbe l'Italia nel caos.

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