Più che urlare ‘al lupo, al lupo’, di fronte al dilagare del ‘populismo’, che riguarda il ‘popolo di destra’ e il ‘popolo di sinistra’, contro le ingiustizie politiche e sociali, le diseguaglianze economiche e sociali, la precarietà: la generazione Erasmus è ormai sommersa dalla generazione Voucher, la povertà e l’insicurezza che offuscano il futuro delle persone, bisognerebbe misurarsi con il fenomeno inedito della ‘rivolta popolare’ contro l’establishment e le elite ritenute responsabili del loro malessere esistenziale.
Così da una parte ci sono con i precari, un ceto medio impoverito, i migranti che chiedono il diritto alla sopravvivenza, i cittadini di un meridione socialmente depresso, gli studenti che non vogliono alimentare un’emigrazione che non è più fuga solo di cervelli, ma di manodopera a basso costo, gli evasori fiscali per necessità, una massa diffusa di neopoveri e di quasi poveri che provengono da contesti sociali, familiari e nazionali, differenti, ma che reclamano un reddito per la sopravvivenza e un welfare degno di questo nome.
Dall’altra parte ci sono coloro che non vogliono condividere risorse, che dispongono di un welfare privato e ristretto, che cercano di garantirsi una condizione sociale di privilegio. Impoveriti contro arricchiti. Chavs contro posh. Coatti contro fighetti.
Per sincronizzarsi con questa realtà sociale profondamente mutata e in continuo cambiamento, per la ‘rivoluzione informatica’ (robot e intelligenza artificiale) che determinerà un ulteriore calo dell’occupazione, il primo passo è prendere atto della fine delle grandi Utopie del ‘900.
Il comunismo con la promessa della ‘liberazione dell’uomo’ che conquistò buona parte del Mondo sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino e la socialdemocrazia del pur ‘Glorious Thirty 1945-1975’, quando nelle società occidentali si raggiunse un dignitoso ‘mix’ di prosperità e di distribuzione equa della ricchezza, che con il suo ultimo momento di egemonia: la “Terza Via” di Blair e la “Neue Mitte” di Schroeder, ha realizzato un completo adattamento al capitalismo post-fordista.
Il secondo passo è costruire, o almeno, tentare di costruire un ‘populismo di sinistra’ che sappia parlare e rapportarsi con le persone: con i loro bisogni materiali e le loro aspettative immateriali: uguaglianza, libertà, lavoro, qualità della vita, cultura, benessere e tutela della salute. E’ riduttivo e superficiale, etichettare questo epocale ‘movimento’ di milioni e milioni di persone, la loro ‘rivolta’ contro il sistema e le elite che hanno reso e rendono ‘i ricchi sempre più ricchi’ e ‘i poveri sempre più poveri’, come ‘populismo’, spregevole, fascistoide e razzista, becero e xenofobo, ben sapendo che di questa ventennale ‘rivolta di popolo’ contro i vecchi partiti tradizionali, la cui crisi ha coinvolto la stessa democrazia rappresentativa, fanno parte moltissimi, un tempo non lontano, militanti della sinistra, e molti giovani, millennials compresi. Il ‘populismo’ in fondo è semplicemente uno stile politico che investe programmi e strategie politiche. Non è un’ideologia o una visione del mondo in sé, per cui non va preso l’aspetto per l’essenza, il sintomo per la causa. Ecco perchè urlare ‘al lupo, al lupo’ e rititarsi in una bella torre d’avorio aspettando che la bufera passi non serve a nulla se non a dare ulteriore linfa a questo fenomeno inedito che magari andrebbe conosciuto meglio, da vicino: non è quel che stanno facendo, con modalità diverse ma con ottimi risultati, Bernie Sanders negli Usa e Jememy Corbyn in Gb trascinandosi dietro poveri, emarginati, disoccupati, migranti, ceto medio impoverito e movimenti di giovani e millennials con la promessa semplice, una società for the many, not the few? Se un certo ‘populismo di sinistra’ e dai tratti socialisti negli Usa e in Gb, ma anche in Spagna con Podemos, in Grecia con Syriza, in Francia con France insoumise, non si capisce perchè non ci si provi anche in Italia: dove sarebbe lo scandalo in un possibile incontro e confronto tra M5S e Pd e LeU, se non nel non approfittare dell’opportunità storica?
