L’analisi
La rottura con Junts porta la Spagna al voto anticipato del 29 novembre. Il possibile ritorno di Puigdemont può complicare la partita del premier, ma anche offrire, secondo i popolari, un’occasione per tentare di ricucire. La situazione spagnola insomma appare sempre più caotica e di tutto ciò la colpa per molti analisti e solo ed esclusivamente di Sanchez e della sua testardaggine (Schlein è avvertita) nel voler cercare a tutti i costo quell’unita in una maggioranza che alla fine si è mostrata esistere solo sulla carta.
Ma alla vigilia di un voto che per la sinistra, a stare ai sondaggi, li vedi nettamente sconfitti, Sanchez vede profilarsi all’orizzonte un altro ostacolo che potrebbe spezzare via ogni illusione dell’ennesimo recupero del premier spagnolo. La Catalogna, che aveva consentito a Pedro Sánchez di restare alla Moncloa nel 2023, infatti, ora potrebbe determinarne la sconfitta. Il premier socialista torna alle urne dopo tre anni segnati da una maggioranza estremamente composita: PSOE, sinistra e partiti indipendentisti capaci di accordarsi sull’investitura, molto meno sulle scelte di governo. Nonostante un’economia in crescita, il nodo della casa, sempre meno accessibile per giovani e famiglie, ha trasformato una difficoltà sociale in una crisi parlamentare. Nel 2023 il PSC conquistò in Catalogna 19 deputati e altri 21 seggi andarono alle forze che sostennero l’investitura di Sánchez. Quel contributo fu decisivo per tenere fuori dalla Moncloa il leader popolare Alberto Núñez Feijóo, malgrado il PP fosse arrivato primo. Oggi l’equilibrio si è spezzato proprio sulla casa: Junts ha bocciato insieme a PP e Vox i decreti del governo. Sánchez ha reagito anticipando le elezioni e, il 6 ottobre, ha riapprovato misure abitative contestate, senza che ciò ricostruisca la vecchia maggioranza.
Míriam Nogueras, capogruppo di Junts, ha accusato Sánchez di privilegiare i calcoli elettorali rispetto a un’intesa concreta sugli affitti. Il suo partito non ha escluso ogni accordo futuro, ma dopo tre anni di promesse e contrattazioni appare determinato a marcare le distanze dal PSOE, anche per recuperare gli elettori attratti da Aliança Catalana, la formazione nazionalista di Sílvia Orriols.
Lola García, vicedirettrice della Vanguardia, ha riassunto la parabola della legislatura in una formula efficace: “Con Junts empezó y sin Junts se acaba”. La sua analisi mette in rilievo un cambiamento sostanziale: il partito di Puigdemont non è più quello che aveva negoziato l’investitura e si è spostato verso la difesa del proprio elettorato moderato e dei suoi interessi economici, sotto la pressione di una concorrenza indipendentista più radicale. L’editorialista osserva anche il paradosso politico di un governo progressista incapace di far approvare proprio misure a tutela degli inquilini.
In queste ore si aggiunge la vicenda Puigdemont. Il 6 ottobre il Supremo ha revocato l’ordine nazionale di arresto contro il leader di Junts, ma resta da definire l’applicazione definitiva dell’amnistia e il suo legale ha escluso un ritorno immediato prima di quel passaggio. La decisione può riportarlo al centro della campagna catalana: per il PP l’amnistia è una concessione politica vergognosa di Sánchez e la nuova svolta potrebbe favorire un tentativo di riconquista dell’appoggio di Junts. È una lettura dell’opposizione, non la prova di un accordo. Il premier, al contrario, rivendica la pacificazione con gli indipendentisti. Entrambe le ipotesi si scontrano con un dato: oggi Junts non garantisce più i voti necessari.
Anche le rilevazioni complicano il quadro. Secondo Sigma Dos, PP e Vox insieme potrebbero conquistare 203 seggi contro i 176 necessari alla maggioranza assoluta. Junts scenderebbe da sette a quattro deputati, mentre Esquerra salirebbe a otto. In Catalogna, il sondaggio Ipsos per La Vanguardia descrive un PSC in calo e una crescita di Aliança Catalana. Carles Castro, analista dello stesso quotidiano, parla di uno scenario frammentato in cui diventa difficile costruire qualsiasi maggioranza coerente. La casa è il primo problema indicato dagli intervistati; l’immigrazione il secondo.
A pesare è anche il conto delle intese rimaste incompiute: dal finanziamento autonomico promesso alla Catalogna alle competenze fiscali richieste da Esquerra. La legislatura finisce senza che questi impegni trovino pieno compimento. Sánchez aveva riconosciuto un ruolo determinante ai separatisti per ottenere stabilità, ma alla prova delle decisioni importanti la stabilità è mancata. La diagnosi è condivisa, almeno in parte, anche fuori dai giornali più critici verso il PSOE. Un editoriale di Cinco Días, “Unas elecciones para superar la parálisis”, individua nell’instabilità parlamentare e nel rapporto deteriorato con Junts l’ostacolo ai provvedimenti centrali, soprattutto sulla casa. Le elezioni possono offrire a Sánchez una nuova iniziativa politica, ma non cancellano la paralisi che le ha rese necessarie. Il premier non è rimasto otto anni senza riforme: ha modificato le norme sul lavoro e sulle pensioni e varato la legge sulla casa nel 2023. Il punto è che le promesse non hanno prodotto una risposta sufficiente alla scarsità di alloggi e all’aumento dei prezzi. Dal 2023, inoltre, il governo non è riuscito ad approvare nuovi bilanci dello Stato. Il confronto con Mariano Rajoy, autore di riforme strutturali contestate ma incisive, riguarda soprattutto la capacità di governare con una direzione riconoscibile. Il PSOE ha spesso dovuto mediare fra priorità inconciliabili, fino a perdere la possibilità di decidere.
Ecco allora che la lezione spagnola potrebbe essere assai indicativa anche per la politica italiana. Il campo largo che Elly Schlein cerca di costruire con Giuseppe Conte, Avs e le altre componenti del centrosinistra guarda spesso proprio all’esperienza progressista di Sanchez, da sempre suo mentore, come a un modello per battere la destra. Certo i paragoni sono sempre difficile, considerando le forze in campo differenti nei due paesi, ma alla fine il risultato rischia di essere il medesimo: presentarsi uniti contro un avversario senza chiarire prima le scelte su lavoro, fisco, energia, immigrazione e politica estera.
“La lezione di Madrid è che una coalizione elettorale non è automaticamente una maggioranza di governo. Sanchez ha resistito per tre anni fra compromessi e veti incrociati, poi la contraddizione è esplosa sul primo grande terreno sociale sul quale cercava un rilancio politico, la casa”. Dice una fonte di Palazzo Chigi. L’alleanza progressista italiana farebbe bene a interrogarsi su questo precedente, prima di indicare il governo spagnolo come esempio da imitare: vincere contro il centrodestra è un obiettivo elettorale, governare insieme richiede un programma e la capacità di rispettarlo. Ed è proprio questo che oggi Sanchez non è riuscito a dimostrare. E guardando le premesse è proprio lo stesso grosso rischio che corre la variopinta coalizione di centro sinistra.


