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Stipendi dei magistrati, Meloni non firma il Dpcm da un miliardo: “Abbiamo altre priorit”

Ma la premier lascia comunque aperto uno spiraglio. Se le associazioni vorranno cercare insieme una soluzione, si dice “come sempre pronta ad ascoltarle”

Stipendi dei magistrati, Meloni non firma il Dpcm da un miliardo: “Abbiamo altre priorit”

Stipendi dei magistrati, Meloni non firma il Dpcm da un miliardo

Giorgia Meloni non firmerà il decreto che dovrebbe destinare quasi un miliardo di euro all’adeguamento degli stipendi dei magistrati. La presidente del Consiglio lo ha annunciato al telefono al direttore dell’Adnkronos, Davide Desario. Ha messo in conto anche l’ipotesi che sia il Consiglio di Stato a nominare un commissario ad acta al suo posto: in quel caso, ha detto, ognuno si assumerà le proprie responsabilità.

La premier giustifica il no con un confronto di cifre. Il miliardo per le toghe vale dieci volte quanto il governo sta cercando per l’autotrasporto, per evitare il blocco delle consegne di merci in tutta Italia. Il settore è in agitazione per il caro gasolio, con proteste nel Mezzogiorno e un incontro fissato al Mit per il 27 ottobre.

Il Dpcm, però, non è una scelta politica. Le retribuzioni dei magistrati si aggiornano per legge ogni tre anni, agganciate agli aumenti del pubblico impiego. L’Anm ha contestato il metodo di calcolo usato finora e Tar e Consiglio di Stato le hanno dato ragione, respingendo il ricorso del governo. Per il triennio 2021-2023 l’aumento quasi raddoppia, dal 6,69 al 12,32%. Il conto sfiora il miliardo ed è già inserito nel fondo sentenze del Documento programmatico di bilancio.

Le stime parlano di circa 100mila euro a magistrato arretrati compresi, più circa 20mila euro l’anno a regime. L’Associazione nazionale magistrati respinge questi numeri e rivendica «componenti stipendiali dovute per legge», mai corrisposte per anni.

Meloni lascia comunque aperto uno spiraglio. Se le associazioni vorranno cercare insieme una soluzione, si dice «come sempre pronta ad ascoltarle». Si dice anche convinta che «la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento». Altrimenti l’ultima parola passerà a Palazzo Spada.

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