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Stragi 1993, Di Pietro: “Berlusconi? Uomo della Milano da bere. Dopo Mani Pulite indagini a caccia del personaggio più che del reato”

L’ex magistrato Antonio Di Pietro, intercettato da Affaritaliani, dice la sua sull’archiviazione delle accuse nei confronti di Dell’Utri e Berlusconi per le stragi del 1993

Stragi 1993, Di Pietro: “Berlusconi? Uomo della Milano da bere. Dopo Mani Pulite indagini a caccia del personaggio più che del reato”

Stragi del 1993, archiviato il filone su Dell’Utri-Berlusconi. Intervista all’ex magistrato Di Pietro

“Bisogna riconoscere che, per troppi anni, alcune procure, a cominciare da quella di Palermo, si sono intestardite nel costruire teoremi investigativi e poi nel cercare di dimostrarli attraverso le prove”. Così l’ex magistrato Antonio Di Pietro, ad Affaritaliani, commenta l’archiviazione – da parte del gip del Tribunale di Firenze – delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri nell’ambito dell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi di mafia del 1993. Il procedimento, che per anni ha coinvolto anche Silvio Berlusconi in qualità di soggetto collegato alle ipotesi investigative, viene così chiuso per la sesta volta nell’arco di tre decenni.

Di Pietro critica quella che definisce una deriva investigativa seguita alla stagione di Mani Pulite, in cui – sostiene – alcune inchieste avrebbero finito per concentrarsi più sui grandi nomi della politica e dell’imprenditoria che sulla stretta ricerca del fatto-reato. In questo contesto rientrano anche le indagini che, per anni, hanno ipotizzato possibili collegamenti tra ambienti di Cosa nostra e figure del mondo politico ed economico, tra cui Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. “Pensiamo al caso della trattativa ‘Stato-mafia’, che ha accompagnato per decenni un racconto giudiziario che, alla fine, non ha trovato riscontri sufficienti, come dimostrato anche da successive archiviazioni e pronunce di altri uffici giudiziari. Lo stesso è accaduto con altre ipotesi, come quella secondo cui le stragi sarebbero riconducibili a una cosiddetta ‘pista nera’, una ricostruzione su cui si è continuato a insistere nonostante le evidenti criticità e l’assenza di elementi solidi a sostegno”, dice Di Pietro.

L’ex magistrato ricostruisce così anche il profilo di Berlusconi, che definisce “uno degli imprenditori della prima Repubblica, della Milano da bere”, inserito in un sistema economico e politico in cui – secondo la sua lettura – “le imprese avevano stretto un patto con il ‘pentapartito’ per fare affari e finanziare i partiti”. Un sistema al centro dell’inchiesta di Tangentopoli. “Resta il dato – afferma ancora Di Pietro – che Berlusconi è stato condannato solo per evasione fiscale, e che su altri fronti molte ipotesi non hanno mai trovato riscontro. Io stesso, all’epoca di Mani Pulite, firmai un avviso di garanzia nell’ambito delle indagini sui flussi finanziari legati al sistema di finanziamento illecito della politica, che coinvolgevano anche realtà riconducibili a Fininvest. Quel fatto venne poi riscontrato in sede giudiziaria, tanto che i soggetti che avevano materialmente gestito quei passaggi di denaro sono stato condannati. Ma fu stabilito che Berlusconi non fosse a conoscenza diretta dei fatti contestati”.

“In modo obiettivo, nei confronti di Berlusconi ci sono state ipotesi di reato che era giusto verificare, e altre che si sono rivelate solo supposizioni. Il problema è che, dopo Mani Pulite, nel tentativo di replicare quell’esperienza, si è assistito troppo spesso a indagini orientate più a verificare cosa potessero aver fatto personaggi mediaticamente esposti, piuttosto che a individuare con precisione l’autore di un reato specifico”, conclude Di Pietro.

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La vicenda

L’archiviazione chiude uno degli ultimi capitoli di un’inchiesta avviata nel 1996 dalla procura di Firenze sulle stragi mafiose del 1993-1994, che colpirono Firenze, Milano e Roma. Nel corso degli anni, l’indagine ha subito diverse fasi di riapertura e successiva chiusura. Questo è il sesto provvedimento di archiviazione complessivo: il fascicolo era già stato chiuso nel 1998, riaperto e archiviato nuovamente nel 2011, quindi riattivato nel 2017 prima di arrivare all’attuale decisione. L’ipotesi investigativa, più volte rimodulata nel tempo, ha riguardato la possibile esistenza di “mandanti esterni” interessati a influenzare il quadro politico italiano attraverso la strategia stragista di Cosa nostra. In questo contesto, alcuni filoni avevano ipotizzato contatti indiretti tra ambienti mafiosi e soggetti legati alla nascita di Forza Italia.

In particolare, Marcello Dell’Utri era stato indicato in alcune ricostruzioni investigative come possibile punto di collegamento con esponenti di Cosa nostra, tra cui il boss Giuseppe Graviano, attraverso presunti contatti e messaggi veicolati nel tempo. Le accuse si erano basate soprattutto su dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su ipotesi investigative che la difesa ha sempre respinto, definendole prive di riscontri oggettivi e non supportate da elementi probatori concreti. Il gip, nel provvedimento di archiviazione, ha ribadito proprio questo aspetto, sottolineando l’assenza di elementi sufficienti a sostenere l’ipotesi accusatoria.

La decisione del Tribunale di Firenze si inserisce in un quadro più ampio che negli ultimi mesi ha visto ulteriori pronunce favorevoli alla tesi dell’assenza di legami giuridicamente rilevanti tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra. Nell’ottobre 2025 la Corte di Cassazione ha infatti confermato decisioni precedenti che avevano escluso tali collegamenti nell’ambito di un diverso procedimento relativo a misure di prevenzione e confische. Con questa nuova archiviazione si chiude dunque un capitolo investigativo lungo circa trent’anni, segnato da riaperture, ipotesi accusatorie e successive archiviazioni. Resta il dato procedurale: per il sesto passaggio giudiziario consecutivo, gli atti non hanno portato a un rinvio a giudizio, confermando la mancanza di elementi ritenuti sufficienti per sostenere l’impianto accusatorio sui presunti “mandanti occulti” delle stragi del 1993.

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