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Politica
Umiliare un genere non fa bene all'altro


 

Il 2 giugno 2005 è stata una bellissima giornata: sono diventata Commendatore della Repubblica italiana. Commendatore e non commendatora.
Ne ridevamo con un'amica dirigente di una grande azienda pubblica che a sua volta aveva ricevuto in passato l'ambito premio di 'Uomo dell'anno'.
D'altra parte spesso come sommo complimento mi è stato detto che ero brava come un uomo, poi sono stata nominata direttore e non direttora di Videomusic, e poi ancora direttore e non direttora del Tg3.
Possiamo sorriderne, ma dietro i nomi ci sono i simboli e dietro i simboli il potere.
E il potere, nel negare le parole adatte al tuo genere, ti dice che sei un'intrusa, in un club per soli uomini dove ti fanno la grazia di lasciarti entrare. Vieni tu, ma solo tu perché sei l'eccezione che conferma la regola. L'eccezione per cui non vale la pena declinare il nome al femminile. Il maschile è una scelta simbolica e non un caso. Come le immagini offerte e/o imposte dal circuito mediatico.
C'è una storiellina che viene raccontata agli studenti di marketing: siamo a Firenze all'inizio del '400, degli uomini lavorano alla Fabbrica del Duomo. Un passante si avvicina e chiede a uno degli scalpellini: cosa stai facendo? Quello risponde senza esitazioni: taglio pietre, mi guadagno da vivere. Stessa domanda a un secondo scalpellino che invece risponde: costruisco la gloria del Signore.
L'immagine ferma e muta avrebbe detto che stavano facendo la stessa cosa, ma non avrebbe detto la verità. Non esiste la neutralità del racconto - a parole o per immagini - men che meno oggi: gli attori economici o politici per farsi notare ricorrono sempre più spesso alla trasgressione, al superamento del limite, alle immagini forti. Sempre più forti.
La comunicazione fa la differenza, è prova d'esistenza sulla scena sociale e al tempo stesso scambio di notizie, valori, simboli.
Ciò che i pubblicitari, i giornalisti, coloro che governano le tv, fanno ogni giorno, è costruire la rappresentazione ufficiale della nostra vita, fornendo una lettura valoriale, non neutra del rapporto fra i generi.
Se la rappresentazione umilia noi donne, ci imprigiona in ruoli che nella società sono diventati residuali - la donna moglie madre oblativa e devota, fiduciosa nelle prestazioni dell'ultimo detersivo; la donna sottomessa e oggetto; la donna sempre in offerta di sé; la donna che fa gridolini di gioia alla vista di una dado da brodo e che freme con gli occhi chiusi da orgasmo per un gelato o una patata chips - come possiamo sperare che la società intera confidi nelle nostre capacità e attitudini politiche, sociali, professionali? Come si può costruire una leadership femminile quando l'immaginario è incatenato a ruoli anacronistici, se non denigratori o violenti verso le donne. E come si può costruire una società migliore se manca una leadership femminile, come si può vincere se metà della squadra resta in panchina?
Se voi comunicatori nutrite e alimentate stereotipi ridicoli o mortificanti, dovete prendere coscienza che lo fate a danno di una società più equa, come ha riconosciuto lo stesso Parlamento Europeo, che fin dal 2008 ha affermato la rilevanza dell'impatto del marketing e della pubblicità sulla parità tra donne e uomini.
Volete essere nostri nemici? Non l'ho mai creduto. Credo piuttosto in una certa pigra abitudine a percorrere strade già note.
A chi dice 'è quello che il pubblico vuole', io rispondo il pubblico vuole quello che trova. Tentate un'offerta differente, potreste avere grandi sorprese. Fate uno sforzo di creatività. Fatelo anche per voi stessi: liberate il vostro talento. Non credo che il massimo a cui possiate aspirare è far vedere una donna nuda con una bottiglia fra le gambe.
A chi dice: 'ma non capite che è ironico!', chiedo: è ironico che la donna faccia la figura della scema svestita? E come mai allora quando tocca agli uomini, di colpo non ridono più? L'ho notato con la pubblicità della Fiat 500X, quella in cui una lei un po' in età invita un lui decisamente in età a raggiungerla a letto. Lui tenta di prendere un viagra. La pillola gli sfugge di mano e rotolando finisce nel serbatoio dell'auto, che si gonfia come un maschio bellimbusto e sbruffone, fra i fischi di ammirazione delle donne per strada. Quella pubblicità perlopiù fa molto sorridere le donne ed è ritenuta volgare dagli uomini. Che di fronte all'allusione alla virilità non riconoscono più l'ironia.
Intendiamoci, secondo me le cose sono migliorate, almeno per le grandi marche e generalmente parlando, ma l'equità è ancora lontana. Dalla cronaca per esempio, che resta perlopiù morbosa, per non parlare della cronaca politica dei quotidiani: 'chi è la più bella del Parlamento'!
Lontana ma non irraggiungibile.
Il mondo dei media vive cambiamenti critici e profondi dovuti a molti fattori. Uno in particolare: il pubblico non vuol più essere passivo, chiede partecipazione. Molti comunicatori ne hanno già preso atto e vanno in questa direzione, puntano a costruire community con i loro utenti. Community, rapporto a doppia direzione fatto di rispetto e valori condivisi.
In questa vigilia di 8 marzo, ringraziando la Presidente Boldrini per avere voluto l'iniziativa odierna, io vi propongo - anche nel vostro interesse - di aumentare la quota di rispetto. Non una nuova legge, alla quale sarei decisamente contraria per molti motivi, che vanno dal rischio di censura all'impraticabilità. Piuttosto un nuovo patto che vincoli tutti perché le donne, anche noi donne, non siamo innocenti.
Umiliare un genere non fa bene all'altro. La bellezza fa bene, la diversità fa bene. Il senso critico fa bene. Dunque sì alla realtà come è: complessa, ruvida, difficile da scalare. Alcune grandi marche già lo fanno, con un sorriso.
Il sistema dei media è uno. Pubblico e privato hanno ruoli diversi e dunque diverse responsabilità, e tuttavia a entrambi si può chiedere di essere socialmente responsabili. Alcuni sostengono che l'unica responsabilità sociale di un'azienda è fare profitti. Altri riconoscono che l'impatto dell'impresa sulla società è tale che nessuno può lavarsene le mani. Vi domando: non è buffo che si chieda responsabilità sociale a chi fabbrica palloni e non a chi fabbrica immaginario, senso comune, opinione pubblica? Non è buffo che ci preoccupiamo per l'inquinamento dell'aria dell'acqua e del cielo, e non dell'inquinamento delle menti?
Nel patto che vi propongo le menti dei nostri figli e nipoti, le nostre menti hanno almeno lo stesso rilievo di un pezzo di terra. A noi, a voi decidere da che parte stare.

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