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Vincenzo De Luca, ritratto dello Sceriffo che è tornato a casa. Chi è il nuovo sindaco di Salerno (di nuovo)

Restano, a fare da colonna sonora a tutta la carriera, oltre ai successi politici, i suoi celebri “dissing”. Il ritratto

Vincenzo De Luca, ritratto dello Sceriffo che è tornato a casa. Chi è il nuovo sindaco di Salerno (di nuovo)
Vincenzo De Luca

Chi è Vincenzo De Luca, il nuovo sindaco di Salerno (di nuovo)

Ci sono politici che si misurano con le cariche che ricoprono, e altri che le cariche se le portano addosso come un personaggio. Vincenzo De Luca appartiene da tempo alla seconda categoria.

Nel corso degli anni è diventato qualcosa di più di un esponente politico: la combinazione di fermezza combattiva, ironia sferzante e una lunga sequenza di successi elettorali — prima a Salerno, poi alla guida della Regione Campania — lo ha reso popolare nell’opinione pubblica ben oltre il perimetro delle stanze istituzionali. Lo chiamano “lo Sceriffo”, ma anche “Don Vincienzo”, e i due soprannomi raccontano due facce dello stesso uomo: il rigore quasi militare e il radicamento quasi feudale in una terra che governa, in un modo o nell’altro, da decenni.

La sua vena istrionica è esplosa soprattutto durante la pandemia, quando le dirette social del venerdì erano diventate un appuntamento fisso. Sono di quel periodo le frasi che lo hanno consegnato alla memoria collettiva, a metà tra la minaccia paradossale e la battuta: i neolaureati che sognavano una festa avvisati che «noi vi mandiamo i carabinieri, ma ve li mandiamo con i lanciafiamme», o i No Vax liquidati con un «per loro rimane solo il Napalm, mi sembra il minimo». Iperboli, certo, ma calibrate per restare impresse — e per finire, puntualmente, in meme.

Classe 1949, De Luca nasce l’8 maggio a Ruvo del Monte, piccolo centro della Basilicata in provincia di Potenza. Si trasferisce giovanissimo a Salerno, dove completa gli studi e si laurea in Filosofia all’Università cittadina; insegnerà poi filosofia e storia nelle scuole superiori della provincia. È lì, a Salerno, che muove i primi passi politici tra le file del Partito Comunista Italiano, di cui diventerà segretario provinciale. Sciolto il Pci, segue la traiettoria della sinistra italiana: prima il Pds, poi i Ds, infine il Partito Democratico.

Della sua vita privata trapela poco. È stato sposato dal 1979 al 2008 con la sociologa Rosa Zampetti, e dal 2008 è legato all’architetta Maria Maddalena Cantisani. Ha due figli, Piero (1980) e Roberto (1983), entrambi entrati in politica sulle sue orme — Piero, in particolare, è oggi una figura di peso nel Pd campano.

La carriera amministrativa comincia per davvero nel 1990, quando entra nel consiglio comunale di Salerno come vicesindaco e assessore. Da lì la scalata è rapida: nel 1993 diventa sindaco, e la città diventa il suo laboratorio e il suo regno. Guiderà Salerno per più mandati — fino al 2001, poi di nuovo dal 2006 al 2015 — trasformandola in un modello urbano che gli vale riconoscimenti e, nel 2013, il primo posto come “sindaco più amato d’Italia” nel Governance Poll del Sole 24 Ore. Nel mezzo, l’approdo a Roma: deputato alla Camera tra il 2001 e il 2008.

L’ambizione regionale matura presto. Ci prova una prima volta nel 2010, da candidato del centrosinistra, e perde contro Stefano Caldoro. Si rifà cinque anni dopo: nel maggio 2015 conquista la presidenza della Campania con il 41% dei voti, battendo proprio Caldoro per circa 66.000 preferenze. Nel 2020 viene riconfermato con un trionfo, e tiene la guida della Regione fino al 9 dicembre 2025, quando — non potendosi ricandidare per il vincolo del terzo mandato — passa il testimone a Roberto Fico.

Ma De Luca non è tipo da ritirarsi. Chiusa l’esperienza regionale, alle amministrative del 2026 torna proprio dove tutto era cominciato. E il 25 maggio 2026 Salerno lo sceglie ancora: quinto mandato da sindaco, una vittoria larga — attorno al 58,5% — costruita su liste civiche e sul suo consenso personale più che sul simbolo di partito. Un ritorno che ha il sapore di un’investitura personale, la conferma che in quella città il “vicerè” pesa più delle sigle e delle correnti romane.

Restano, a fare da colonna sonora a tutta la carriera, i suoi celebri “dissing”. Il suo modo di fare tranchant non ha risparmiato nessuno, dentro e fuori il suo campo. Matteo Salvini definito «un somaro»; Elly Schlein accusata di «non avere una linea politica»; Giorgia Meloni paragonata a «Heidi con il campanello» e i suoi ministri a «pinguini»; Giuseppe Conte che gira l’Italia «come un descamisado» mettendo in piedi «una truffa politica e mediatica»; Roberto Speranza che «fa il chierichetto».

Battute che gli hanno procurato inimicizie a non finire, ma anche una popolarità trasversale e virale: perché in fondo, da quasi quarant’anni, De Luca recita sempre lo stesso copione — quello del sindaco-sceriffo che non chiede il permesso a Roma.