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Voto a settembre col “germanicum”. Poi governo Renzi-Berlusconi

Grillo balla da solo

Voto a settembre col “germanicum”. Poi governo Renzi-Berlusconi
renzi berlusconi ape

La macchina del voto anticipato a fine settembre è in moto e marcia spedita con Renzi al volante e Berlusconi “navigatore” che indica la strada da fare e la meta finale. Un percorso impervio, pieno di buche e mine, ma oramai obbligato se si vuol dare agli italiani, se non la speranza, almeno l’illusione di poter uscire dal pantano.

L’accordo fra i tre capi dei tre maggiori partiti da sempre nemici (Pd, Forza Italia, M5S) su una legge elettorale alla tedesca col trucco dei listini bloccati e con il riparto dei seggi a livello nazionale e altre furbate Made in Italy è oramai alle limature finali dopo di che a Gentiloni resta solo una parola: “Obbedisco!”, togliendo il disturbo. E il Colle? C’è disagio perché nelle liste bloccate si intravede un vulnus alla sentenza della Consulta (la bocciatura del Porcellum…) sul rilievo di legittimità in ordine a una formula irrispettosa e lesiva della sovranità degli elettori. Non solo. Per il Colle solo dopo aver messo i conti dello Stato in sicurezza si può pensare al voto anticipato.

Restano dubbi e malumori anche dentro il Pd, dentro Forza Italia, dentro il M5S: ma non faranno saltare l’intesa perché così vogliono Renzi, Berlusconi, Grillo, cioè i “proprietari” degli stessi partiti. Peggio di tutti sta Renzi che deve rimangiarsi alcuni pilastri del credo della Leopolda quando gridava che bisognava sapere la sera stessa del voto chi avrebbe governato il Paese, che serviva un premio di maggioranza con un sistema maggioritario che “tutta Europa ci copierà”, che il Pd era per la stabilità dei governi e delle legislature ecc. ecc. Fuffa. Oggi vale solo un grido: al voto! Al voto! A meno di un cataclisma, non sarà il voto amministrativo di domenica 11 giugno a far saltare questo percorso. Comunque vada a Genova, Palermo, Catanzaro, L’Aquila e negli altri 1000 comuni Renzi utilizzerà quel risultato “pro domo sua” ribadendo la necessità (per il Paese) e la validità (per il suo Pd) di correre alle urne di settembre perché “è giusto dare la parola agli italiani”. Una furbata. Il solito gioco delle tre carte fra i “tre nemici” dei tre principali partiti, con una legge elettorale dove i cittadini conteranno meno di prima, con i partiti (i rispettivi leader e i loro capi e capetti) decisi a dettar legge ancora più di prima. I “tre nemici” raggiungeranno ognuno il massimo del risultato previsto: Grillo farà il pieno di voti ma, beatamente isolato nella sua presunta diversità, non avrà nessuna chance di governo gridando all’inciucio; Renzi perderà voti e penne ma tornerà a Palazzo Chigi dicendo agli italiani che la scelta obbligata del governo di larghe intese salva l’Italia dall’ingovernabilità e dalle orde grilline. E Berlusconi? Pur senza i consensi elettorali del bel tempo che fu recupera centralità politica e istituzionale: ancora il “Salvatore della patria” per aver preso due piccioni con una fava: fermati i “cosacchi” grillini già insediati in Campidoglio e cancellati dal parlamento i “comunisti”. I due ex premier non si fidano l’uno dell’altro ma sanno bene che con il “proporzionale puro” poi si può trattare e l’accordo si trova per un governo di larghe intese di stampo “moderato” per un generico riformismo che rassicuri i più, quel che resta del ceto medio, i pensionati, le imprese, i mercati, l’Europa e forse Putin (più di Trump). La soglia del 5% è la ciliegina sulla torta per eliminare, a sinistra come a destra, i comuni nemici del “rottamatore” di Rignano e del rais di Arcore. Schieramenti, alleanze, tatticismi, vendette. E i programmi? Non pervenuti. L’elettorato ha la possibilità di far saltare questo schema? No. Perché Grillo ribadendo il ruolo di anti-sistema balla “da solo” ed è fuori gioco (con la Lega quarto incomodo) e perché la “maggioranza silenziosa” accetterà alla fine il male minore: nelle urne, turandosi il naso, voterà o per il partito di Renzi o per il partito di Berlusconi (tanto poco cambia) sapendo di portare acqua al mulino per un governissimo Pd-Forza Italia; e fuori dalle urne, scegliendo l’astensione come ultima forma di protesta. E poi? I due galli nello stesso pollaio hanno vita breve. Renzi, diccì senza memoria, ha domato la ditta ex Pci di Bersani&D’Alema ma non conosce quella dell’ ultra pragmatico Cav. basata sul business, sul potere, sull’ego. Dopo il voto, fatto il governo, Berlusconi metterà sulla bilancia il peso di quel che è, di quel che ha, di quel che rappresenta. A Renzi non resterà che prendere atto e dire: “Signorsì!” dimostrando quella pazienza e quella umiltà che non ha mai dimostrato di avere. Solo così Matteo non farà la fine di tutti gli altri “delfini” di Berlusconi. Solo così nascerà il Partito della Nazione chiudendo definitivamente, dopo oltre 70 anni, l’era del dopoguerra. La ricostruzione dell’Italia o la sua disfatta?