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Politica
Zingaretti lascia, Pd sotto choc. Reggente e primarie tra un anno?

Quando il 22 febbraio scorso abbiamo scritto su Affaritaliani.it delle probabili dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario del Partito Democratico sono stati molti i senatori e i deputati Dem a cadere dalle nuvole. Sms, whatsapp e telefonate quasi ironiche, "ma che cosa scrivete?". "Non esiste". Oggi, 4 marzo, l'epilogo con il post su Facebook del presidente del Lazio che annuncia lo strappo a dieci giorni dall'assemblea nazionale del 13-14 marzo. A questo punto si aprono moltissimi scenari, in un Pd terremotato, travolto dalle polemiche e in crisi di consensi come dimostrano tutti i più recenti sondaggi. L'ex ministro Francesco Boccia e il capogruppo alla Camera Graziano Delrio sono stati i primi a uscire allo scoperto chiedendo a Zingaretti di ripensarci e di ritirare le dimissioni. Che comunque potrebbero essere respinte dall'assemblea. Il ministro della Cultura Dario Franceschini, potente leader di Area Dem, pur senza chiedere direttamente a Zingaretti di ritirare le dimissioni scrive sui sociale che "il gesto di Nicola Zingaretti impone a tutti di accantonare ogni conflittualità interna, ricomponendo una unità vera del partito attorno alla sua guida".

Ma difficilmente si arriverà a un ripensamento di una decisione presa al termine di settimane di polemiche infinite e di attacchi più o meno diretti alla segreteria. Una delle ipotesi è quella della nomina di un reggente, come all'epoca di Maurizio Martina, fino alle primarie e poi al congresso che si potrebbero tenere a ottobre o all'inizio del 2022. Uno dei nomi come reggente è proprio quello di Delrio, esponente non ascrivibile a nessuna delle correnti in guerra. Fatto sta che i fronti contrapposti sono sempre gli stessi. Da un lato il segretario sostenuto da Goffredo Bettini e dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, che è anche vicesegretario, e dalla stragrande maggioranza della segreteria e della direzione, nonché dai delegati dell'assemblea, votati con le ultime primarie che avevano eletto Zingaretti. Sull'altro lato la fronda degli amministratori locali, in testa Stefano Bonaccini, Dario Nardella, Antonio Decaro e Giorgio Gori, che da settimane sta cannoneggiando il Nazareno sostenuto dagli ex renziani di Base Riformista e dall'ex presidente Matteo Orfini.

Il tutto senza dimenticare la rivolta delle donne Dem dopo l'esclusione delle Democratiche dalla squadra dei ministri in quota Pd (unico tra i grandi partiti della nuova maggioranza). L'annuncio del congresso tematico per discutere su come rilanciare il Pd aveva lasciato l'amaro in bocca nella minoranza Dem, che, senza dirlo apertamente, voleva un congresso vero con l'elezione del segretario essendo il quadro politico completamente cambiato. Altro punto che ingarbuglia ulteriormente la situazione è che la minoranza di Base Riformista è nettamente maggioranza nei gruppi parlamentari visto che le liste del 2018 erano state fatte ell'epoca di Renzi segretario. Una lotta fratricida che ha portato al passo indietro del Governatore del Lazio. Non mancano letture di tipo diverso, come quella di Stefano Pedica, presidente di Cantiere democratico: "Finalmente una decisione saggia. Mi chiedo se sia stata fatta in modo spontaneo o spintaneo e se ci sia in ballo anche la candidatura a sindaco di Roma".

L'ELEZIONI DI ZINGARETTI E LA SPACCATURA DEL PD - Era il 3 marzo 2019 quando, al termine di un iter congressuale durato quasi un anno, si celebrarono le primarie che videro trionfare il governatore del Lazio con il 66% dei voti. Zingaretti si presentava allora con la mozione Piazza Grande e lo slogan "Nicola Zingaretti, per cambiare". Suoi avversari erano i renziani Roberto Giachetti e Anna Ascani, che si presentavano in tandem (12%), e la lista del segretario uscente, eletto in assemblea dopo le dimissioni di Matteo Renzi, Maurizio Martina (22%). Un assetto che non rispecchia quello parlamentare: prima della sconfitta del 2018, infatti, Matteo Renzi redasse le liste sulle quali sarebbero stati composti i gruppi alla Camera e al Senato. Il risultato è che la maggioranza di questi gruppi è assai diversa da quella degli organi statutari del Partito Democratico, a larghissima maggioranza zingarettiana. Non solo: oggi fra i gruppi è molto forte la componente di Base Riformista che, però, non era presente al precedente congresso: i suoi aderenti erano, infatti, sparsi fra le fila renziane. Solo dopo la scissione del partito operata da Renzi, con la nascita di Italia Viva, Luca Lotti e Lorenzo Guerini ritennero necessario dare vita ad un'area "liberale e moderata" per contenere - si diceva allora - le spinte centrifughe che avrebbero portato il partito troppo a sinistra. In Base Riformista si accasarono la maggior parte degli ex renziani. La maggior parte, ma non tutti. Consapevole di dover creare un filo diretto con i gruppi parlamentari e spinto dalla sua naturale propensione al dialogo e alla mediazione, Zingaretti ha inseguito da subito la stella dell'unità interna del partito.

TRE GOVERNI E UNA PANDEMIA, I 24 MESI DI ZINGARETTI - Nicola Zingaretti si dimette. Due mesi di bombardamenti sul Nazareno, da fuori il Partito Democratico, ma soprattutto da dentro, attraverso il "fuoco amico" divenuto ormai la cifra di questo soggetto politico, hanno convinto il segretario a fare un passo indietro. "Per amore del partito e dell'Italia", spiega in un post su Facebook. Dice di "vergognarsi che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c'e' il problema del lavoro, degli investimenti e la necessita' di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni". Parole nelle quali emerge il profilo dell'amministratore, del presidente di Regione che, da un anno, e' in prima linea nella lotta alla diffusione della pandemia nel territorio che amministra. Il primo ad aver affrontato l'emergenza, dalla sera in cui i due cittadini cinesi sono stati portati all'ospedale Spallanzani con i sintomi del Covid. Dentro il partito, Zingaretti combatteva una guerra diversa, contro le correnti, utilizzando un "approccio unitario" come terapia. Subito dopo la sua elezione a segretario, esattamente due anni fa, ha tirato dentro la segreteria tutte le aree politiche, dagli orlandiani ai franceschiniani, compresi quelli di Base Riformista che nelle ultime settimane lo hanno inquadrato nel loro mirino. una strategia necessaria anche perche' Matteo Renzi, prima della sconfitta alle politiche del marzo 2018, aveva provveduto a formare le liste elettorali per assicurarsi una larga maggioranza nei gruppi. Cosi', anche quel 66 per cento di consenso alle primarie che gli avevano garantito una larga maggioranza in assemblea e in direzione si e' rivelato inutile a gestire il partito.

La strategia improntata all'unita', tuttavia, ha dato i suoi frutti, almeno all'inizio. Gia' nell'estate del 2019, a quattro mesi dalla sua elezione a segretario, la guerra intestina al governo giallo-verde pose al Pd il problema della strategia da adottare. Poco prima della fine del primo esecutivo Conte, nel partito si pose il problema se andare ad elezioni o sostenere una soluzione parlamentare. A Zingaretti il voto avrebbe fatto molto comodo, non fosse che per ritrovarsi dei gruppi parlamentari vagamente somiglianti alla maggioranza negli organi del partito. Fra le aree che lo sostenevano, a cominciare da Areadem, l'avviso era tuttavia diverso. Troppo alto il rischio di perdere mandando al governo una destra estrema e nazionalista che avrebbe anche eletto il presidente della Repubblica. Cosi', a un primo sdoganamento dei Cinque Stelle - fino ad allora un tabu' nel Pd - da parte di Matteo Renzi, ne segui' un secondo da parte di Dario Franceschini. E il Conte II si trasformo' in realta'. Zingaretti questi passaggi, come tutti gli altri, li affronta passando per gli organi statutari, dove via via ottiene sempre una maggioranza unanime. Al momento di scegliere i ministri Pd, si ricomincia a lavorare di bilancino per accontentare le varie aree. Cosi', il leader di base Riformista, Lorenzo Guerini, diventa ministro della Difesa; Dario Franceschini, punto di riferimento di Areadem, va alla Cultura e via cosi', a scendere nei ruoli di sottogoverno, con le ex renziane Alessia Morani e Simona Malpezzi sottosegretarie al Mise e all'Istruzione. Qualche ora dopo, pero', Matteo Renzi annuncia l'uscita dal Pd e la creazione di Italia Viva. Porta con se' il numero sufficiente di eletti per formare i gruppi (al senato avra' bisogno dei socialisti per avere nome e simbolo). Nelle fila parlamentari dei dem rimangono alcuni ex fedelissimi, primo fra tutti il capogruppo a Palazzo Madama, Andrea Marcucci.

L'alleanza con i Cinque Stelle apre anche la questione del posizionamento del Pd. Nessuno, al congresso, si e' presentato con una mozione che contemplasse un simile scenario. Si comincia - e' l'autunno 2019 - a mormorare la parola "congresso". Zingaretti apre la Costituente delle Idee, un percorso di discussione che parte a novembre, da Bologna. Il Pd afferma la sua identita' di partito con vocazione maggioritaria, ma rinuncia alla declinazione che ne aveva dato Renzi, ovvero nessuno alleanza. Insomma, un partito progressista e riformista che aspira a essere perno di una coalizione larga di centro sinistra. Tutto questo rimane, pero', sulla carta. L'arrivo della pandemia cambia tutto, le liti fra le correnti sono sospese. Zingaretti vive anche la malattia: per 23 giorni rimane chiuso in casa, assistito dal suo medico di fiducia. Passano i mesi del lockdown, il partito ne esce rafforzato grazie anche al lavoro fatto dal segretario che e' sul podio dei leader che godono di piu' fiducia fra gli elettori. Ma con l'autunno, il governo Conte comincia a scricchiolare sotto i colpi di Matteo Renzi. E' una buona notizia come l'arrivo delle risorse del Recovery Fund, paradossalmente, a innescare la crisi. A dicembre si parla di rimpasto, ma dopo le feste la strada del Conte II appare segnata. Zingaretti si propone all'ufficio politico, prima, e alla direzione poi di sostenere la linea a favore del premier uscente, considerato unico punto di equilibrio nella coalizione di centro sinistra. Dopo le dimissioni di Giuseppe Conte (che ottiene una fiducia risicata in Parlamento) il Presidente della Repubblica, pero', incarica Roberto Fico di verificare se ci sia una maggioranza sui temi prioritari della legislatura e, fallito il tentativo, incarica Mario Draghi. Si lavora alla formazione del nuovo governo e ancora una volta, Zingaretti usa l'unita' come unica bussola. Accontenta le correnti e non chiede posti per se' o per i suoi fedelissimi. Tra i ministri, pero', non c'e' nemmeno una donna e questo apre la batteria delle minoranze contro il nazareno, con alcuni parlamentari vicine a Matteo Orfini in prima linea. Nonostante Lorenzo Guerini sia stato riconfermato alla Difesa, i malumori si allargano a Base Riformista che chiede esplicitamente il congresso. Cosi' per venti giorni. Fino ad oggi e al post, dai toni inediti per Zingaretti: "Mi vergogno che nel Pd si parli solo di poltrone in piena pandemia".

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