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PugliaItalia

 

Due giornate iniziali che prima dell’Arte, regalano una fotografia del Paese. Quello reale, di tutti giorni. Il Bif&st - Bari International Film&Tv Festival 2013 ha così voluto, nel corso della serata inaugurale al Teatro Petruzzelli, essere amplificatore della denuncia e del dolore degli operai Bridgestone: 950 protagonisti attoniti della vertenza che ha recentemente scosso l’opinione pubblica, come testimoniato da Affaritaliani.it. "La nostra fabbrica è viva. Un organismo pieno di storia – ha spiegato dal palco del Teatro Alfredo Ruscigno, operaio della Bridgestone invitato a parlare assieme ad altri colleghi, dall’organizzazione del Festival del cinema di Bari - che rischia di essere ammazzato. Ci sentiamo più forti, però, perché consapevoli della solidarietà espressa da tutti voi". “Ora ci dobbiamo confrontare  -  ha spiegato il lavoratore - con la sfida più difficile e drammatica: evitare la chiusura della fabbrica. Abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti”. Commossa non solo la platea, ma anche lo stesso presidente del Bif&st, Ettore Scola, dopo aver ricevuto il premio Fellini: "Questo festival non parla soltanto di cinema ma, soprattutto, di civiltà e solidarietà. Il festival è vicino ai problemi di questa terra". Commossa non solo la platea, ma anche lo stesso presidente del Bif&st, Ettore Scola, dopo aver ricevuto il premio Fellini: "Questo festival non parla soltanto di cinema ma, soprattutto, di civiltà e solidarietà. Il festival è vicino ai problemi di questa terra".
 
 
E quasi seguendo una sorta di filo d’Arianna, il tema del lavoro è tornato anche nella lezione di cinema, tenuta dall’attore e regista Sergio Rubini, con l’aiuto del giornalista e vicedirettore del Festival, Enrico Magrelli, voce storica di Hollywood Party. Una sorta di Satyricon in divenire l’Italia dei giorni nostri, che tale non sarebbe diventata “se grandi uomini ed artisti come Federico Fellini fossero ancora tra noi”. “Se avessi un figlio – confessa Rubini alla sala – lo spronerei a studiare all’estero. Solo che, attualmente, verità così naturali ma antipatiche non si possono dire ad alta voce. Un po’ come i Ministri, che dovrebbero lavorare per aiutare il nostro Paese ma, intanto, mandano il figlio a studiare all’estero. Si sa ma non si dice”. Un Sergio Rubini a tutto tondo, che nell’analisi della piaga della crescente fuga di cervelli dall’Italia, azzarda anche un’analisi su “vecchi e grandi vecchi”: “I vecchi sono il problema del nostro Paese? A me questa cosa fa star male. Il problema non sono “i vecchi”, bensì la mancanza di “grandi vecchi”, esempi lucidi e forti, depositari del sapere. Pensate a Sandro Pertini, solo il suo modo di camminare raccontava la forza (e anche violenza) della sua lotta per la libertà. Fellini stesso, nel suo insegnare bonariamente, era un grande vecchio che aiutava ad essere meno tronfi”. E scherza con il pubblico in sala: “Sono stati silenziati, citando Monti”.
 
Nato a Grumo Appula il 21 dicembre 1959, Rubini capisce subito quanto la chiave di volta sia il viaggio, “una migrazione non solo fisica, nata come la ricerca del Nord e del “biondame”, ma rivelatasi indispensabile (ri)portandomi qui, ora”. Si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia d’Arte drammatica, “evitando di rivelarlo troppo in giro nelle audizioni”: “Il cinema italiano – racconta Rubini - allora non voleva l’attore di Teatro, era ancora figlio del neorealismo. I registi volevano l’uomo di strada. Per questo come attore, dovetti imparare e disimparare”. E confessa: “La parte più difficile era quella del “Buongiorno!”. Dovevi spogliarti della dizione e del controllo della voce, presentarti nudo. Senza protezione”.
 
Antonio Calenda, Gabriele Lavia, Enzo Siciliano, Gabriele Salvatores, Alessandro Piva ed Ennio Coltorti sono solo alcuni dei nomi che hanno catturato le metamorfosi dell’attore pugliese. Un'origine ed un patrimonio di tradizioni non facili per Rubini: “Il dialetto barese, un po’ come per il napoletano, è da sempre figlio di una naturale ironia”. Un'arma a doppio taglio, secondo l’attore, se non rielaborata con giudizio: “Il rischio è quello di svestire il personaggio della sua dignità, costringendolo entro i limiti dell’essere macchietta”. Velato riferimento alla ritrovata “pugliesità” nel cinema con Checco Zalone? “Non volevo che l’unico lustro – conclude Rubini - del capostazione Domenico de “La stazione”, ad esempio, provenisse dall’essere “ignorante ma buono”. Non mi piace questa rappresentazione del Sud bidimensionale, ne ho orrore”.
 
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