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Bari – Un’accusa “assolutamente gratuita e fuorviante”. Con queste parole la Coop Italia, aveva liquidato le accuse dell’articoloSchiavi dei campi, parte il boicottaggio ai big della distribuzione”, pubblicato su Repubblica, a proposito del dramma dei caporalato e della schiavitù dei braccianti in Puglia. Le aziende agricole, ha provato a spiegare in più di un’occasione la Coop, “firmano un documento di responsabilità dove accettano di rispettare i diritti del lavoro, rendere evidenti le assunzioni, i trattamenti salariali e la gestione dell’orario di lavoro; i fornitori vengono selezionati in relazione alla loro capacità di adempiere a queste richieste, altrimenti vengono scartati e/o sospesi. Per esempio, nella campagna pomodoro 2012 e nel 2013 sono state sospese 5 aziende in sospetto di caporalato”. Con tali dichiarazioni la Coop Italia aveva provato a contenere l’effetto domino scatenatosi fra i media e che aveva travolto anche Carrefour, Leclerc, Lecasìno e Intermarche (anche grazie al reportage “Les recoltes de la honte”, “I raccolti della vergogna”, realizzato da France 2 per la trasmissione Cash investigation). 

Arriviamo così ad oggi. Un nuovo tassello va ad inserirsi nell’intricato quadro sulla tracciabilità ed eticità dei prodotti (alimentari): la prima catena della grande distribuzione organizzata in Italia, infatti, ha presentato “Origini Trasparenti”. Una campagna, stando a quanto dichiarato dalla stessa Coop, “unica in Europa e che punta alla trasparenza dell’informazione per quanto attiene ai prodotti a marchio (in totale più di 1400 prodotti che arrivano ogni giorno sulle tavole degli italiani)”.

L’operazione discussa in conferenza stampa da Enrico Migliavacca, vicepresidente vicario Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori-Coop), Marco Pedroni e Maura Latini, rispettivamente Presidente e Direttore generale alla gestione di Coop Italia, e Paolo De Castro, presidente Commissione Agricoltura Ue, è stata apprezzata da Giuseppe De Leonardis, segretario generale Flai Cgil Puglia: “Apprezziamo la disponibilità manifestata ad incontrarci, al fine di  costruire percorsi unitari per sconfiggere la piaga del caporalato e del lavoro nero e per costruire una tracciabilità corretta della filiera agro-alimentare”.

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Il segretario De Leonardis non ha esitato a manifestare alcune perplessità, però, a causa dell’attuale vuoto legislativo in materia di tracciabilità dei prodotti e della certificazione etica d’impresa relativo a tutte le aziende: “In Puglia, in particolare nel periodo di raccolta del pomodoro, come certificato dalle varie indagini giornalistiche e giudiziarie, oltre 40.000 lavoratori migranti sia dell’est Europa sia dell’Africa, vengono ridotti a schiavitù e sfruttati nelle campagne di raccolta con salari da fame non conformi a quelli contrattuali. In Puglia esistono oltre 12 ghetti  in cui vivono oltre 10.000 immigrati al limite della civiltà, alla mercé dei caporali nostrani ed etnici. Segno che se c’è questa offerta di manodopera sul territorio, c’è anche una richiesta ed utilizzo di lavoro da parte delle aziende”.

Dove vanno a finire i prodotti, chi controlla la filiera che va dalla produzione alla trasformazione ed alla commercializzazione? “La verifica delle assunzioni, laddove viene fatta, spesso si avvale – spiega De Leonardis - solo di autodichiarazioni delle aziende e di documenti che difficilmente trovano riscontro nella realtà sul campo, circa le quantità prodotte e le superfici utilizzate. Non a caso, la Puglia si è dotata degli Indici di Congruità, avversati tra l’altro dalle associazioni di rappresentanza”.

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Il caporalato in Puglia. “Sistema di reclutamento della manodopera contadina mediante i cosiddetti caporali, che non ottempera alla legge sul collocamento e comporta salari inferiori a quelli previsti dalle tariffe sindacali: il caporalato è una delle piaghe delle campagne meridionali”. Un quadro difficilmente sintetizzabile quello del caporalato, nonostante la definizione del dizionario italiano, soprattutto in Puglia. Le innumerevoli testimonianze parlano di attività stagionali di raccolta che trovano come sfondo luoghi come Nardò e la provincia di Foggia, giusto per citare alcuni esempi. Giornate da più di dodici ore di lavoro per cinque euro l’ora, soldi che puntualmente ogni sera poi il lavoratore deve dare al proprio contatto senza fiatare. Pena il non essere richiamato a lavorare il giorno dopo. 

Il numero di attività agricole irregolari per lavoro sommerso continua ad essere alto, secondo la Direzione regionale del Lavoro per la Puglia, nell'ambito dell'Osservatorio sui Reati nel Settore Agricolo e Alimentare (Orsa): 70 per cento solo nel Salento, 54 nella provincia di Bari, 50 a Brindisi e 40 per cento in provincia di Foggia. Il fenomeno si è “evoluto” nel tempo: alcune aziende assumono, su gruppi di 20-25 unità, solo pochi braccianti con contratto regolare, così da affrontare una multa non troppo salata in caso di controllo.

Altre aziende, sfruttando il lavoro non dichiarato dei migranti, cedono le indennità contributive a dei cosiddetti “falsi braccianti” oppure si fanno pagare, sempre dagli stessi migranti, cifre da capogiro sui 6-7 mila euro al fine di stipulare un contratto di lavoro e dando la possibilità al lavoratore, quindi, di ottenere il permesso di soggiorno. Da qui la necessità, palesata da più associazioni e parti politiche, di un’urgente revisione (se non capovolgimento) dell’attuale Bossi-Fini.

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