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PugliaItalia
Di Paola, il guanto della sfida Confronto su ‘analisi condivisa’

di Antonio V. Gelormini 

“Sono un uomo del ‘fare’. Lo testimoniano la storia personale e i risultati ottenuti alla guida delle aziende, che mi sono ritrovato ad amministrare. Ecco, se proprio volete, questo è il hashtag: #fare”, questo l’esordio di Domenico Di Paola alla presentazione del “Rapporto Bari 2014” della Società di Ricerche Tecnè.

“Non ho decaloghi o decaroghi da presentare. I miei indici sono i numeri. Per questo ho chiesto a Tecnè di monitorare la città e di tradurre in percentuali, grafici, diagrammi ed istogrammi il sentire comune di una comunità, che si appresta a cambiare il timoniere e gli ufficali a Palazzo di Città. Perché è bene che ci si confronti sulle cose concrete e non sui libri dei sogni o sulle facili promesse”.

Si chiama “analisi condivisa” la rivoluzione di Di Paola, che preannuncia di volersi confrontare efficacemente solo con chi ha ‘credito’ per la candidatura a Sindaco, e non consumarsi o disperdersi con tutti coloro siano al vaglio del responso selettivo delle primarie. “E il confronto parta da elementi e basi “condivise”, altrimenti ci si parla addosso e si rappresenta la politica del nulla”. Questo il guanto cavalleresco della sfida lanciato agli avversari.

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L’analisi di Tecnè è inclemente: Bari è una città che più di altre risente del calo produttivo del settore manifatturiero (motore di sviluppo 10 volte superiore alla produttività degli altri settori) e a poco vale il modesto incremento dell’apporto dei servizi, quando anche il commercio - con la sua stagnazione - indica “l’allarme rosso” per una situazione di improbabile sostenibilità.

La fascia attiva della popolazione cala di due punti percentuali all’anno e ben presto non riuscirà a garantire risorse e sostegno alle altre due: i bambini e gli anziani (i primi in calo e gli altri in inclemente impennata).

Impoveriti e impauriti, dice l’indagine dei baresi, come e più degli altri. E con uno stato d’animo  del genere diventa tutto più complicato. Innegabile, quindi, la necessaria iniezione di braccia, energia e forza lavoro che, nel breve periodo, può arrivare solo da frontiere meno blindate e da politiche d’accoglienza tese ad includere piuttosto che a respingere.

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Nel contempo, il far leva per migliorare le condizioni medie di un ceto oggi mortificato e in cerca di riscatto, si inserisce nel piano ad azioni multiple indispensabile a far fronte alle aspettative di crescita e di sviluppo, propedeutiche a un nuovo modello di convivenza sociale: in cui bisognerà trovare il modo di “mettere a frutto” esperienza e disponibilità proprio di quella terza fascia in espansione. Facendone catalizzatore di produzione di quel “capitale sociale”, che risulta essere il moderno antidoto al veleno degli egoismi e dell’agire solitario nel bel mezzo di una moltitudine di solitudini.

Se il livello dell’analisi sale, interesse e partecipazione non potranno che esserne virtuosamente stimolati.

(gelormini@affaritaliani.it)

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