Associare la grotta all’eremita non è esercizio letterario o espediente drammaturgico per descrivere  le lotte tra le potenze diaboliche e chi aveva scelto di vivere in solitudine la propria vocazione religiosa. Certo, la grotta è un archetipo del popolamento  dell’area mediterranea e - dal semplice riparo sotto una roccia ai più elaborati schemi abitativi scavati nelle gravine, nelle lame, nelle incisioni vallive - essa ha costituito un fattore di aggregazione e di coesione sociale di robusta continuità territoriale.

Sarà stato il richiamo delle Sacre Scritture che alla grotta ha sotteso una pluralità di agganci certamente incisivi sul piano catechetico ed esegetico come assenza di luce e, quindi, luogo delle tenebre, morte, segregazione, rifugio, nascondimento, difesa e via elencando o il retaggio della tradizione classica che alla grotta ha legato miti di indubbia capacità persuasiva come l’antro della Sibilla con il suo carico di fascinazioni e di divinazioni,  lo speco di Didone, cornice del suo drammatico rapporto di amore con Ulisse, la caverna di Polifemo con il suo scenario apocalittico e violento, la cavità rocciosa della maga Circe, luogo di fattori attrattivi e, non ultime, la realtà sublucana dell’Ade davanti alla cui grotta di accesso scoperta l’anno scorso dalla Missione Archeologica Italiana operante a Hierapolis di Frigia, è stata rinvenuta una statua di Cerbero, il cane a tre teste, custode dello stesso regno dei morti.

Eremitismo

Ma dal medioevo in avanti la grotta si identifica con l’eremita cioè con quegli uomini di cui parla Benedetto da Norcia nella sua celebre Regola (V-VI secolo) i quali durante il loro tirocinio in una comunità monastica, cioè insieme con altri, sono divenuti “esperti a combattere contro il demonio“ nella solitudine lavorando con le proprie braccia.

In realtà il modello eremitico o anacoretico di cui parlava il patriarca del monachesimo occidentale, veniva da molto lontano con origini ben più antiche. Lo avevano documentato e descritto alcuni testi come le Vite dei Padri e le opere di San Girolamo riferendosi in modo particolare ai territori dell’Egitto dove la Tebaide era stata la regione di questi uomini votati al silenzio e alla solitudine.

Ed è ben noto come il tema della Tebaide dal Duecento al Quattrocento abbia registrato una robusta influenza sulle arti figurative a cominciare dal ciclo degli affreschi del Camposanto di Pisa studiato da Chiara Frugoni e dalle Storie eremitiche della Cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara di Napoli rivisitate da Anna delle Foglie non senza dare il giusto rilievo al progetto sulle Tebaidi e ai temi figurativi in esse presenti promosso da Alessandra Malquori.

Fonseca Melpignano

In questa ricognizione della realtà eremitica vanno aggiunte due non marginali notazioni, una è che l’eremitismo come fenomeno di segregazione dal mondo non si esaurisce con il Cristianesimo antico ma percorre l’intero Medioevo giungendo sino all’Umanesimo e al Rinascimento. Tra XI e XII secolo esso conosce una singolare fioritura sia nei nuovi Ordini religiosi che nei movimenti spontanei come, nel Mezzogiorno, sono quelli di Giovanni da Matera e Guglielmo da Vercelli sfociati poi in vere e proprie Congregazioni.

E l’altra notazione attiene alla ripresa di motivi eremitici nei movimenti spirituali fiamminghi nei secoli XIII-XIV o nel misticismo inglese del Trecento e nella nuova stagione che in Italia si manifesta in pieno Rinascimento e che coinvolge il revival della cultura bizantina  sia in campo iconografico sia figurativo alla vigilia del Concilio di Firenze del 1439.

Ecco perché il Convegno di Savelletri intende andare, con la sua proposta programmatica, ben oltre l’eremitismo del primo millennio segnato da un rapporto indelebile con l’habitat rupestre,  per verificare le eredità da esso lasciate nella storia della civiltà mediterranea.

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Savelletri di Fasano: ‘Eremitismo e Habitat rupestre’ è il tema del VI convegno internazionale di studio sulla civiltà rupestre organizzato dalla Fondazione San Domenico in collaborazione con la Fondazione CISAM (Centro Studi per l'Alto Medioevo) di Spoleto che ha riunito nella masseria San Domenico – sede della Fondazione - studiosi provenienti da varie università italiane e straniere.

Il Comitato scientifico, presieduto da Cosimo Damiano Fonseca, è composto da Enrico Menestò, vicepresidente, e da Gioia Bertelli, Carlo Carletti, Pietro Dalena, Marina Falla Castelfranchi, Antonio Chionna, Maria Luisa Semeraro Hermann, Hubert Houben, Catherine Jolivet Levy.

Ben 18 relazioni per illustrerare – tra l’altro - la mappa dei siti eremitici disseminati in tutta la Puglia (una cinquantina in tutto tra il Gargano, l’Alta Murgia ed il tarantino) ed evidenziare lo stato di conservazione di questi siti per i quali occorre una politica di difesa e salvaguardia.

L'occasione, anche, per presentare un volume sulla Cripta del Peccato originale di Matera a cura di Gioia Bertelli. Il Convegno è dedicato alla memoria di Giuseppe Giacovazzo, già direttore della Fondazione San Domenico scomparso di recente.

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Associare la grotta all’eremita non è esercizio letterario o espediente drammaturgico per descrivere  le lotte tra le potenze diaboliche e chi aveva scelto di vivere in solitudine la propria vocazione religiosa. Certo, la grotta è un archetipo del popolamento  dell’area mediterranea e - dal semplice riparo sotto una roccia ai più elaborati schemi abitativi scavati nelle gravine, nelle lame, nelle incisioni vallive - essa ha costituito un fattore di aggregazione e di coesione sociale di robusta continuità territoriale.

Sarà stato il richiamo delle Sacre Scritture che alla grotta ha sotteso una pluralità di agganci certamente incisivi sul piano catechetico ed esegetico come assenza di luce e, quindi, luogo delle tenebre, morte, segregazione, rifugio, nascondimento, difesa e via elencando o il retaggio della tradizione classica che alla grotta ha legato miti di indubbia capacità persuasiva come l’antro della Sibilla con il suo carico di fascinazioni e di divinazioni,  lo speco di Didone, cornice del suo drammatico rapporto di amore con Ulisse, la caverna di Polifemo con il suo scenario apocalittico e violento, la cavità rocciosa della maga Circe, luogo di fattori attrattivi e, non ultime, la realtà sublucana dell’Ade davanti alla cui grotta di accesso scoperta l’anno scorso dalla Missione Archeologica Italiana operante a Hierapolis di Frigia, è stata rinvenuta una statua di Cerbero, il cane a tre teste, custode dello stesso regno dei morti.

Eremitismo

Ma dal medioevo in avanti la grotta si identifica con l’eremita cioè con quegli uomini di cui parla Benedetto da Norcia nella sua celebre Regola (V-VI secolo) i quali durante il loro tirocinio in una comunità monastica, cioè insieme con altri, sono divenuti “esperti a combattere contro il demonio“ nella solitudine lavorando con le proprie braccia.

In realtà il modello eremitico o anacoretico di cui parlava il patriarca del monachesimo occidentale, veniva da molto lontano con origini ben più antiche. Lo avevano documentato e descritto alcuni testi come le Vite dei Padri e le opere di San Girolamo riferendosi in modo particolare ai territori dell’Egitto dove la Tebaide era stata la regione di questi uomini votati al silenzio e alla solitudine.

Ed è ben noto come il tema della Tebaide dal Duecento al Quattrocento abbia registrato una robusta influenza sulle arti figurative a cominciare dal ciclo degli affreschi del Camposanto di Pisa studiato da Chiara Frugoni e dalle Storie eremitiche della Cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara di Napoli rivisitate da Anna delle Foglie non senza dare il giusto rilievo al progetto sulle Tebaidi e ai temi figurativi in esse presenti promosso da Alessandra Malquori.

Fonseca Melpignano

In questa ricognizione della realtà eremitica vanno aggiunte due non marginali notazioni, una è che l’eremitismo come fenomeno di segregazione dal mondo non si esaurisce con il Cristianesimo antico ma percorre l’intero Medioevo giungendo sino all’Umanesimo e al Rinascimento. Tra XI e XII secolo esso conosce una singolare fioritura sia nei nuovi Ordini religiosi che nei movimenti spontanei come, nel Mezzogiorno, sono quelli di Giovanni da Matera e Guglielmo da Vercelli sfociati poi in vere e proprie Congregazioni.

E l’altra notazione attiene alla ripresa di motivi eremitici nei movimenti spirituali fiamminghi nei secoli XIII-XIV o nel misticismo inglese del Trecento e nella nuova stagione che in Italia si manifesta in pieno Rinascimento e che coinvolge il revival della cultura bizantina  sia in campo iconografico sia figurativo alla vigilia del Concilio di Firenze del 1439.

Ecco perché il Convegno di Savelletri intende andare, con la sua proposta programmatica, ben oltre l’eremitismo del primo millennio segnato da un rapporto indelebile con l’habitat rupestre,  per verificare le eredità da esso lasciate nella storia della civiltà mediterranea.

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