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Il Giro d'Italia torna in Puglia L'euforia perduta della riscossa

di Valentino Losito*

Il giro d’Italia torna in Puglia. Forse una meteora rosa destinata a non lasciare nemmeno un po’ di polvere di stelle. Troppi scandali hanno infranto il mito di uno sport che seppe essere epico.  Troppo disincanto, troppo poca disposizione allo stupore e al senso della fatica in chi, oggi, dovrebbe emozionarsi al passaggio della carovana dei corridori.

Troppo diversa, senza più sogni, senza più speranze comuni, l’Italia del tempo presente per entusiasmarsi per la corsa in rosa. Nel dopoguerra il cuore degli italiani pedalava insieme con Coppi e Bartali, lungo le strade della ricostruzione. Combattenti della faticosa e aspra battaglia per la rinascita, i campioni della bicicletta interpretavano  i sogni della gente comune: pedalare voleva dire rimboccarsi le maniche, darsi da fare. E il ciclismo, il più umano fra tutti gli sport, aiutava ad immaginare una società in cui l’uomo comune emerge contando esclusivamente sulle proprie forze.

Ma le magiche vittorie dei nostri campioni suscitavano anche un sano orgoglio nazionale: le maglie tricolori, che li rivestivano come una bandiera, ricordavano a tutto il mondo che l’Italia, sconfitta in guerra, stava ritrovando le forze per tornare a vincere a riscattarsi.

(Photo-gallery a cura di Annamaria Natalicchio)

Il passaggio della borraccia tra Gino e Fausto, come il Tour vinto da Bartali nei giorni caldi dell’attentato a Togliatti o l’ascesa di Coppi verso il “cielo” in cima allo Stelvio sono diventati mito e leggenda di un’epopea non solo sportiva. In quelle metafore come “la fuga”, “far mangiare la polvere” e “tagliare il traguardo” c’era una nuova euforia risorgimentale. Bartali e Coppi quasi come antesignani di un bipolarismo perfetto, le due anime della nazione: quella democristiana e confessionale e quella socialcomunista e laica. 

Giro IvanBasso
 

Anche la Puglia trova posto nel racconto del grande romanzo popolare del giro d’Italia. Nella memoria di Sergio Zavoli, inviato della Rai, autore della fortunata trasmissione televisiva “Processo alla tappa” sono rimasti ricordi indelebili del passaggio della corsa a tappe nella nostra regione.

La Puglia , che Zavoli aveva imparato a conoscere dai racconti del suo amico Paolo Grassi, gli apparve come una terra “ altera e prodiga, severa e barocca, marinara e agreste, incline al levante e non chiusa a ponente, con la fresca anzianità dei gesti e delle parole, gli squarci di paese come quinte di palcoscenico, gli alberi cavi dalle membra nodose e i manti argentei, i cieli così lunghi, così bianchi e a volte così infelici, la vecchiaia luttuosa e la gioventù ardente, con tutta questa straordinarietà,  esibita e nascosta”.

Erano tempi in cui il doping era una pratica chimica esercitata soprattutto in Olanda sui cavalli, i ciclisti pedalavano «in dialetto», nel senso che ognuno portava alla gara e poi alla trasmissione di Zavoli odori, voci, colori e magari anche afrori della sua terra, della sua origine di norma paesana. Fra tutti gli eroi di quei Giri e di quei “Processi” è rimasto il ricordo di Vito Taccone, ciclista  abruzzese, sanguigno e passionale quanto improbabile era, a volte, il suo italiano. Un altro ciclismo, un’altra Italia.

*(La Gazzetta del Mezzogiorno 13/5/2014)

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