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santoro papa francesco

Papa Francesco recentemente ha recentemente fatto sentire la sua voce inviando un messaggio al convegno che la Curia diocesana di Taranto ha indetto sul tema " Ambiente, salute, lavoro: un cammino possibile per il bene comune". La nota, entrando nel merito della difficile situazione tarentina, dove la grande fabbrica ha prodotto un insieme di ricchezza e lavoro, di inquinamento e malattie, di vita e morte, esprime tutta la difficoltà del moderno dilemma: in quale modo si possa salvare una comunità dilaniata dalla ricerca di un lavoro che non c'è e dalla necessità di salvaguardare la salute e la vita. Scrive il Papa: "Pieno riconoscimento dei diritti di ciascuno al lavoro, alla salute e alla pacifica convivenza. La malattia e  la morte non possono essere il prezzo inevitabile da pagare  per garantire lavoro e benessere economico alle famiglie. E' chiaro che ciò implica una rivoluzione sul concetto stesso di lavoro e di produzione che deve essere non solo dell'uomo ma per l'uomo".

Un intervento forte e significativo, che molti ascrivono alla capacità del nuovo arcivescovo, Filippo Santoro  sempre presente e protagonista nelle problematiche della difficile diocesi che deve amministrare, di rappresentare anche al Papa, la realtà di Taranto ed i suoi problemi.

Un papa predisposto all'ascolto, sia perchè particolarmente sensibile ai temi delle sofferenze e della crisi sociale, sia perchè - mi ricorda un amico -, insieme all'arcivescovo di Taranto proviene da quella frontiera del mondo che è il Sud America, nella quale operavano entrambi (in Brasile e in Argentina) e per questo avranno necessaramente condiviso esperienze spirituali e sociali, che si muovono sul terreno pratico della carità, della costruzione  e del riconoscimento della dignità umana. Certamente è così, ma questa città e questa fabbrica hanno una importanza che va aldi là del singolo fatto contingente,

ilvataranto

Matteo Pizzigallo, uno storico nostro conterraneo specializzato in storia dell'industria, che tra i primi ha studiato la nascita di quello che a suo tempo costituiva il IV centro siderurgico dell'IRI, ha sottolineato a più riprese come Taranto abbia costituito sempre, a partire dagli inizi del XX secolo, un laboratorio significativo per comprendere in quale direzione si muovesse l'Italia: avendo al suo interno un mix non ripetibile di arretratezza e di innovazione, di cultura e di arroganza di progettualità politica e di espedienti, tale da poter anticipare i processi e le dinamiche che si sarebero sviluppate nel Paese.

Questo la Chiesa con il suo radicamento millenario deve averlo intuito, non a caso non è soltanto Papa Francesco ad essersi occupato personalmente di questa fabbrica, ed il modo ed il contenuto con cui la Chiesa s'è occupata del siderurgico tarantino è molto cambiato negli anni ed ha seguito la parabola del diverso atteggiamento e della diverse aspettative che la città ha avuto nel tempo, rispetto alla sua fabbrica.

paolo VI

Nella notte di Natale del 1968 Paolo VI celebrò messa nel centro siderurgico. La fabbrica a quel tempo era nuovissima e costituiva la speranza per la città, la speraza di un futuro tranquillo e laborioso per le nuove generazioni, che sarebbero state affrancate dall'emigrazione, una speranza di modernità e di crescita culturale. L'IRI peraltro si muoveva con un progetto articolato, non solo acciaio, ma case per i lavoratori, case moderne e accoglienti nel nuovo quartiere che, non a caso, fu dedicato proprio a quel Papa.

La Chiesa, in quegli anni, con il Concilio Vaticano II stava affrontando il tema di come ridisegnare il proprio insediamento nella nuova realtà sociale, come incontrare quelle classi sociali che pure stavano mettendo in discussione l'assetto e le prospettive, su cui si muoveva il Paese. L'omelia del Papa in quella occasione risente di tutto questo. Da un lato, infatti, manifesta con chiarezza e con coraggio la difficoltò che un Papa aveva nel parlare e farsi comprendere in un contesto operaio "......è per Noi abbastanza difficile. Ci sembra che tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune. Voi siete immersi in un mondo, che è estraneo al mondo in cui noi, uomini di Chiesa, invece viviamo. Voi pensate e lavorate in una maniera tanto diversa da quella in cui pensa ed opera la Chiesa! Vi dicevamo, salutandovi, che siamo fratelli ed amici: ma è poi vero in realtà? Perché noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte".

Un vuoto ed una distaza che prorpio nel luogo di lavoro il Papa vuole colmare, d'altro canto vi è l'ammirazione e la speranza costituita dal lavoro nella grande fabbrica, "...questo centro siderurgico, che consideriamo ora espressione tipica del lavoro moderno, portato alle sue più alte manifestazioni industriali, d’ingegno, di scienza, di tecnica, di dimensioni economiche, di finalità sociali, che il messaggio cristiano non gli è estraneo, non gli è rifiutato; anzi diremo che quanto più l’opera umana qui si afferma nelle sue dimensioni di progresso scientifico, di potenza, di forza, di organizzazione, di utilità, di meraviglia - di modernità insomma - tanto più merita e reclama che Gesù, l’operaio profeta". Gesù Divino lavoratore  sarà pertanto il nome attribuito alla nuova parrocchia  del quartiere Tamburi ed alla chiesa che significativanebte sorge al confine tra le ultime case della città ed il muro di cinta della fabbrica.

Taranto GiovanniPaoloII

Nel 1989 a visitare la fabbrica è venuto un altro Papa, Giovanni Paolo II, che doveva essere l'attuatore del Concilio, di cui il suo predecessore era stato con Giovanni XXIII il protagosnista. A venti anni di distanza la città ha cominciato a comprendere i limiti e le constraddizioni di quel modello di sviluppo, sebbene non siano ancora del tutto palesi i costi in termini di vite che quell'industria comporta, il Papa si sofferma ancora sulla gradiosità del progresso industriale, ma si chiede cosa produce per l'uomo?: “…....valore e la grandiosità di un impianto di produzione, sia pure così impressionante come è questo vostro, non devono misurarsi unicamente con criteri di progresso tecnologico o di sola produttività e redditività economica e finanziaria, ma anche e soprattutto con criteri di servizio all’uomo e di corrispondenza a ciò che la vera dignità del lavoratore, in quanto immagine di Dio, richiama ed esige. Ora, qual è, da questo punto di vista, la realtà attuale dell’Italsider di Taranto?".

Papa Francesco non ha più interrogativi da porsi. Occorre trovare una soluzione per salvare la salute e la vita non solo di chi lavora nella fabbrica, ma anche di chi vive in questa città. Una soluzione difficile e che passa attraverso un lungo conflitto, non solo sociale ma anche istituzionale. Esiste una soluzione? La città si interroga e le risposte confliggono tra di loro, ma forse soltanto nel rispetto rigoroso delle regole e nella evoluzione di quella scienza e quella tecnica, che hanno prodotto il dramma, ci potrà essere una risposta.

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