di Antonio V. Gelormini
Come un moderno corifèo in quella che è l’odierna tragedia di Taranto, antica capitale della Magna Grecia, Maria Grazia Serra – medico – raccoglie e coordina i lamenti dei suoi pazienti, per farne coro “severo” e “funzionale” alla rappresentazione quotidiana del dramma che attanaglia un’intera comunità, in cerca di un finale che riesca a dare un senso – nella Città dei due Mari – al dilemma bifronte dell’Ilva, che da tempo contrappone il lavoro alla salute.

Storie di una terra ricattata, mortificata e disperata, come quella che circonda la città di Taranto, in cui un posto di lavoro viene pagato in termini di salute. Un profluvio di grida soffocate scaturite dal disagio acre, diffuso e quotidiano, raccolte in un potente e vero e proprio coro di voci di riscatto.
Così, ritrovandosi piena di storie, la dottorressa Serra decide di affidarle all’Ecopoesia, una forma poetica semplice che, attraverso l’emozione, ha l’ambizione di risvegliare una presa di coscienza collettiva, sui limiti dell’uomo nei confronti della natura. Per farne uno Zibaldone di “Canzoni di rabbia, d’amore di città”.

Il progetto che sottintende questa impresa è provocatorio, nei confronti delle istituzioni, e a favore della fascia d’età più vulnerabile all’insulto dell’inquinamento. L”intero ricavato sarà impiegato per realizzare uno spazio per i bambini del quartiere Tamburi, per dar loro la possibilità di giocare e respirare meglio, tramite la piantumazione di verde mangia-inquinamento, in un’area magari attrezzata con giochi.
