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Lecce, XV Festival Cinema Europeo Mario Bava: 'La maschera e il corpo'

“Il potere dell’immagine può essere più importante della forza della storia”. Questo diceva Tim Burton di Mario Bava, maestro e artigiano di un cinema di cui è indiscussa pietra miliare e che tutt’oggi continua a nutrire di rimandi e citazioni le opere e gli autori della filmografia contemporanea.

La XV edizione del Festival del Cinema Europeo a Lecce fino a sabato 3 maggio, gli dedica un omaggio nel centenario della nascita allestendo una mostra di manifesti originali nel Castello Carlo V realizzata in collaborazione con la Mediateca Regionale Pugliese e la Biblioteca Provinciale di Foggia.

La maschera e il corpo a cura di Davide Di Giorgio e Massimo Causo, raccoglie 51 pezzi (alcuni anche per gentile concessione di privati collezionisti, ndr) tra locandine, pregiati e ormai in disuso fogli-busta, (antesignani dei trailer in fermo-immagine) e gli enormi manifesti in due fogli, “elefanti”per i tecnici, per una forse non esaustiva, ma di certo completa panoramica dei 19 (su 23) film realizzati da Bava come regista tra il 1960 e il 1977.

Orgoglio prettamente pugliese aver provato, per la prima volta in Italia, a restituire valore all’opera – troppo spesso dimenticata o affatto conosciuta – del fondatore di generi come l’horror e il “giallo all’italiana”, poi portato al successo da Dario Argento e che in America avviò il fortunato sottogenere “slasher” (da to slash, sfregiare, per l’uso frequente di armi da taglio).

Cinque le sale (pop, giallo, gotico, avventura, multimediale) per un percorso che i puristi di un certo cinema potranno avvertire come “mistico” imbattendosi in poster datati, il più vecchio de La maschera del demonio (1960) o le locandine del Cinema-Teatro Traetta di Bitonto (Ba) per i due classici Terrore nello spazio (1965) e Operazione Paura (1966)

“Penso che la sua unicità – dice il curatore Davide Di Giorgio – derivi dall’essere stato prima che regista un pittore e un direttore della fotografia per i maggiori esponenti del cinema italiano, da Rossellini a Francesco De Robertis, Monicelli e Comencini. Mi solleticava l’idea di far conoscere un regista così “visivo”; sono certo che di lui si ricordano le immagini legate a un certo film piuttosto che la trama in sé. Purtroppo non ha mai avuto il giusto riconoscimento perché ha realizzato pochi film di genere come western e commedie che portavano gli incassi maggiori, ma all’estero i suoi film erano apprezzatissimi e molti sono infatti co-produzioni internazionali”.

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Dalla sala “Pop” che sperimenta i linguaggi popolari come la commedia (Le spie vengono dal semifreddo, 1966) e il cine-fumetto (Diabolik, 1968) che tanto rimandano ai recenti Burton e Tarantino, si passa al “Giallo” di prove come La ragazza che sapeva troppo (1962) e ancora in ordine cronologico: Sei donne per l’assassino (1966), 5 bambole per la luna d’agosto (1970), Reazione a catena (noto anche come Ecologia del delitto, 1971) al quale, ricordiamo, collaborò come direttore della fotografia il Carlo Rambaldi di ET e infine Shock (1977).

Una vera e propria immersione nella fine arte figurativa e creativa che culmina nella sala “Multimediale” dove, alla possibilità di ammirare le illustrazioni originali di disegnatori come Ciriello e Simeoni, si unisce un lavoro di ricostruzione video della durata di 80 minuti che mette assieme i trailer dei film e spezzoni tratti dai trasmissioni Rai in cui Bava racconta e mostra la geniale origine “povera” dei suoi effetti speciali che lo hanno reso ancora più inimitabile. “Si pensi – aggiunge Di Giorgio – alle navi extraterrestri ne Gli invasori (1961) realizzate con semplici cartoni di pasta, o al mondo ultraterreno di Terrore dello Spazio (ispiratore tra l’altro di Alien) per cui sono state usate due rocce sapientemente spostate e oscurate con l’ausilio di fumo e altri giochi di luce”.

“Con Bava – dichiara l’altro curatore, Massimo Causo – si abbraccia inevitabilmente gran parte della storia del cinema e credo sia un atto dovuto quello di dare attenzione e far conoscere i maestri alternativi a quelli riconosciuti come Antonioni o Fellini. Bava riceve tutt’oggi tributi e dichiarazioni di esplicite ispirazioni da Martin Scorsese, Joe Dante, John Landis, fino a Burton che ha spesso detto che all’inizio di ogni nuovo film gli torna in mente il suo primo lavoro, La maschera del demonio.

La mostra è un’occasione in tal senso unica – ma si spera non irripetibile – che non mancherà di affascinare anche i non addetti ai lavori che, in una ideale carrellata di oltre un secolo di cinema, potrebbero ritrovare proprio tra quelli, il seme del proprio originale immaginario filmico.

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